Recinto come barriera fisica, naturale, come le montagne, i fiumi o gli steccati. Ma anche come barriera convenzionale, come una frontiera. Frontiere che sono lentamente sparite, superate dalla politica e dagli scambi economici. Da tante frontiere, ad un'unica frontiera, da tanti recinti ad un unico recinto, internazionale, che avvolge la nostra contemporaneità

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Cos’è il bilancio dell’UE?

"Il bilancio dell’UE è uno strumento importante che traduce le politiche europee in realtà concrete. Finanzia le azioni che gli Stati membri non poss...

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I numeri della Svizzera

La Svizzera non ha il mare, ha un clima non molto piacevole e non è ricca di capolavori artistici; eppure è uno tra i primi paesi al mondo in cui la q...

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Pan-Europe

[…] Richard Nikolaus Coudenhove-Kalergi, uno studioso e politico austriaco (seppur nato a Tokyo nel 1894 da padre diplomatico austro-ungarico, e da ma...

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Perché la Francia è l’obietti...

di Roberto Di Ferdinando L'attentato di Nizza mi fa pensare che la Francia sia l'obiettivo principale del terrorismo internazionale di matrice isla...

Cos’è il bilancio dell’UE?

fondiueIl bilancio dell’UE è uno strumento importante che traduce le politiche europee in realtà concrete. Finanzia le azioni che gli
Stati membri non possono finanziare da soli o che è possibile finanziare a costi inferiori riunendo le risorse. Il bilancio
è adottato seguendo una procedura democratica: è preparato dalla Commissione europea (l’organo esecutivo dell’UE), viene
poi discusso e approvato dal Consiglio dell’UE (che rappresenta gli Stati membri, compresa l’Italia) e dal Parlamento europeo
(dove i deputati eletti democraticamente rappresentano l’Italia). Una volta adottato, è gestito congiuntamente dagli
Stati membri dell’UE e dalla Commissione o direttamente dalla Commissione. Nella pratica, l’80 % del bilancio dell’UE
è gestito dalle amministrazioni nazionali o regionali. Mediante sovvenzioni, prestiti e altre forme di finanziamento, fornisce
sostegno finanziario a centinaia di migliaia di beneficiari, fra cui studenti, scienziati, organizzazioni non governative, piccole
e medie imprese, città e regioni, solo per citare alcuni esempi.
Da dove provengono i fondi? Il bilancio dell’UE è finanziato in larga misura dalle «risorse
proprie», che hanno tre fonti: innanzitutto, i dazi doganali sulle importazioni provenienti dai paesi extra UE e i contributi
nel settore dello zucchero; una piccola parte dell’imposta sul valore aggiunto (IVA) applicata nell’UE e, infine, i contributi di
ogni Stato membro, direttamente proporzionali alla sua quota di reddito nazionale lordo (RNL) dell’UE, che sono la principale
fonte di entrate per il bilancio dell’UE (76 % nel 2012). Gli Stati membri dell’UE hanno adottato questo sistema all’unanimità
per un periodo di sette anni e i parlamenti nazionali hanno ratificato questa decisione. Il sistema intende garantire un
livello di entrate affidabile e sufficiente per il bilancio dell’UE, tenendo conto al tempo stesso della capacità di pagamento
dei singoli paesi. Ogni Stato membro contribuisce quindi secondo la propria ricchezza. Tra le altre fonti di entrate
figurano le tasse sugli stipendi del personale dell’UE, le sanzioni imposte alle imprese che non hanno rispettato le norme della concorrenza e gli interessi bancari. Non esiste un’imposta diretta europea. Sono i paesi membri che controllano i rispettivi sistemi fiscali.
(Il bilancio dell’UE nel mio paese Italia, UE)

Beffa sinistra….

043503718-b3ffab1b-fc1c-4640-9c1c-098a649dad23“[…] Quando io penso che i grandi capi bolscevichi pretendevano creare una classe operaia libera e nessuno di loro – Trotsky sicuramente no, e credo neppure Lenin – aveva mai messo piede in una fabbrica e per conseguenza non aveva la più pallida idea delle reali condizioni, che determinano la schiavitù o la libertà per gli operai – la politica mi appare una beffa sinistra. […]”
(Simone Weil, La condition ouvrièere, Gallimard 1951)

La guerra sporca

Guerra_Golfo“[…] Che cosa non si doveva vedere nel primo golfo nella cosiddetta guerra asettica e i collateral damages? Corre il 1991. Quando arrivo al Joint Information Bureau di Dhahran, Arabia Saudita orientale, debbo sottoscrivere per le “ground rules”, le “regole di comportamento sul terreno”, per ottenere il badge e l’accredito. Eccole: “Dovrete sempre essere accompagnati da una scorta militare, non sono autorizzate visite alle unità al fronte senza scorta militare, è proibito filmare o fotografare soldati feriti o uccisi, è proibito dare informazioni sul tipo di armi, equipaggiamenti, spostamenti, consistenza numerica delle unità, è proibito identificare le località o basi dalle quali partono specifiche missioni di guerra, è proibito divulgare informazioni sulla consistenza e l’armamento delle forze nemiche, è proibito menzionare in dettaglio le perdite subite dalle forze della coalizione, sono vietate le interviste non concordate”. Uno sparuto gruppetto di giornalisti italiani fugge. Infrangendo le regole, si insedia a Hafr al Batin, sede della guarnigione più vicina alla prima linea. Così poi siamo riusciti ad arrivare a Kuwait City il giorno dopo i marines americani. Il 2 marzo 1991, un sabato pomeriggio, sentiamo l’inviato della Bbc che racconta per radio il massacro avvenuto nella notte tra il 25 e il 26 febbraio sul Mutlaa Ridge, un’altura a nord della capitale del Kuwait. Lì si è addensato un ingorgo colossale di iracheni in fuga dopo l’invito ad andarsene lanciato per radio da Saddam Hussein. Molti hanno rapito cittadini dell’emirato e li hanno costretti a seguirli. Speravano che fossero le loro polizze di assicurazione sulla vita. L’aviazione alleata ha scaricato un inferno di bombe, comprese quelle a grappolo, cassette che si aprono a una altezza predeterminata e seminano piccole mine. […]<<I Desert Rats inglesi stanno seppellendo i corpi in fretta in fosse comuni, come se avessero avuto l’ordine di farli sparire>>. […] vede una corriera rovesciata. Tutt’intorno sulla sabbia sono sparse carogne di pecore intatte. Non sono trapassate da schegge, non sono mutilate. Sembra che siano state inchiodate sul posto da una forza oscura, potente, letale. L’autista è riverso sul volante. Indossa una tunica che è rimasta candida, nessuna macchia di sangue, nessuna bruciatura, nessun strappo. Sono le vittime delle Fuel Auir Explosive, sganciate da elicotteri o da Hercules MC-130. Le F.A.E. liberano nell’aria una miscela di propano e di napalm che viene incendiata da un missile. L’onda d’urto fa esplodere le mine interrate e assorbe ossigeno facendo morire per soffocamento anche chi è protetto dal cemento armato di un bunker […]”.
(Lorenzo Bianchi, inviato del Quotidiano Nazionale, su DESK – 2015)

Tornare alla terra

Lev_Tolstoj_2“[…] Per quanto sia strano vedere un lavoratore che ha lasciato la vita dei vasti campi e delle foreste, dieci anni dopo, o anche dopo qualche generazione, rallegrarsi se il suo padrone gli dà una piccola casa in località dall’aria pestifera, con un giardinetto di tre palmi quadrati dove non possono crescere che qualche cocomero e qualche pianta di girasole, la sua gioia è comprensibile. La possibilità di vivere della terra, nutrirsene col proprio lavoro, è stata e resta sempre una delle condizioni principali della vita felice e indipendente. Tutti l’han saputo e lo sanno, e per questo han sempre aspirato e sempre tenderanno a qualche cosa che a quella vita rassomigli.
E la dottrina socialista dice che per la felicità umana ci vuole non quella vita tra le piante e gli animali con la possibilità di trovare nel lavoro agricolo la soddisfazione di quasi tutti i necessari bisogni, ma la vita nei centri industriali dall’aria ammorbante, con bisogni sempre crescenti, che non possono essere soddisfatti che col lavoro insensato delle fabbriche. E gli operai che conoscono solo le seduzioni della vita della fabbrica, ci credono e mettono tutte le loro forse nella miserabile lotta contro i capitalisti, disputando per le ore di lavoro o un aumento di salario di qualche soldo. A loro pare di compir un’opera importante, e non si accorgono che l’unica cosa d’importanza per essi che sono stati allontananti dalla terra è di cercar ogni mezzo  per ritornare alla vita della natura, al lavoro agricolo. [...]”
(Lev Tolstoj, “Ai lavoratori”, 1902)

I numeri della Svizzera

svizzera-OLYCOM-kT9G--835x437@IlSole24Ore-WebLa Svizzera non ha il mare, ha un clima non molto piacevole e non è ricca di capolavori artistici; eppure è uno tra i primi paesi al mondo in cui la qualità di vita è molto alta.
Alcuni numeri della Svizzera: ha 8 milioni di abitanti , uno svizzero su cinque ha meno di vent’anni ed uno su sei ne ha più di 65 di anni. Uno su cento è dedito all’agricoltura e sette su dieci opera nel settore dei servizi. Ha un PIL di 660 miliardi di euro, quindi un reddito pro capite di 80.000 euro (ottavo paese più ricco al mondo). La Svizzera è neutrale ed ha 24 accordi di libero scambio con 33 paesi. Il 10% della popolazione risiede all’estero, un terzo della popolazione è composta da immigrati o figli d’immigrati, ed ogni giorno arrivano circa 250.000 frontalieri ed è aperta all’accoglienza di rifugiati politici.
Il 38% degli svizzeri è cattolico, il 28% appartiene alla Chiesa evangelica riformista. Zurigo è la terza piazza finanziaria al mondo e  la sua Borsa la quinta in Europa. 120.000 persone sono impiegate nel settore bancario (dal 1° gennaio 2017 è caduto il tanto famoso segreto bancario svizzero) e il 22% degli svizzeri investe in polizze assicurative sulla vecchiaia, disoccupazione, invalidità e malattie.
230 imprese lavorano nel settore delle biotecnologie, impiegando nel settore 20 mila lavoratori. Il 2,9% del PIL è investito in ricerca e sviluppo. Gli svizzeri occupano il secondo posto, dietro ai giapponesi, per il numero di brevetti registrati.
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(fonte:  Style Magazine- Corriere della Sera)

Non credete alle carte geografie

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di Roberto Di Ferdinando (fonte: Mercedez-Benz Magazine)

Osservando una qualsiasi carta geopolitica del mondo, possiamo affermare che la Groenlandia abbia un estensione quasi pari a quella dell’Africa, e superiore a quella della Cina, e che l’Australia sia più piccola degli Stati Uniti e la Svezia sia molto più grande dell’Italia. Questo avviene osservando le mappe, ma in realtà la storia, o meglio dire, la geografia, è un’altra. Infatti, numeri alla mano la Groenlandia ha una superficie di 2,166 milioni di km quadrati, mentre l’Africa ne ha oltre 30 di milioni di km quadrati , mentre la Cina ha un’estensione di 9,5 milioni circa di km quadrati, mentre Australia e Usa hanno quasi la stessa superficie e lo stesso vale per l’Italia e la Svezia, con quest’ultima solo un po’ più estesa. Tale distorsione della realtà geopolitica della terra, sebbene conosciuta dagli esperti e analisti, è stata evidenziata e pubblicamente denunciata da parte del sito thetruesize.com, curato da due sviluppatori di software, James Talmage e Damon Maneice. Visitando tale sito è possibile trascinare un paese, “prelevandolo” dalla sua posizione sulla mappa, e posizionandolo su un’altra zona dello schermo. Lungo questo tragitto virtuale le dimensioni e la forma dell’area selezionata si modificano, secondo la reale estensione del paese con molte sorprese, di cui alcune già sopra ricordate. L’errore di rappresentazione di queste mappe, ha un’origine antica, quando nel XVI secolo, Gerhard Kremer (Mercatone) decise di rappresentare i paesi della terra, che è un geoide di forma quasi sferica, su delle mappe cartacee piane. Considerando anche che la sfera è un solido da cui è impossibile fare lo sviluppo.
RDF

La maglietta rossa di Panatta per la finale di Coppa Davis 1976

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Il 17 dicembre 1976 a Santiago del Cile l’Italia del tennis scendeva in campo per disputare la finale di Coppa Davis contro la locale squadra nazionale. L’arrivo a questo appuntamento non fu semplice per i tennisti italiani, infatti nei mesi precedenti e in quegli stessi giorni di dicembre l’Italia era divisa tra chi appoggiava la scelta del governo monocolore democristiano (governo supportato non palesemente dal PCI) di non impedire agli atleti italiani di disputare la finale contro il Cile e in Cile, paese dove si era definitivamente assestata una sanguinosa dittatura militare guidata dal generale Pinochet. Invece, una gran parte degli italiani era contraria alla nostra partecipazione a quella finale perché prendendovi parte avremmo riconosciuto e legittimato quella dittatura. Non solo, la finale si svolgeva nel complesso tennistico adiacente allo stadio nazionale di Santiago, dove i militari al potere avevano rinchiuso, torturato e ucciso migliaia di oppositori. Su questa posizione critica c’era il Partito Socialista Italiano guidato da Craxi e dai nuovi giovani socialisti che così poteva attaccare da sinistra il PCI che stava prendendo, non solo sulla questione della finale di Davis, posizioni percepite come ‘moderate’. La nazionale italiana aveva meritato la finale e i giocatori, nonostante la situazione delicata e polemica, sapevano di avere l’occasione di battere il Cile (in semifinale l’Urss si era rifiutata di giocare con il Cile permettendo a quest’ultimo di giungere alla finale) e conquistare la prima coppa Davis della nostra storia. I tennisti italiani, con l’appoggio del governo, partirono per il Cile. Di quello storico evento non esistono immagini italiane. Infatti Rai 2, che avrebbe dovuto trasmettere la finale, in quanto a ‘guida’ socialista non concesse ai suoi inviati di andare in Cile. Rai 1, storicamente di area democristiana, aveva già trasmesso la semifinale e non poteva trasmettere altre partite o prevaricare Rai 2. Invece, Radio Rai 2, “vicina” alla DC trasmise in radiocronaca le partite con la voce dell’inviato Mario Giobbe. Il secondo giorno di incontri era dedicato al doppio. Per l’Italia scesero in campo Panatta e Bertolucci. E la loro discesa in campo si fece notare anche per la novità della maglia rossa che indossavano e che sostituiva la tradizionale maglia azzurra. Fu un’idea di Panatta che convinse il più scettico e preoccupato, per paura di non provocare troppo la giunta militare cilena, Bertolucci. Al cambio del 4 set i due nostri italiani tornarono a indossare le maglie azzurre. Da lì a pochi scambi l’Italtennis avrebbe vinto la sua prima, ed ad oggi unica coppa Davis. Esistono solo degli spezzoni di video di quegli incontri (https://www.youtube.com/watch?v=3hecKVv31SM). Infatti, le riprese televisive cilene andarono distrutte alcuni anni dopo in seguito al rogo dell’archivio della TV di Stato del Cile.

Roberto Di Ferdinando

 

Pan-Europe

Addio Europa il piano Kalergi  32862Eu 567r col ch Origins_large[…] Richard Nikolaus Coudenhove-Kalergi, uno studioso e politico austriaco (seppur nato a Tokyo nel 1894 da padre diplomatico austro-ungarico, e da madre giapponese di famiglia samurai, e scomparso in terra austriaca, a Schruns nel 1972), che parte dal convincimento – per lui corrispondente a qualcosa di simile ad un’elementare constatazione di fatto – che il nostro continente stava attraversando una fase di crisi molto grave, perché insisteva nostalgicamente a ripensare alla propria storia passata anziché decidersi a <<guardare avanti>>, per cambiare strategia e cercare così di reggere il non facile confronto con gli altri protagonisti del mondo contemporaneo.
Fondatore ed animatore dell’Unione Pan-europea fin dal 1923, Coudenhove-Kalergi pubblica in francese, lo stesso anno, un libro-documento intitolato Pan-Europe, dove elabora <<un grande progetto per l’Europa unita>> partendo da quella che lui stesso considera la situazione esistente. <<L’Europa scrive fin dalla prima pagina – passa da una crisi all’altra vacillando, senza guida e senza meta>> , e aggiunge che <<mentre nelle altre parti del mondo si fanno ogni giorno pasi avanti, l’Europa affonda nella confusione giorno per giorno>> precisando che <<la causa della decadenza dell’Europa è politica non biologica>>, perché non sono i popoli europei a essere  <<affetti da senilità>> ma lo è <<il loro sistema politico>>. Da qui l’idea di dare vita alla Pan-Europa, per chiarire che <<l’Europa deve aiutare se stessa costituendo, come obiettivo pratico, una unione politico-economica>>
(Arturo Colombo, Il progetto della «Pan-Europa» di Coudenhove-Kalergi, in La Nuova Antologia di
Aprile-Giugno 2015, pag. 86)

Perché la Francia è l’obiettivo principale del terrorismo? Perché?

di Roberto Di Ferdinando

13754482_879973948813534_7083326432684226143_nL’attentato di Nizza mi fa pensare che la Francia sia l’obiettivo principale del terrorismo internazionale di matrice islamica. Infatti, dal gennaio 2015 si sono susseguiti numerosi attacchi terroristici in suolo francese che hanno provocato centinaia di morti. Perché? Sinceramente non lo so e, forse, non c’è un perché, forse. E’ vero che storicamente la Francia è stata ed è ancora oggi meta principale di immigrazione da paesi arabi e da paesi a maggioranza musulmana. Al di là del fatto che cultura araba e religione musulmana non hanno nessun nesso con il terrorismo, comunque gli attentatori provengo da quei paesi oppure sono francesi di seconda o terza generazione figli o nipoti di immigrati provenienti sempre da quei paesi (sembra quindi un problema anche di mancata integrazione sociale). E’ vero anche che l’attentatore di Nizza non era un credente, e che la sua scellerata azione sia stata mossa più da motivi e disagio personali. Ma anche la Gran Bretagna, la Svezia, la Germania, l’Austria, l’Olanda, il Belgio e la stessa Italia sono destinazioni dell’immigrazione da questi paesi arabi eppure non si è verificata, fortunatamente, una serie di attentati simili a quelli accaduti Oltralpe (solo il Belgio ha subito un attentato kamikaze e con molte vittime). Forse, per un potenziale terrorista che proviene da un paese africano o asiatico di lingua francese e di influenza francese ha più possibilità di passare inosservato in Francia (o appunto in Belgio).La Francia forse ha avuto e sta avendo più difficoltà nel garantire un’integrazione sociale più equa per questo tipo di immigrazione? Forse, ma ricordiamoci che anche nella civilissima Stoccolma vi sono quartieri ghetto dove anche le ampie garanzie sociali scandinave hanno difficoltà a raggiungere gli immigrati. E situazioni simili di disagio di integrazione ci sono in Germania, in Belgio ed in parte anche in Italia.
Allora, forse, occorre ricordare che Francia e Belgio, le principali vittime degli attacchi terroristici, hanno praticato nella loro storia un’occupazione coloniale molto agguerrita, anche in quei paesi arabi e/o musulmani da cui proviene l’immigrazione, concedendo l’indipendenza solo dopo dei conflitti civili sanguinosi. E quindi, potrebbero essere percepiti come in debito verso quel mondo arabo e africano che soggiogarono: una sorta di vendetta? E ancora, gli ultimi governi francesi hanno fatto scelte di politica estera che hanno visto l’impiego della forza militare (Libia, Mali, Siria) e della pressione commerciale (in Africa e in Asia) tali da far passare la Francia, forse, agli occhi di parte del mondo arabo, come un paese neocolonialista. Forse, la Francia paga anche una sua forte crisi economica che l’ha fatta vedere quale potenza (?) in difficoltà e quindi più attaccabile. Infatti, insieme alla Grecia, al Portogallo e all’Italia, è uno dei malati critici dall’Europa. I buoni rapporti con Berlino hanno sottratto la Francia dai riflettori della gogna mediatica comunitatia per i suoi conti in rosso. È crisi anche sociale con tutte le tensioni interne dovute alla tanto ostraggiata riforma del lavoro. La crisi ha colpito anche le istruzioni con il presidente Hollande che ha un gradimento del 5% e la macchina statale bloccata tra fondi pubblici assottigliati e riforme miope. Proprio da queste pagine alcuni mesi fa denunciai come la riforma dei servizi segreti francesi fosse stata controproducente tanto che in Francia si ha la percezione che manchi un vero sistema di prevenzione del terrorismo. Quindi, forse una o tutte od altre ancora di queste cause ha reso la Francia l’obiettivo principale degli attentati. Ma non dimentichiamo che il fine ultimo del terrorismo di matrice islamica non è conquistare o abbattere l’Occidente (sarebbe impossibile), anzi, gli attentati in Europa e negli USA servono da vetrina per far capire ai governi e regnanti arabi che se si colpisce una potenza europea nessuno può sentirsi al sicuro per di più tra le ricche oligarchie arabe. E un attività terroristica per fare proselitismo tra i giovani arabi scontenti in Europia o nei loro paesi per le condizioni sociali precarie in cui devono vivere, e da usare per far crollare le poco democratice istituzioni della penisola araba per realizzare l’islam: la comunità religiosa e politica musulmana. Quindi l’obiettivo finale non è l’Occidente, ma noi paghiamo con proprie vite una guerra interna araba…Forse.
RDF

La distruzione del Perù

tumblr_static_3txpjrlqzeask84s4kwk0ccwc_640_v2“[…] Le distruzioni fatte dai primi spagnoli, arrivati nel 1528, furono così grandi che persino qualcuno di  loro ne provò rimorso: Pedro Cieza de Léon, un cronista del periodo della conquista, scrisse più tardi:<<Di sicuro non è un piccolo dolore constatare che quegli Incas, gentili e adoratori di dèi, abbiano mantenuto un buon ordine nel governare e conservare terre così ampie, mentre noi, che siamo cristiani, abbiamo distrutto tanti regni. Ovunque ci siano conquistatori ed esploratori cristiani non sembra esserci altro che fuoco e distruzione, e tutto va in rovina>>.
I colonizzatori spagnoli distrussero una grande civiltà, disarticolarono l’agricoltura razionale e la conservazione della natura, provocando la grande desertificazione delle Ande. Per l’invasore, era più importante estrarre e appropriarsi dell’oro e dell’argento che prendersi cura delle piante e degli animali.
Per puntellare le gallerie delle miniere e per fondere i metalli, tagliarono boschi immensi, schiavizzarono interi popoli, che in precedenza si dedicavano alla cura del terreno, e li obbligarono a introdursi in profonde gallerie per estrarne i metalli preziosi.
Così scomparve il 95% della popolazione, il 75% delle terre coltivate e la quasi totalità dei boschi esistenti dalla costa alla sierra. Con questo ebbe inizio il degrado ecologico del Perù. […]”
(H. Mamani, Negli occhi dello Sciamano)