Recinto come barriera fisica, naturale, come le montagne, i fiumi o gli steccati. Ma anche come barriera convenzionale, come una frontiera. Frontiere che sono lentamente sparite, superate dalla politica e dagli scambi economici. Da tante frontiere, ad un'unica frontiera, da tanti recinti ad un unico recinto, internazionale, che avvolge la nostra contemporaneità

Storia – La spedizione piemontese in Crimea

Mentre in questi giorni si discute in Parlamento per rifinanziare le missioni militari italiane all’estero, voglio qui ricordare, con un mio articolo, la spedizione piemontese in Crimea del 1855. In quell’anno il Regno sabaudo decise di inviare 18.000 soldati a 3.000 km di distanza, in una guerra in cui non vi era in gioco alcun interesse piemontese, perchè era l’unica scelta per Cavour di portare la questione italiana all’attenzione delle potenze di quel periodo. Grazie anche a quella dolorosa scelta, di partecipare ad una guerra, è nata l’Italia, l’Unità d’Italia.

Articolo Pubblicato su RID – Rivista di Difesa Italiana nel 2004
Testo di Roberto Di Ferdinando

La spedizione piemontese in Crimea

Nel maggio del 1855 il Regno di Sardegna inviò circa 18.000 soldati in Crimea, sul Mar Nero, in appoggio agli eserciti francese, britannico e turco, che stavano combattendo la guerra contro quello russo. Il conflitto, scoppiato alcuni anni prima, rientrava nelle vicende della questione orientale, cioè la crisi dell’impero otto-mano e le sue difficoltà nel controllare i proprî vasti domini che aveva portato le potenze europee ad ambire al controllo di alcuni territori turchi.
Nel 1853 la Russia dello zar Nicola I, con un pretesto, agì per prima occupando militarmente gli strategici principati danubiani della Moldavia e della Valacchia, vassalli del Sultano. La Turchia, vista l’impossibilità di risolvere diplomaticamente la crisi, in ottobre dichiarò guerra alla Russia. Nei mesi successivi si creò un’alleanza antirussa che comprendeva, oltre all’Impero di Costantinopoli, anche la Francia e la Gran Breta-gna, quest’ultime interessate ad impedire l’espansione russa verso gli Stretti dei Dardanelli. Il conflitto fu combattuto inizialmente in Bulgaria e sugli Stretti per poi, nel settembre del 1854, trasferirsi nella penisola di Crimea, dove gli scontri si concentrarono nell’assedio degli alleati contro la piazzaforte russa di Sebastopoli. Qui giunsero i piemontesi.
Il Presidente del Consiglio e Ministro degli Esteri del Regno di Sardegna, Cavour, in accordo con il Re, Vittorio Emanule II, decise di inviare un proprio corpo militare a circa 3.000 chilometri di distanza, in una guerra che non coinvolgeva nessun interesse diretto per il Piemonte, per motivi di strategia diplomatica. Cavour infatti era convinto della vittoria degli alleati, sebbene questi in Crimea stessero incontrando maggiori difficoltà del previsto, e sapeva che partecipare alla vittoria avrebbe permesso al Piemonte di sedersi al tavolo dei negoziati di pace e quindi portare all’attenzione delle potenze europee la questione italiana.
Una tale iniziativa non era però priva di incognite. Infatti per il Regno di Sardegna, che era il più piccolo stato partecipante al conflitto, l’invio di un contingente all’estero era uno sforzo militare ed economico note-vole. Vi era infatti la preoccupazione di lasciare indifeso il paese, in un momento in cui la nemica Austria, filo-russa, ma dichiaratasi neutrale nel conflitto di Crimea, rappresentava sempre una vicina minaccia; e mentre il Piemonte continuava a soffrire di una crisi finanziaria ereditata dalla disfatta del 1848-49 proprio contro gli austriaci.
Le iniziali riserve di Cavour a partecipare alla coalizione anti-russa, furono però sciolte dall’impegno militare di Parigi e Londra di garantire l’integrità del regno sardo, mentre sul piano finanziario la Gran Bretagna a-vrebbe anticipato al Piemonte un prestito di un milione di sterline (oltre 80 milioni di euro), ed un altro ancora se la guerra si fosse protratta per più di un anno. Infine Londra s’impegnava a trasportare le truppe piemon-tesi in Crimea su proprie navi e gratuitamente.
Il 26 gennaio 1855 Vittorio Emanuele II firmò così la convenzione militare con Francia ed la Gran Bretagna, con la quale il Piemonte si obbligava a fornire un corpo d’armata di 15.000 uomini e a mantenerlo di tale nu-mero con successivi rinforzi. Dopo l’approvazione della convenzione da parte del Parlamento di Torino, in marzo l’alleanza divenne operativa.

I preparativi
Ancor prima che il governo piemontese decidesse ufficialmente di prendere parte alla guerra di Crimea, da Torino erano stati inviati ufficiali in Francia per studiare e riferire alle intendenze militari sarde le modalità con cui i francesi avevano preparato la loro spedizione. In particolare si documentarono sull’imbarco delle truppe e dei materiali e sull’organizzazione dei servizi di sussistenza e sanitario. Tra questi ufficiali vi era il futuro comandante del corpo di spedizione, il generale Alfonso La Marmora, ed il futuro responsabile della gestione degli approvvigionamenti a Costantinopoli, il maggiore Alessandro Della Rovere.
Al momento della firma dell’alleanza furono attivate le intendenze militari di Torino e Genova che, sulla base delle relazioni dalla Francia, procedettero all’acquisto di biscotti (gallette), carne salata, foraggi, vestiario ed equipaggiamento per tre mesi. Questo materiale avrebbe dovuto anticipare lo sbarco delle truppe ed in parte lo avrebbe accompagnato. Il problema era che non si sapeva ancora dove il corpo di spedizione sarebbe sbarcato.
Fu deciso comunque che i viveri ed il materiale militare, acquistati in Italia od all’estero, fossero concentrati a Genova, da dove i reparti militari sarebbero partiti. Nella città ligure fu creato un magazzino militare di transito, alle dipendenze dell’intendenza militare locale, con il compito di occuparsi dell’arrivo in città delle merci, delle donazioni fatte dai comuni cittadini e del loro imbarco. La fase invece dell’imbarco delle truppe sarebbe stata gestita da una commissione ad hoc in collaborazione con ufficiali della marina britannica.
Intanto il generale De Cavero, intendente all’armata, in marzo fu inviato a Costantinopoli assieme ad altri uf-ficiali per individuare luoghi ed edifici da trasformare in caserme, ospedali, uffici e magazzini, ed inoltre stipulare contratti con i locali per lo sbarco ed il trasporto delle merci sul suolo turco; il maggiore Morelli, dei Cavalleggeri di Saluzzo-Monferrato, aveva invece il compito di acquistare sul luogo almeno 300 cavalli per gli ufficiali.
Il 31 marzo De Cavero giunse a Costantinopoli, dove, nonostante la buona accoglienza delle autorità locali, incontrò numerose difficoltà ad ottenere quei luoghi idonei per alloggiare la spedizione. Francesi e britannici avevano occupato ormai quasi tutto. Il generale ottenne, come centro d’occupazione per magazzini ed o-spedale, solo degli spazi ed un palazzo presso il villaggio di Joni-Koi, sul Bosforo, ed ad Amassera, sulla sponda meridionale del Mar Nero, presso Sinope. Ma tutto ciò era insufficiente, quindi scrisse al Ministero della Guerra perché gli fosse inviata una buona quantità di legno da costruzione: “Tranne gli uffici, tutto il re-sto, ospedali, magazzini devono essere collocati in baracche”. Ma il legname, ed il corpo del genio che a-vrebbe dovuto allestire il campo, tardarono ad arrivare, così De Cavero fu costretto ad incaricare imprese locali, impiegate già dagli alleati, a costruire gli edifici necessari. A Jeni-Koi fu realizzato un ospedale con 500 letti, costituito da 10 baracche di 54 m. di lunghezza per 6.50 m. di larghezza ed alte 3.60 m., altre quattro baracche furono destinate a magazzino, ogni singola costruzione venne a costare 10.000 lire (oltre 30.000 euro).
Un’altra questione da affrontare era il trasporto del materiale. Infatti se la Gran Bretagna garantiva il trasferi-mento in Turchia delle truppe sui propri bastimenti, il Piemonte però doveva preoccuparsi delle merci e dei rinforzi da inviare nei mesi successivi. A tal fine il governo di Torino impiegò le navi della regia marina (Costituzione, Carlo Alberto, Authion, Tripoli e San Giovanni) inoltre affittò vapori, due dalla Società Rubattino, e legni a vela della marina mercantile italiana e britannica.
Ai primi di aprile le navi che trasportavano le merci richieste da De Cavero salparono da Genova, ma una volta giunte a Costantinopoli le derrate ed il materiale non furono sbarcate, perché non si sapeva ancora il luogo preciso dell’approdo delle truppe. Il rischio era che le merci marcissero. De Cavero decise così di affittare dei depositi presso il porto a prezzi elevatissimi. Inoltre per trainare i legni a vela in porto o per trasportare la merce eventualmente in altri luoghi furono affittati due modesti rimorchiatori per 900 sterline al mese; i francesi e britannici infatti avevano già preso tutto. Le enormi difficoltà che incontrò De Cavero furono spesso attribuite al suo netto rifiuto di ricevere la collaborazione, a Costantinopoli, dei ricchi mercanti genovesi che conoscevano i modi, più o meno leciti, di trattare con i ministri del Sultano.
Contemporaneamente si formava il corpo di spedizione. Da febbraio a marzo furono sospesi i congedi assoluti, il diritto alla pensione per anzianità e la concessione di licenze, furono richiamati quelli in licenza e si aprirono arruolamenti volontari. Il regio decreto del 31 marzo stabiliva che il corpo fosse composto da un quartiere generale principale, 2 divisioni, 1 brigata di riserva, 1 reggimento di cavalleria, 1 brigata di artiglieria da piazza con una compagnia di operai di artiglieria, 1 battaglione zappatori del genio, 1 ufficio d’intendenza, servizio di sussistenza, servizio sanitario, giustizia militare, servizio postale ecc…, con i rispettivi impiegati, militari e civili, e distaccamenti di truppa.
La spedizione si suddivideva quindi in 5 reggimenti di fanteria (20 battaglioni da quattro compagnie ciascu-no), 5 battaglioni di bersaglieri, 1 reggimento di cavalleria e 3 brigate di artiglieria da campagna (6 pezzi per ogni batteria), un distaccamento di carabinieri, uno del treno, uno di soldati infermieri ed uno di soldati operai della sussistenza. Numericamente gli uomini erano 18.058 (1.038 tra ufficiali ed impiegati e 17.020 uomini di truppa), i cavalli 3496. Il corpo di spedizione comprendeva 3.000 uomini di più di quelli previsti dalla convenzione di alleanza. La 1^ divisione era comandata dal generale Giovanni Durando (fratello del Ministro della Guerra, Giacomo Durando) e si componeva della 2^ brigata, affidata al generale Manfredo Fanti (2° reggimento fanteria, 2° battaglione bersaglieri e 7^ batteria da battaglia) e della 3^ brigata, guidata invece dal generale Enrico Cialdini (3° reggimento fanteria, 3° battaglione bersaglieri e 10^ batteria da battaglia). La 2^ divisione aveva a capo il generale Alessandro La Marmora, fondatore del corpo dei Bersaglieri e fratello maggiore del generale Alfonso La Marmora, comandante della spedizione. La 2^ divisione si divideva nella 4^ brigata comandata dal generale Rodolfo Gabrielli di Montecchio (4° reggimento fanteria, 4° battaglione bersaglieri e 13^ batteria da battaglia), e dalla 5^ brigata del generale Filiberto Mollard (5° reggimento fanteria, 5° battaglione bersaglieri, 1^ batteria da battaglia). La divisione di riserva era costituita dalla 1^ brigata del generale Giorgio Ansaldi (1° reggimento fanteria, 1° battaglione bersaglieri, 4^ batteria da battaglia e 1^ sezione della 16^ batteria). Le tre divisione erano inoltre supportate da plotoni dei cavalleggeri di Monferrato che avrebbero svolto le funzioni di guida.
Inizialmente era stato previsto per il comando della spedizione, Ferdinando di Savoia, fratello di Vittorio E-manuele II, ma il 10 febbraio 1855, il duca Ferdinando era morto dopo una lunga malattia e fu così deciso di nominare comandante Alfonso La Marmora, allora Ministro della Guerra.
Le truppe, escluse quelle dislocate sul litorale ed in Sardegna, furono concentrate prima a Torino e poi, il 14 aprile, ad Alessandria alla presenza del re. Lo stesso giorno i soldati ed il materiale furono trasportati in treno a Genova e qui furono imbarcati sulle navi.

La partenza
Nel porto di Genova erano giunte 45 navi britannici (21 a vapore e 24 a vela) destinate esclusivamente al trasporto dei soldati. Su indicazione di La Marmora, il governo del regno affittò dai britannici altre 10 navi per il trasporto dei cavalli, mentre le merci viaggiarono prevalentemente su navi, militari o mercantili, pie-montesi. I piroscafi britannici potevano navigare alla velocità di 12 nodi, ma dovendo trainare i brigantini a vela erano molto rallentati.
Tutto il corpo di spedizione fu imbarcato a Genova, tranne il battaglione della Brigata Casale, che salpò da Villafranca e quello della Brigata Savona dalla Sardegna. A Genova quindi, tra il 25 aprile ed i 2 maggio, s’imbarcò la brigata di riserva su due vapori della marina piemontese, tra il 3 e l’8 maggio, invece, la 1^ divi-sione e tra il 13 ed il 20 maggio la 2^ divisione. Intanto il 28 aprile La Marmora con il suo quartiere generale partì a bordo del regio piroscafo Governolo.
Le prime navi lasciarono Genova con la destinazione di Costantinopoli, ma quelle che salparono dopo la metà di maggio furono invece inviate verso il porto di Balaklava, in Crimea. Infatti La Marmora, appena sbarcato a Costantinopoli, fu raggiunto da un dispaccio inviato da Lord James F. Raglan, comandante britannico in Crimea, che lo avvertiva di dirottare i soldati piemontesi verso il Mar Nero a Balaklava, cittadina conquistata dagli alleati nel settembre del 1854 e teatro della famosa carica dei 600.
Lo sbarco in Crimea significava che le truppe del regno di Sardegna non avrebbero svolto una funzione di riserva, come era sembrato inizialmente, ma si sarebbero trovate sui campi di battaglia. Questo cambiamen-to certamente non preoccupò il comando sardo, ma poneva dei problemi di strategia e gerarchia tra gli alleati. Infatti, al momento di salpare da Genova, La Marmora, ricevendo il personale saluto di Cavour, chiese al Presidente del Consiglio istruzioni precise riguardo l’atteggiamento militare da tenere nei confronti degli altri comandi in Crimea. Infatti il generale non voleva passare come un subordinato ai britannici, e, nel momento di congedarsi, alla sua domanda: “Ma insomma mi vuoi dare queste benedette istruzioni?”, Cavour rispose “Ingegnati!, Fortuna a te, ai nostri soldati ed al paese”. Sulla veridicità di questo colloquio non mancano dubbi, ma i testimoni che lo riportano vollero comunque dimostrare come la spedizione non ricevette disposizioni precise, favorendo così l’atteggiamento dei comandi alleati di rilegare le truppe sarde ad un ruolo secondario nei combattimenti.
La Marmora comunque una certa preoccupazione la percepì già all’inizio del viaggio. Il 24 aprile infatti erano salpati due vapori il Nubia ed il Craesus, utilizzati per trasportare 600.000 razioni di viveri, foraggi e materiale per la costruzione di ricoveri, che dovevano precedere le truppe. L’iniziale progetto, di inviare provviste per tre mesi, era saltato per la mancanza nel regno di grandi compagnie navali per il trasporto delle merci. Quin-di si pensò di caricare il più possibile sulle navi disponibili. Sul Craesus, vapore britannico, furono imbarcate 450.000 razioni di viveri, altro materiale, oltre ad ufficiali e funzionari di truppa. Il vapore doveva inoltre trainare il legno a vela britannico Pedestrian, ma all’alba del 24, a largo di Camogli, nell’insenatura di San Fruttuoso, nel tentativo di legarsi, le due navi si urtarono provocando un incendio sul Craesus. Il vapore andò distrutto, morirono 24 soldati (7 soldati del genio e 15 della sussistenza) andarono perse merci per il valore di 1.300.000 lire (4 milioni di euro) che dovettero essere però subito sostituite. Fu quindi acquistato nuovo materiale, affittate nuove navi e si decise di distribuire la merce su più navi, provocando però così ritardi. Ogni soldato comunque aveva provviste per il viaggio e per tre giorni successivi allo sbarco, ma, in seguito ad un errata interpretazione britannica della convenzione militare, la marina imperiale fornì ai piemontesi il mangiare sulle navi, permettendo così alle truppe sarde di risparmiare i viveri per ulteriori giorni.
Per i cavalli fu acquistato ed inviato fieno per 3.000 cavalli per 45 giorni ed orzo e biada per 10 giorni.
La navigazione durò 12 giorni grazie anche al bel tempo. Solo alcune navi fecero scalo a Costantinopoli, le restanti furono inviate direttamente a Balaklava, dopo una sosta a Malta per rifornirsi. Il trasferimento delle truppe in Crimea risolveva i problemi logistici sorti a Costantinopoli, mentre gli ospedali ed i magazzini co-struiti a Joni-Koi, dove dal 22 aprile era giunto il personale medico, divennero di seconda linea.

Lo sbarco
La Marmora giunse a Balaklava assieme a sei navi di soldati nella sera dell’8 maggio. Il Governolo entrò in porto solo la mattina seguente, perché lo scalo era molto piccolo ed era già occupato da navi britanniche, sempre attraccate in quanto utilizzate come magazzini. L’enorme traffico nell’angusto porticciolo del villaggio di Balaklava fu una delle principali cause del ritardo con cui si effettuò lo sbarco di uomini e materiali piemontesi. Oltre al traffico del porto ciò che colpì i nuovi arrivati era il fetore insopportabile che esalava dalle acque ricoperte da detriti, ed in queste condizioni le navi dovettero aspettare almeno quattro giorni. Per accelerare le operazioni di sbarco e per liberare in fretta il porto, i marinai britannici scaricarono immediatamente il materiale piemontese senza tener conto delle indicazioni del comando sardo (responsabile piemontese del porto era stato nominato il tenente di vascello Vittorio La Marmora, nipote di Alfonso), ed in mancanza ancora di magazzini utilizzabili tutta questa merce fu lasciata deteriorarsi sulle banchine sotto il sole. A complicare la questione delle provviste vi fu la difficoltà di trovare navi per trasferire a Balaklava le provviste precedentemente giunte a Costantinopoli.
A Balaklava La Marmora, su indicazione britannica, scelse il luogo per l’accampamento delle sue truppe sul-le alture del Karani, delle colline appiattite a 3 Km ad ovest del villaggio, con a sud il Mar Nero. Ad est di Balaklava sorgeva Sebastopoli. Durante la giornata si potevano sentire le cannonate dell’assedio, mentre a nord scorreva nell’omonima valle il fiume Cernaia. Il Quartier Generale fu posto in 30 baracche a nord-est del porto nella località di Kadi-Koi.
A caratterizzare la zona era il fetore nauseabondo che persisteva anche oltre il porto. La causa era la con-centrazione in pochi ettari di migliaia di uomini senza che venisse rispettata alcuna norma igienica. Inoltre il caldo asfissiante rendeva insopportabile il giorno e l’umidità, le zanzare e le formiche la notte. Nei giorni ventosi all’afa si sommava la polvere fine che penetrava nei polmoni.
Le truppe intanto iniziarono lo sbarco (al 22 maggio erano sbarcati 9.000 uomini, 1250 cavalli, 150 carri). Dirigendosi verso l’accampamento passavano davanti ai campi britannici senza ricevere da questi alcun cenno di gradita accoglienza. Durante la campagna non ci fu mai tra piemontesi e britannici familiarità, eppure era stata proprio Londra ad insistere perché contingenti sardi, conosciuti per il loro valore e la loro disciplina, partecipassero a questa guerra. Diverso invece il rapporto che s’instaurò tra i francesi ed i piemontesi, anche grazie alla lingua, in quanto tutti gli ufficiali e parte della truppa sarda parlavano correttamente il francese ed il resto del corpo lo capiva benissimo; infatti sebbene da duecento anni la lingua degli atti ufficiali del Regno di Sardegna fosse l’italiano, il francese era ancora diffusissimo.

Le prime azioni
Giunto in Crimea La Marmora da subito partecipò ai quotidiani consigli di guerra con il comandante francese, generale Jean-Jacques Pélissier, il britannico Lord Raglan, veterano di Waterloo, e il comandante turco Omer Pascià. Pélissier era al comando del contingente alleato più numeroso in Crimea, circa 120.000 soldati, mentre i britannici ne avevano 20.000, ed i turchi 55.000 (13.000 contro Sebastopoli). I russi potevano disporre di 150.000 uomini di cui 90.000 nella piazzaforte: quindi il peso francese nelle decisioni strategiche era decisivo. Intanto a Parigi s’iniziava a mal sopportare la lunghezza di questo conflitto. L’imperatore Napoleone III chiedeva al suo generale un successo militare, proponendogli di spostare il conflitto nelle campagne di Sebastopoli dove la resistenza russa era inferiore. Il generale francese e quello britannico invece sapevano che la chiave del conflitto era la città, quindi pur continuando l’assedio, Pélissier accontentò l’imperatore impegnando i russi anche in altre zone.
Il 25 maggio fu dato dal comando francese un ordine d’azione alla quale era prevista la partecipazione dell’esercito sardo. L’operazione consisteva nel far retrocedere gli avamposti russi, che, posti sulle alture che dominavano il campo di Balaklava, sulla sinistra della Cernaia, permettevano di spiare i movimenti degli alleati. Inoltre l’occupazione di quelle alture avrebbe permesso di accedere liberamente ad est, alla Valle di Baidar, ricca di foraggi, verdura e frutta. Il reparto sardo sarebbe stato impiegato nella conquista del ver-sante di Kamara, che dava accesso alla Valle di Baidar, e si sarebbe inoltrato verso il villaggio di Ciorgun.
Il corpo sardo era considerato dagli alleati come un appendice di quello britannico e La Marmora come di-pendente di Raglan, infatti le comunicazioni di iniziative militari, come quella del 25 maggio, partivano dal comando francese per passare a quello britannico che poi le comunicava al piemontese. Solo in seguito al successo nella battaglia della Cernaia questa formula decadde.
Il 25 maggio i piemontesi furono impegnati per la prima volta. La spedizione di ricognizione fu divisa in tre colonne, quella di sinistra era composta dai francesi, comandata dal generale Canrobet, che all’alba scese verso la Valle della Cernaia, e giunti al ponte di Traktir lo sottrasse facilmente ai russi. Il ritiro di questi permi-se l’avanzata fino alle falde delle alture della riva destra del fiume. La seconda colonna, che si muoveva ver-so le alture di Kamara, era agli ordini di Alessandro La Marmora ed era composta da tre brigate, quella del generale Ansaldi, quella del generale Fanti e quella di riserva. Le tre brigate erano sostenute da due reggi-menti (lancieri e ussari) e da due battaglioni della cavalleria britannica. La terza colonna era composta dalla fanteria britannica, comandata dal generale Campbell, ed avanzò ad est di Balaklava; 2.550 turchi guidati da Pascià seguivano di riserva. Nonostante l’ingente schieramento di uomini non furono scambiati colpi di arma tra le due fazioni, se si esclude il leggero scontro sul ponte di Traktir. Piemontesi e britannici senza incontrare resistenza passarono il fiume Suaja per giungere agli accessi della Valle di Baidar (le gole di Baidar e Alsu). A mezzogiorno la colonna si fermò. La Marmora ripassò la Suaja e collocò le sue truppe sulle alture che, da una parte dominavano Kamara, e dall’altro l’angolo dove la Suaja incontra la Cernaia. I piemontesi avevano posto sotto controllo, sul lato destro della Cernaia, una specie di piattaforma che scendeva con una scarpata ripida e rocciosa verso il fiume. Il controllo di questa postazione permetteva di essere padroni delle due rive della Cernaia. Questo luogo fu battezzato Roccia dei Piemontesi ed era al momento il posto più avanzato controllato dagli alleati. Nelle settimane successive l’esercito sardo avrebbe occupato il ponte Zig-Zag, più avanti sulla Cernaia, in prossimità delle uniche strade (Makenzi e Sciuliù) aperte ai russi per accedere alla Valle della Cernaia.
Alla sinistra dei piemontesi a Kamara, avevano preso posto i francesi che occupavano i monti Fieduccine, alla destra i britannici controllavano le alture ad est di Balaklava, sottratte ai russi che si erano ormai ritirati alla difesa di Sebastopoli.
Le ricognizioni continuarono nei primi giorni di giugno senza però che i piemontesi incontrassero resistenza; infatti la Valle della Cernaia e del Baidar erano state lasciate dai russi.
Il primo scambio a fuoco tra piemontesi e russi ci fu il 17 giugno, quando il comando francese chiese ai re-parti piemontesi di passare la Cernaia e marciare per le due rive del fiume fino a Sciuliù, Per poter attraver-sare il fiume La Marmora dette ordine di costruire un ponte di legno e durante questi lavori si verificò un pic-colo scontro con il nemico. Il giorno successivo l’opera era completata e la 1^ divisione e la brigata di riserva, sotto il comando di Durando, passarono la Cernaia e si indirizzarono sulla strada di Woronzof, che collegava Sebastopoli a Yalta, e alle 4 del mattino arrivarono a Sciuliù. Qui i russi avevano 4 battaglioni di fanteria e più dietro potevano contare su 12.000 uomini; 20.000 russi invece controllavano il passo di Makenzi ed altrettanti erano posti al centro, sul Belbek. Nell’avvicinarsi al villaggio i piemontesi furono oggetto di colpi di cannone mentre l’artiglieria sarda si trovava dietro, perché su quell’ignoto territorio non la si voleva rischiare. I russi si erano appostati però lontano, come se volessero attirare i nemici verso l’interno, presso Kodia Sala, dove avevano preparato delle fortificazioni ed i luoghi erano sconosciuti agli alleati. Durando decise di non affondare, il compito dei piemontesi infatti era di attirare i russi allo scoperto, infatti un’eventuale scontro doveva verificarsi presso la strada di Makenzi, caratterizzata da ampi spazi per le manovre. I piemontesi quindi non procedettero e si fermarono sulla destra dello Sciuliù, a cavallo delle alture che dominano il villaggio e quello di Ciorgun. Qui giunse anche la 2^ divisione, schierandosi in seconda linea. Nei giorni successivi reparti piemontesi avanzarono più avanti nella Valle dello Sciuliù, ma i russi adottarono la stessa strategia di ritirarsi ed ammassarsi. Dopo due giorni il grosso delle truppe pie-montesi rientrò.

Il campo di Kamara
L’iniziativa del 25 maggio obbligò gli alleati a spostare più avanti i loro campi. I piemontesi da Karani decisero di accamparsi a nord del villaggio di Kamara, abbandonato dai russi, lungo la strada per Sebastopoli. I parchi cavalli, l’infermeria, l’ospedale ed i magazzini rimasero a Balaklava. Qui rimasero anche le truppe addette ai servizi speciali (genio e treno), sanità, sussistenza, la compagnia d’artiglieria ed il battaglione di artiglieria da piazza. Il Quartier Generale piemontese restò a Kadi-Koi.
Al campo di Kamara furono dettate dal comandante La Marmora le seguenti disposizioni: “[…] nessuno può avvicinarsi alla linea degli avamposti senza avere la parola d’ordine e nessuno può oltrepassarla senza essere munito di una speciale carta di passaggio. Io non mancherò [rivolgendosi a Pélissier] di farvi pervenire ogni 5 giorni la parola d’ordine, d’altra parte ogni ufficiale francese, che avrà bisogno di percorrere le nostre linee, potrà procurarsi questa parola presentandosi al nostro Quartier Generale […]”. L’adozione di queste misure si rese necessaria dopo la scoperta di spie russe che si erano introdotte nelle linee alleate indossando uniformi di ufficiali francesi e britannici. Spesso, dopo essere interrogate, queste spie erano condannate alla fucilazione da un consiglio di guerra.
A fine maggio tutte le truppe piemontesi erano sbarcate ed alloggiate a Kamara. I soldati erano ricoverati sotto comuni tende coniche, formate da un’unica tela di cotone in uso presso l’esercito sardo. Avevano come giaciglio la paglia o il fogliame secco. Le tende degli ufficiali invece erano leggermente più ampie, per tessuto e forma erano simili ai modelli francesi e britannici. Gli ufficiali ricavavano i loro letti dalle ampie casse che erano state utilizzate per il trasporto delle gallette sulle navi. Ad imitazione dei turchi, i piemontesi, per rendere il sole estivo meno ostile, costruirono capanne con rami intrecciati.
Intanto il servizio dei rifornimenti continuava a creare disagi. La distribuzione era regolare, ma i generi erano talvolta avariati e taluni di scarsa qualità. La galletta era buona, quando non era ammuffita, il riso e la pasta erano soddisfacenti, il caffè sapeva di marmitta, ma era bevuto volentieri, il vino era pessimo, ma peggio di tutto era la carne salata, che durissima non veniva toccata, sebbene ne fosse stata acquistata un’ingente quantità.
Sotto la tenda della mensa non vi erano banchi o sedie, fu invece scavato un fossato circolare dotato all’interno di naturali sedute e con la terra centrale che faceva da appoggio. I viveri erano tenuti al fresco in una grande fossa rettangolare, con le pareti rivestite con graticciate e il pavimento ricoperto con assicelle. La terra scavata veniva impiegata per costruire dei muretti tenuti su dai rami e formavano così le pareti al di sopra del suolo. Rami, graticciate formavano il tetto di queste fresche cantine.
Era fatto divieto alla truppa di uscire dal proprio campo, mentre a volte, su richiesta, era concesso agli uffi-ciali di recarsi presso i campi alleati. Durante queste visite gli ufficiali piemontesi erano soliti regalare, per non buttarla, l’odiata carne salata ai colleghi turchi, che invece l’apprezzavano. Mentre dai britannici i pie-montesi spesso ricevevano liquori e tabacco.
Intanto continuavano le difficoltà per trasportare i viveri da Costantinopoli in Crimea; La Marmora aveva promesso ai suoi che due volte la settimana avrebbero ricevuto carne e pane freschi. De Cavero infatti ave-va stipulato un contratto a Costantinopoli per la fornitura di pane fresco, ma questo spesso giungeva a Balaklava troppo tardi ed immangiabile. Fu così rescisso il contratto ed inviata in Crimea la farina per cuocere il pane nei forni da campo. Inoltre nei magazzini di Costantinopoli vi erano 1.400 buoi, 2.500 agnelli ed 800 montoni e grandi quantità di lardo, mentre a Jeni-Koi vi era riso e fieno, imbarcati sulle navi a vela che aspettavano il vento propizio.
Il porticciolo di Balaklava aveva due sbarchi, uno ad est e l’altro ad ovest; da ciascun sbarco partivano due reti di comunicazioni. Una era la ferrovia che arrivava ai magazzini, l’altra, carrabile, giungeva fino agli ac-campamenti del villaggio. La ferrovia poteva essere usata dai piemontesi solo la notte, di giorno spettava agli britannici. Di notte veniva trasportato il legname ed il foraggio, mentre di giorno con i carri venivano trasportati i viveri. I magazzini piemontesi erano a nord del villaggio a 500 metri, le ambulanze, i carri e le bestie da soma effettuavano il servizio di trasporto merci tra Balaklava e Kamara.
Solo a metà di luglio il governo sardo finalmente decise di inviare direttamente a Balaklava le navi merci, senza più sostare a Costantinopoli; inoltre furono affittate altre imbarcazioni. Così la questione delle provvi-ste sembrò risolversi. Nel settembre 1855 De Cavero divenne comandante della brigata di riserva, mentre il suo posto a Costantinopoli fu preso dall’efficiente Della Rovere.
Durante l’estate la siccità si fece sentire. Essendo le sorgenti di Kamara secche, si decise di istallare un ser-vizio di guardia per le provviste d’acqua. Di notte si attingeva l’acqua per la cucina, mentre quella per lavarsi era procurata nei torrenti più lontani. Ma il campo sorgeva a 600 metri d’altezza sul fiume.
A Balaklava e a Costantinopoli vi erano gli uffici postali dell’esercito sardo, ma il servizio del trasporto della posta avveniva tramite navi francesi; la posta subiva quindi la doppia tassazione ed impiegava oltre 20 giorni per arrivare a destinazione.

Le malattie
Nel 1854 l’Europa, in particolare la Francia ed il Nord Italia, era stata colpita dal colera. L’epidemia aveva accompagnato le truppe francesi in Bulgaria prima ed in Crimea adesso. Nei mesi precedenti gli stessi fran-cesi ed britannici erano stati colpiti pesantemente dal colera, dal tifo, dalla tisi, dalla malaria e dallo scorbuto. Con l’arrivo dei piemontesi il numero dei contagiati tornò ad aumentare. Tra i piemontesi il primo caso di colera si era presentato già durante la navigazione, quando l’11 maggio a bordo dell’Authion era morto il cappellano Astengo; altri casi si erano verificati durante lo sbarco per poi aumentare ancora. Con il trasferimento a Kamara la situazione divenne di emergenza. L’ospedale di Balaklava intanto si stava riempiendo, fu così deciso di inviare i convalescenti ed i malati trasportabili all’ospedale di Jeni-Koi. Il 29 maggio presso Kamara fu allestito un ospedale solo di colerosi.
A Balaklava le baracche e le tende potevano ospitare fino a 100 malati, ma in quel momento ve ne erano 800. Quindi fu deciso di costruire due ospedali sulla costa di Balaklava, ma che furono completati solo ad agosto quando l’emergenza fu superata. I letti da ospedali erano 700 in Crimea di cui 500 a Jeni-Koi, ma non bastavano per accogliere tutti, quindi spesso i malati erano costretti a sdraiarsi sulle stuoie in ricoveri im-provvisati. Mancavano anche i viveri adatti ai malati; il governo di Torino infatti non si era preparato per que-sta necessità, mentre molto materiale era andato perso con il Craesus. Il Comando in Crimea fu costretto quindi a rivolgersi ai francesi od ai britannici per ottenere, a volte gratuitamente, ma la maggior parte delle volte pagando, l’indispensabile occorrente contro l’epidemia. Allora si attribuiva la causa del colera, scoperta dalla scienza solo nel 1883, ai batteri nell’aria, ma non a quelli nell’acqua, che mai era bollita prima di essere bevuta. Eppure erano stati sbarcati 300 filtri per l’acqua, ma solo due furono utilizzati, presso il Quartier Generale, i restanti furono rimpatriati ancora imballati.
Al 7 giugno si contavano 869 malati di colera e 383 morti per la malattia. Il personale medico raccomandava al comando, per limitare il contagio, che la truppa faticasse poco, indossasse fasce di lana al ventre e venisse distribuito in grossa quantità vino e caffè. A coloro che erano colpiti dal morbo si somministrava acqua di riso, gocce di laudano, si spogliavano e si strofinavano con panni di lana, inoltre veniva dato loro un forte cordiale di rhum o di cognac, ma scarsa era la razione di cibo, l’opposto dei britannici che oltre a somministrare al malato molti liquidi e liquori gli permettevano anche di mangiare molto cibo.
Spesso i contagiati si rifiutavano di recarsi all’ospedale, dove sapevano che poco si poteva fare per loro; inoltre sapevano che sarebbero stati isolati, esclusi dalla truppa, quindi molti, finché poterono, nascosero la malattia, altri invece ai primi sintomi decidevano di andare a nascondersi nei boschi o nei crepacci in attesa della morte.
Il picco della malattia si toccò nella prima decina di giugno, quando circa 1.300 furono i contagiati e la metà della quale morì. Tra i caduti ci fu, il 7 giugno del 1855, anche Alessandro La Marmora; il comando della 2^ divisione passò al generale Ardingo Trotti.
Il 28 giugno morì Lord Raglan, per colera, e gli successe il generale Simpson. Il 2 luglio per colera moriva anche il generale Ansaldi. I corpi di Alfonso La Marmora ed Ansaldi furono tumulati su una collina in faccia al villaggio di Kadi-Koi.
A Kamara oltre al colera ed a varie febbri si era diffusa una oftalmia speciale detta emeralopia. I soldati affetti durante la notte cadevano in totale cecità, riacquistando la vista solo al mattino. Ne era colpita solo la truppa non gli ufficiali. La causa, allora sconosciuta, era dovuta ad una dieta priva di vitamina A e C. Gli ufficiali invece, sebbene condividessero con la truppa lo stesso rancio, potevano contare su proprie provviste o più soldi da spendere nei cari bazar di Balaklava e Kamesh (questo era un villaggio francese dotato di alberghi, caffè, ristoranti e teatro), dove un pasto completo, composto da omelette, formaggio, pane e 1/2 litro di vino veniva a costare 7 lire, contro la paga mensile di un soldato che era di 70 lire.
Lo scorbuto colpì nei primi mesi del 1856. I suoi effetti negativi furono limitati somministrando ai soldati una bevanda acida antiscorbutica a base di succo di limone, già sperimentata con successo dai britannici. Il co-mando piemontese infatti acquistò da quello britannico 34.000 litri di succo di limone.
Intanto molti dei colerosi guarivano, ma necessitavano di una lunga convalescenza e questo diminuiva la forza da impiegare. Se durante l’estate il colera e le febbri tifoide diminuirono d’intensità, le febbri leggere aumentarono, causando vuoti tra i soldati ed il personale, che dovevano essere coperti. La Marmora chiese a Torino nuovi contingenti per rispettare l’accordo militare di 15.000 soldati. Al 10 agosto la spedizione pie-montese contava 16.919 uomini di cui 14.098 disponibili.

La battaglia della Cernaia
Intanto in agosto l’attività russa si faceva più minacciosa nelle alture in prossimità degli avamposti alleati. Cosacchi a cavallo, appoggiati da reparti di fanteria, si muovevano spesso presso il villaggio di Cingun. Il comando piemontese il 13 agosto fu avvertito da quello francese, in base a informazioni di spie, di un immi-nente attacco russo, ma non avvenne niente. L’allarme fu ripetuto nei giorni successivi; si diceva che i russi avrebbero attaccato prima del 17 agosto.
Gli avamposti alleati sulla Cernaia erano costituiti dal ponte Traktir, controllato dai francesi, e dal trincera-mento sardo al di là della Cernaia, sull’altura detta Zig-Zag (oppure detta opera Cadorna, il maggiore Raffae-le Cadorna ne aveva diretto la costruzione). Queste posizioni erano inoltre supportate da batterie di grossi obici britannici, imprestati ai piemontesi, sul monte Hasafort, e da batterie di artiglieria francese sui monti Fieduccine, che potevano essere attaccate solo dal basso.
La sera del 15 agosto i campi francesi celebravano la tradizionale festa in onore di Napoleone III, e i festeg-giamenti si prolungarono nella notte. Approfittando di ciò e della nebbia, il nemico (circa 18.000 uomini) si era mosso dalle proprie postazioni scendendo in colonne fino alle strade e nelle loro adiacenze, lungo il pendio delle alture. Una colonna di cacciatori (reparti finlandesi) era giunta sui poggi che sovrastano Ciorgun e Karlawa, un’altra, guidata dal generale Read, scese verso la Cernaia, la passò, occupò il ponte Traktir e puntò verso i campi francesi, mentre altre due, guidate dal generale Liprandi, si posero alle estremità del trinceramento piemontese. Alle 4 di mattina del 16 agosto i russi dalle alture dominanti Zig-Zag aprirono il fuoco d’artiglieria; era il segnale d’attacco. I piemontesi (350 uomini comandati dal maggiore Corporandi) resistettero, con i francesi che accorsero quasi immediatamente, nonostante gli effetti dei festeggiamenti. I primi a rispondere al fuoco furono il battaglione del 16°, posizionatosi sul parapetto, e quello del 4° bersaglieri. Quest’ultimo dispose due compagnie sui fianchi del trinceramento, una all’interno della difesa ed unì la quarta al 16° nella Rocca dei Piemontesi a custodia della gola di Ciorgun. Lo scontro durò 45 minuti ed in prevalenza, per la mancanza del tempo di caricare le armi, fu un corpo a corpo con l’impiego delle baionette e perfino dei sassi del parapetto. I piemontesi dallo Zig-Zag ripiegarono in ordine; le compagnie discesero il pendio coprendosi con una linea di cacciatori e giunsero all’altopiano sottostante prendendo posizione nel secondo trinceramento (Rocca dei Piemontesi), appoggiandosi alle due compagnie presenti. Quelle del 16° si disposero sul rovescio orientale dell’altura e quelle dei bersaglieri fra il trinceramento ed il ponte Traktir. Qui i russi non attaccarono con la stessa forza, ma si diressero contro i reparti francesi, dove iniziarono scontri durissimi.
Nel frattempo sul luogo era giunta la 4^ brigata e con essa la 13^ batteria, che da uno sprone del monte Ha-sford aprì il fuoco. Furono fatti avanzare tre battaglioni (il 9°, 10° e 15°), preceduti dai battaglioni del 10° con la 4^ compagnia del 5° battaglione dei bersaglieri. Questo movimento in avanti fu fermato dall’ordine del ge-nerale francese Marris, comandante della cavalleria, posta a sinistra dei piemontesi, perché non lasciassero scoperto il fianco destro del fronte. Intanto ad appoggiare la 4^ brigata era giunta la 5^ che si dispose in se-conda linea con il battaglione del 12°, del 17° e due compagnie del 5° bersaglieri, a destra del monte Ha-sford, mentre il lato sinistro era occupato dai battaglioni 11° e 18°. Poco dietro si schierò tutta la 1^ divisione e la brigata di riserva.
Alle 7 del mattino i russi avevano oltrepassato la Cernaia e puntavano a risalire verso i campi francesi. In questa fase dello scontro fu decisivo l’impiego dell’artiglieria. Le batterie piemontesi della 13^ e 16^ colpiva-no di fianco gli accessi alle posizioni francesi, invase dai russi; mentre la 7^, posizionata sul monte Hasford batteva le batterie russe poste più in basso. In appoggio a quella sarda operavano l’artiglieria francese e tur-ca oltre alla fanteria francese che iniziò a caricare alla baionetta il nemico. Questo circondato e non riuscen-do a sfondare si arrestò ed in ordine iniziò a ritirarsi. I francesi assieme a due compagnie di bersaglieri mos-sero contro i russi, i quali passata la Cernaia avrebbero dovuto subire la carica della cavalleria francese e britannica, ma Pélissier dette ordine di non seguirli. I piemontesi con il 4° battaglione bersaglieri, il 9° ed il 10° fanteria si spinsero alla riconquista dello Zig-Zag. Qui i russi con meno uomini decisero di ripiegare. I russi avevano liberato la Valle della Cernaia, ritirandosi verso le loro originarie posizioni.
Alle 3 del pomeriggio il combattimento era terminato. Tra i piemontesi si contavano 28 morti (3 ufficiali, tra cui il generale Gabrielli di Montevecchio, e 25 soldati), 155 feriti (12 ufficiali e 143 soldati) e 2 soldati dispersi. I francesi ebbero invece 181 morti, 1224 feriti e 46 dispersi, mentre i russi, falcidiati dall’artiglieria alleata, ebbero 69 ufficiali e 2273 soldati uccisi e 31 ufficiali e 1742 soldati dispersi.
L’iniziale diffidenza britannica nei confronti dei piemontesi cadde dopo questa battaglia. La Marmora ricevet-te le congratulazioni di Vittorio Emanuele II e di Cavour, e i comandi e governi alleati non mancarono di invi-are i propri elogi al corpo di spedizione sardo.
Nei giorni successivi si ripeterono falsi allarmi di attacchi nemici, ma ormai i russi si erano stabiliti con 60.000 soldati nei dintorni di Sciuliù.

L’assedio di Sebastopoli
Dal settembre del 1854 il grosso delle azioni militari si concentrava nell’assedio che gli alleati portavano alla piazzaforte russa di Sebastopoli. La città militare si affacciava all’inizio di una insenatura naturale che pene-trava per 5 miglia fino alla foce della Cernaia.
La parte settentrionale della città era difesa da due costruzioni: il forte Costantino, che si affacciava sul porto, e una barriera di terra (Star Fort). I russi, consapevoli della supremazia della marina alleata e dell’inadeguatezza della loro flotta, vecchia e priva di qualsiasi bastimento a vapore, non avevano mai accettato uno scontro navale con il nemico. Inoltre il generale russo Todleben, comandante del genio, per tutelarsi da un eventuale attacco dal mare, aveva predisposto una serie di opere difensive dotando il lato della città che si affacciava verso il mare di 610 pezzi di artiglieria, di vario calibro e disposti su tre piani in batterie e forti. Inoltre la parte esterna della rada era stata separata da quella interna da una catena tesa tra il forte cittadino di Alessandro e quello di Costantino; mentre parte della flotta era stata fatta affondare nella rada, lungo una linea obliqua che correva dal forte Costantino a quello di Nicola, sulla costa meridionale.
La presenza di questa consistente forza di fuoco dell’artiglieria russa, costrinse i bastimenti francesi e britannici a svolgere solo un azione di blocco navale; a cui partecipò anche la marina militare piemontese, con le pirofregate Carlo Alberto e Costituzione, guidate dal comandante della divisione navale, il capitano di vascello Di Negro.
Per gli alleati quindi un attacco alla città era possibile solo da sud e via terra. Ma anche questo settore era ben difeso dai russi.
La parte meridionale di Sebastopoli, dove si sviluppava la maggior parte della città, infatti, aveva come difese i forti della Quarantena, quello di Alessandro, di Nicola e il forte Paolo. Da settembre 1854 i russi avevano iniziato e completato rapidamente i lavori per unire questi bastioni con un’unica linea di difesa, costituita da un lungo terrapieno, difeso da palizzate ed interrotto, nei punti più alti, dalle ridotte, cioè dei terrazzamenti dotati di artiglieria pesante e leggera da cui i russi potevano colpire gli alleati in avanzata. Da questo momento la guerra si combatté, tra le prime volte nella storia militare, nelle trincee.
Di notte i reparti del genio russo scavavano e fortificavano gli avamposti intorno alla città, sostenuti dal fuoco amico, in modo da contrastare da queste posizioni l’avanzamento dei francesi. Inoltre di fronte alle loro opere i russi seppellivano delle scatole piene di materiale esplosivo con all’interno, disteso, un tubo di vetro contenente una sostanza, simile allo zolfanello fulminante. Il vetro se rotto da un piede attivava lo zolfanello che provocando delle scintille innescava l’esplosione. Questo rudimentale ordigno aveva una bassa potenzialità offensiva, ma era un ottimo allarme contro gli attacchi nemici.
Inoltre ostacoli di ogni genere erano stati accumulati sull’orlo o dentro i fossati, che erano per di più dotati di cannoni e mitragliatrici. Dall’altra parte i francesi, alla luce di razzi luminosi, avanzavano attraverso la realizzazione di nuovi trinceramenti o li strappavano al nemico. Di giorno l’artiglieria pesante (i britannici e francesi impiegavano giornalmente 500 tra cannoni e mortai d’assedio) era la protagonista.
L’artiglieria britannica era solita impiegare proiettili di ferro di piccolo calibro, non superiori ai 3 chilogrammi di peso, ed a breve gittata, molto modesta rispetto a quella francese. Questa infatti utilizzava proiettili fino a 90 chilogrammi e lanciati da grande distanza. Questi proiettili potevano essere anche esplosivi, oppure contenere al loro interno ulteriori piccoli proiettili o granate, che toccando terra volavano lontano, fino ad un raggio di 500 metri, ed esplodere. L’artiglieria russa era molto valida; fu la prima, proprio in Crimea, a far de-tonare le mine elettronicamente, ed ad usare i razzi incendiari. Come i francesi impiegavano proiettili di ferro pieno da 14, 30 e 90 chilogrammi.
I combattimenti più duri, prevalentemente corpo a corpo (circa il 20% dei morti in Crimea fu provocato da ferite inferte da baionette od armi da taglio), si svolgevano invece in prossimità della torre Malakof, posta a sud est della città. Alla difesa di questa tozza bianca torre, ormai in rovina, i russi avevano disposto una rete di fortificazioni e barriere chiamate dai francesi Mamelon Vert; qui si concentrava la difesa russa.
Sebbene l’esercito russo fosse più numeroso, esso perdeva il confronto con gli alleati sul piano delle dota-zioni delle armi e della strategia militare adottata dalla fanteria. Parte dei fanti britannici erano infatti dotati di moschetti Brown Ben, un fucile a pietra focaia, calibro 735, e dal peso di 6 chili, che aveva però una gittata di fuoco non superiore ai 100 metri, ed il proiettile era una volta e mezza le dimensioni del proiettile di una attuale mitragliatrice calibro 50. Il resto della truppa combatteva invece con i fucili Enfield 1852, di produ-zione statunitense, calibro 577, che potevano colpire un bersaglio fino a 1.600 metri. I reparti francesi usa-vano i rivoluzionari fucili Minié, che permetteva alla Francia di vantare la più potente fanteria del mondo.
Durante il conflitto un proiettile su 16 raggiunse un bersaglio umano, rispetto ad uno su 459 della battaglia di Waterloo.
I russi invece impiegavano vecchi moschetti a canna corta ed a corta gittata, molti dei quali difettosi, che costringevano i fanti ad impiegare quasi il doppio del tempo per caricare il loro fucile rispetto ai britannici. Solo 6.000 fucilieri russi potevano disporre di armi paragonabili a quelle degli alleati. Inoltre i russi non erano addestrati all’uso delle armi, durante gli scontri, in particolare nelle campagne di Sebastopoli, li era ordinato di avanzare in massa, sparare tutti insieme un solo colpo, spesso senza neanche prendere la mira, e poi caricare alla baionetta.
La cavalleria, impiegata prevalentemente nella prima fase del conflitto, e nelle zone adiacenti alla Cernaia, vedeva la supremazia di quella alleata, in particolare quella britannica, armata di carabine, lance con punta di acciaio, sciabole e rivoltelle Colt. I lancieri britannici nelle azioni si muovevano rapidamente e con estremo vigore, superando spesso la cavalleria russa che, sebbene potesse contare su quasi 30.000 cavalieri, risul-tava molto lenta ed impreparata.
Tra la primavera e l’estate del 1855 a Sebastopoli si verificarono gli scontri più duri e decisivi dell’assedio.
All’alba del 17 giugno, francesi e britannici scatenarono un tremendo fuoco d’artiglieria contro tutte le opere ed in particolare contro la torre Malakof. Il cannoneggiamento durò incessantemente fino alle 3 del mattino seguente, quando i francesi avrebbero dovuto muoversi contro la torre, mentre i britannici, con 6.000 uo-mini, avrebbero attaccato il Gran Redan (il bastione difensivo alla sinistra del Malakof). Nonostante il comando alleato avesse deciso l’ora dell’attacco alle 3 della mattina, si stabilì comunque che il momento della carica alleata fosse confermata dal lancio di un razzo da una batteria britannica. Ma alle 2,40 il generale francese Mayran scambiò lo scoppio di alcuni traccianti per il segnale convenuto, anticipando così l’attacco. I francesi si mossero sulla destra, per il vallone del Carenaggio, ma i britannici e le altre colonne francesi (la divisione del generale Brunet al centro e la divisione del generale d’Autemane a sinistra) non si erano ancora dispiegate, che ricevettero l’ordine di muoversi immediatamente. I francesi sulla destra rimasero comunque a lungo scoperti e falciati dal fuoco nemico. Mayran fu ferito mortalmente, la colonna oscillò, vacillò e fu costretta al ritiro, mentre i britannici, disposti su tre colonne, stavano entrando in azione, concentrando adesso su di essi il fuoco nemico. I britannici non ebbero miglior fortuna, infatti, incapaci di proseguire, si gettarono dietro i francesi in ritirata. La colonna di sinistra si mosse contemporaneamente a quella centrale, ma meno esposta al fuoco nemico degli altri reparti, in quanto agendo in un area coperta da terrapieni, giunse fino alle opere russe, riuscì perfino ad impadronirsi temporaneamente della postazione difensiva nemica, ma la ritirata delle altre colonne, la vide subire l’assalto delle riserve russe. Anche questa colonna fu costretta a ritirarsi, mentre Brunet era colpito a morte.
In tre ore di combattimenti i francesi avevano perso 1.786 soldati e 1.765 erano rimasti feriti, i britannici ave-vano avuto 283 perdite e 1.287 feriti, i russi invece 797 morti e 3.179 feriti, ma almeno 4.000 russi erano ri-masti uccisi nei bombardamenti alleati delle ore precedenti l’attacco.
La disfatta alleata giungeva per i francesi nello stesso giorno di quella di Waterloo.
Per gli alleati comunque il successo della campagna dipendeva dalla conquista della piazzaforte. L’assedio così continuava.
Nell’agosto, quando le trincee francesi erano a non oltre 100 metri dalla torre Malakof, i russi decisero di al-lestire a nord un campo trincerato come ultima difesa qualora gli alleati fossero riusciti a sfondare a sud. I russi sapevano che il decisivo attacco alleato alla città si sarebbe verificato presto.
Il comando francese decise di attaccare l’8 settembre a mezzogiorno, per stringere i tempi ed evitare che i russi potessero ricevere rinforzi. Le preoccupazioni degli alleati provenivano da informazioni ricevute sulla capacità di fuoco dei russi. Infatti questi, dietro le prime batterie maltrattate dagli alleati, ne avevano di altre intatte e costruite appositamente per ricevere le colonne d’assalto. Quando gli alleati fossero arrivati in pros-simità dei bastioni della città o avessero sfondato, si sarebbero trovate nella zona di fuoco delle batterie di grosso calibro, posizionate dai russi a nord della rada, con reparti freschi e ben equipaggiati.
Nei due giorni precedenti l’attacco, l’artiglieria alleata colpì quindi pesantemente e senza sospensioni la piazzaforte provocando la morte o il ferimento di circa 10.000 russi. Da 200 metri di distanza il fuoco alleato era diretto sopra il Bastione Centrale, sul Mât e sulla torre di Malakof. Il cannoneggiamento durò fino alle 7 del mattino del giorno 8, quando i francesi riuscirono a posizionare le proprie trincee a circa 30 metri dalla torre.
L’attacco, ormai prossimo, avrebbe coinvolto tutto il fronte. Al 2° Corpo d’Armata francese, 4 divisioni co-mandate dal generale Bosquet, fu affidato il compito di assalire il Piccolo Redan, il ridotto di Malakof ed il tratto di cortina che li univa. I britannici avrebbero assaltato il Gran Redan, mentre il 1° Corpo d’Armata fran-cese, comandato dal generale De Salles, avrebbe condotto l’assalto dal Bastione del Mât al Bastione Cen-trale ed alla cortina intermedia.
Con le truppe di De Salles si sarebbe mossa anche la 3^ brigata sarda comandata dal generale Cialdini. La Marmora aveva insistito che le sue truppe non fossero escluse dall’attacco, e fu deciso di impiegare una sola brigata per evitare di lasciare scoperti gli avamposti alleati, dove le truppe sarde erano maggiormente impiegate. Per non fare parzialità si era estratta a sorte la brigata tra le tre che non avevano partecipato alla battaglia della Cernaia. La brigata Cialdini era composta dal 3° reggimento provvisorio (battaglioni 7°, 8°, 13° e 14° fanteria e del 3° battaglione bersaglieri, integrati da 100 uomini presi dagli altri quattro battaglioni bersaglieri – 25 da ciascuno -). I soldati di Cialdini partirono dal campo di Kamara la sera del 7 settembre e passarono la nottata presso il campo francese. La mattina dell’8 alle ore 11 il battaglione, preceduto dalla 1^ compagnia zappatori del genio, si avviò alle trincee, prendendo posizione alla sinistra della colonna d’assalto di De Salles. Questa doveva però intervenire solo dopo che il Bastione Centrale fosse stato conquistato dai francesi. Poi la brigata piemontese avrebbe dovuto sostenere gli assalti all’interno della città.
Dalle 10 alle 12 gli alleati continuarono il bombardamento delle città, mentre contemporaneamente le truppe d’assalto si schieravano nelle trincee. A causa dell’affollamento delle linee alleate di soldati e materiali, lo schieramento dei reparti per l’attacco fu complicato, i piemontesi per esempio seppur giunti presto sul luogo delle operazioni, solo alle ore 14 poterono disporsi. A mezzogiorno le truppe francesi del 2° Corpo d’Armata (circa 6.000 uomini) avanzarono, le truppe britannici e quelle francesi del 1° Corpo, attesero il segnale. Al momento stabilito la 1^ divisione del 2° Corpo d’Armata, guidata dal generale Mac-Mahon, uscì dalle trincee e si lanciò su quelle di Malakof, preceduta da drappelli con rampe, ponti e scale per superare fossi e salire parapetti. Un reggimento di zuavi e due reggimenti di fanteria varcarono il primo fosso, salirono sui parapetti della ridotta e si dettero al combattimento corpo a corpo. I difensori non ebbero il tempo di organizzarsi di fronte al ripetuto ed impetuoso assalto. Dopo venti minuti il terrapieno era in mano ai francesi e la bandiera del 20° fanteria sventolava sulla ridotta. Dall’interno della torre 60 russi resistevano ancora, minacciando di far scoppiare la difesa che, come ogni barriera della piazzaforte, era stata minata. Su questo punto il combattimento continuò delle ore, costringendo i francesi ad impiegare anche la divisione della Guardia fino allora tenuta in riserva. I russi furono stanati dal Malakof con il fumo ed il fuoco appiccato ai gabbioni; la caduta di questo bastione, adesso occupato da due divisioni britannici, rendeva indifendibile la parte meridionale della città.
Contemporaneamente la 2^ divisione del 2° Corpo d’Armata, del generale La Motterouge si era lanciata con-tro la cortina tra il ridotto Malakof ed il bastione del Piccolo Redan, l’aveva superata ed era penetrata all’interno della città. La 3^ divisione del 2° Corpo d’Armata, comandata dal generale Dulac, era stata respin-ta nell’assalto al Piccolo Redan per due volte, accolta da un vivissimo fuoco di mitraglia e di moschetti. Nel ripiegare si era unito alla divisione di La Motterouge che resisteva sulla cortina. I britannici, guidati dal gene-rale Codrington, avevano circondato il Gran Redan ed erano scesi nel fosso, avevano scalato i parapetti ed occupato il Bastione. Qui però furono assaliti da riserve numerosissime e mitragliati da cannoni di piccolo calibro, fino ad allora rimasti nascosti o trasportati sul luogo rapidamente, i britannici dopo un’ora furono costretti a ritirarsi con gravissime perdite. De Salles si mosse con ritardo, perché non aveva avvertito il segnale, indebolendo così l’assalto della divisione Lavaillant che era stata respinta sul Bastione Centrale. Senza il controllo francese di questo bastione la brigata di Cialdini e la divisione francese del generale D’Autemarre, anch’essa del I° corpo, non potevano intervenire nell’assalto. Alle ore 17 i francesi controllavano solo la ridotta di Malakof. Ma inaspettatamente il comando russo, comunque consapevole che la perdita di Malakof rendeva inutile qualsiasi difesa ad oltranza, diede ordine di ritirarsi dalla città. I russi abbandonarono Sebastopoli percorrendo il ponte di zattere lungo 900 metri, realizzato nella rada tra il forte Michele e quello di Niccolò, mentre il genio faceva esplodere le fortificazioni ed il porto; solo 15 edifici su 15.000 presenti in città rimasero indenni. Ormai con la notte in arrivo, Pélissier dette ordine di non inseguire il nemico; Sebastopoli era caduta.
La brigata Cialdini rimase fino alle 18 e mezzo nella sua postazione, quando ricevette l’ordine di ritirarsi. Du-rante le operazioni per raggiungere ed evacuare la trincea dell’assedio i piemontesi però registrarono la per-dita di 4 uomini ed il ferimento di 32. I francesi ebbero 1634 morti, 1410 dispersi e 4513 feriti, i britannici 2447 tra feriti e morti ed i russi 2972 morti, 8066 feriti e1875 tra dispersi e prigionieri.
Nelle settimane successive i comandanti dell’armata alleata inviarono a La Marmora due cannoni da campa-gna di bronzo sottratti ai russi nell’assedio decisivo di Sebastopoli, come segno di stima e fratellanza. I due cannoni furono inviati in Piemonte con il regio piroscafo Governolo.

L’inverno
L’attacco decisivo degli alleati contro Sebastopoli dell’8 settembre, aveva liberato la città dai russi costrin-gendoli a ritirarsi nelle campagne, minacciando però ancora gli avamposti alleati.
Mentre a Sebastopoli restavano solo due divisioni francesi ed una britannica, oltre ad una grande batteria di artiglieria sul lato sud della rada, il resto dei reparti fu trasferito sul fronte della Cernaia fino alla Valle del Beidar. La morte in primavera di Nicola I, la successione a zar di Alessandro II, meno affascinato del padre dalla politica di potenza, e la caduta di Sebastopoli, modificarono lo scenario della guerra, la sua conclusio-ne sembrava avvicinarsi.
Infatti l’autunno fu tranquillo dal punto di vista militare. I reparti piemontesi da soli o con i francesi svolsero esclusivamente operazioni di perlustrazione. Il nemico adesso per i piemontesi era il freddo e la fatica della vita del campo. Nell’estate del 1855, La Marmora, sapendo che avrebbe dovuto passare l’inverno in Crimea, aveva chiesto a Torino l’invio di speciali tende e nuovo materiale per le baracche. Nel rapporto al Ministero della Guerra il generale chiedeva 200 tende, almeno per gli ospedali ed uffici. Ma quelle leggere della truppa erano inutilizzabili per l’inverno, dovevano essere sostituite, ma ne occorrevano 1.800. Il comandante auspi-cò che questo materiale giungesse a Balaklava entro la metà di settembre, ma viste le solite difficoltà nel trasporto delle merci, si decise di formare una commissione che studiasse i modi per migliorare le condi-zioni della vita da campo. Questa commissione approvò la costruzione per l’inverno di capanne (gourby) con la forma di un parallelepipedo, lunghe 4,30 metri e larghe 2,20, profonde nel terreno 80 centimetri e alte dal suolo 1 metro e 30 centrimetri. Il tetto sarebbe stato di graticci, spalmato con uno strato di malta (fatta di pietre e terra) dallo spessore di 50 centrimetri, il tutto ricoperto da uno strato di 10 centimetri di terra. La struttura fu realizzata senza l’utilizzo di chiodi od altre ferramenta. Le capanne potevano ospitare sei persone, furono dotate di mobilia, si crearono sedie, tavoli e portabiti, mentre massi e pietre scavate facevano da sedute, da lavabi e da cucina. Tra le capanne furono realizzate piazzole coperte con panchine. Alla fine di settembre le strutture per l’inverno erano terminate.
Intanto i britannici proposero al comando piemontese di costruire il tratto di ferrovia da Balaklava al campo di Kamara, per facilitare il trasporto di viveri e materiale al campo piemontese. La Marmora accettò ed il 20 settembre si dette iniziò i lavori per la realizzazione dei 12 km di ferrovia che dividevano i due villaggi, sotto la direzione di Cadorna. A novembre furono realizzati due km di binari, ma i lavori si dovettero fermare qui perché i macchinari britannici per la posa dei binari, fatti apposta giungere in Crimea, non potevano essere utilizzati oltre certe pendenze che invece caratterizzavano le alture intorno a Balaklava. Inoltre le locomotive britannici non funzionavano, i vagoni potevano essere trainati solo dai cavalli, i quali subirono numerosi inci-denti in tali operazioni. Si decise quindi di costruire delle baracche-magazzino alla fine del tratto della ferro-via che presero il nome di stazione Moncalieri.
Tra ottobre e dicembre le azioni militari si ridussero, i soldati avevano meno impegni, quindi non mancò chi si dette alla cacciagione, oppure a dipingere, scolpire, scrivere versi; all’inizio del 1856 si creò perfino un circolo musicale. Ma le condizioni atmosferiche si facevano più pesanti. A novembre un uragano spazzò via tende e baracche del campo Kamara, inoltre insistenti nevicate si alternarono alla pioggia, accompagnando i belligeranti fino a marzo.
Il 18 dicembre La Marmora ricevette l’ordine del re di recarsi a Torino e poi a Parigi, qui infatti dal 25 feb-braio si erano avviati i negoziati di pace, ai quali partecipava anche Cavour alla pari delle altre potenze. Nelle giornate conclusive il Primo Ministro piemontese illustrò ai rappresentanti internazionali l’annosa questione italiana.
La guerra sembrava ormai volgersi favorevolmente per gli alleati. Il comando piemontese fu assunto così temporaneamente da Durando.
Il 19 dicembre a Kamara furono registrati –18 gradi, mentre presso gli avamposti di Zig-Zag – 21. Nelle ca-panne i soldati sopportavano il freddo, ma le sentinelle negli avamposti soffrivano. Con ritardo il 3 gennaio furono consegnati farsetti a maglia e calze di lana e 200 paia di guanti di feltro rimasti a lungo a Costantino-poli. Dietro pagamento il comando francese cedette 33 paletôt foderati di pelle di montone e destinati alle sentinelle.
Con febbraio le condizioni meteo migliorarono, ma giunse il fango che impediva i movimenti alle truppe. Inoltre l’inverno aveva causato numerosi malati alle vie respiratorie con l’aggiunta di malati di scorbuto, circa 1.900 ammalati dovettero ricorrere alle cure degli ospedali in Crimea e di Jeni-Koi.

La pace
Le settimane passavano e si iniziava a diffondere la voce che i russi stavano per cedere. Queste voci trova-rono conferma il 14 marzo quando fu annunciata la firma dell’armistizio valevole fino al 31 marzo. In questo periodo nacque una certa fratellanza tra i nemici. Gli ufficiali francesi furono ospitati da quelli russi e vicever-sa. Invece permase la diffidenza nei confronti dei russi, ritenuti i responsabili della guerra, da parte dei bri-tannici e dei turchi.
La guerra sembrava davvero conclusa, tanto che francesi e britannici si preparavano ad imbarcare il loro materiale. Il 16 marzo La Marmora rientrò in Crimea e dette anche lui ordine di imbarcare il materiale dei parchi di Balaklava. Fece inoltre sistemare il cimitero piemontese di Joni-Koi, che ospitava, tra gli altri, le tombe dei generali La Marmora, Ansaldi e Gabrielli di Montecchio, chiedendo che i reparti britannici e le au-torità turche ne tutelassero la sacralità.
Il 22 marzo dalle rovine del piccolo castello genovese che dominava il porto di Balaklava fu staccata come ricordo una pietra da consegnare al municipio di Genova.
La pace fu firmata in aprile. Fu deciso di riconoscere lo status quo ante nella regione, che il Mar Nero fosse smilitarizzato e che fosse garantita la libera navigazione del Danubio. La guerra era finita.
Il materiale della spedizione, quello che non poteva essere trasportato, in parte fu venduto o regalato, men-tre il resto fu imbarcato. L’imbarco del materiale prima e delle truppe poi fu molto rallentato dalle simili ope-razioni francesi e britanniche, dal porto piccolo e dalla solita mancanza di navi. Fu quindi deciso di far partire le navi anche dal porto di Kamesh che era sotto l’amministrazione britannica. Le prime navi con i soldati partirono il 15 aprile e dopo 5 giorni di navigazione raggiunsero La Spezia, qui era stato allestito un campo di quarantena per 8.000 soldati. La spedizione rientrò completamente alla fine di maggio. Durante la loro navigazione le navi sostarono per rifornirsi presso Malta, Cagliari o Livorno. Fu così volutamente evitato di accedere ai porti del Regno delle Due Sicilie. I Borboni infatti non gradivano nei loro approdi la presenza di navi piemontesi che potevano favorire l’insorgere di manifestazioni unitarie ed antiborboniche.
Il 19 maggio il Comando piemontese s’imbarcò. Dopo una sosta a Costantinopoli, La Marmora il 29 maggio giunse a La Spezia, dove fu accolto dalla popolazione locale in festa. Attese di scendere a terra il giorno successivo, per sottoporsi alla visita della commissione medica, infatti una settimana dopo i primi sbarchi era stato deciso di annullare la quarantena per i reduci. Sempre il 30 maggio il generale si recò a Genova as-sieme agli ufficiali ed alla truppa. Qui l’accoglienza fu ancor più clamorosa e calorosa.
Il 15 giugno tutto il corpo di spedizione fu fatto riunire a Torino per la restituzione della bandiera e la distribu-zione delle medaglie; il tutto alla presenza del re e dei ministri francese, britannico e turco presso il regno di Sardegna. Il 20 giugno 1856 il corpo fu sciolto.
La spedizione aveva registrato 2.278 morti per colera, 1.340 per tifo, 452 per malattie comuni, 350 per scor-buto, 52 per incidenti, 38 per febbri tifoide, 3 per suicidio e 32 in battaglia. Il numero dei caduti al di fuori delle battaglie era stato incredibilmente alto, il Regno di Sardegna aveva pagato a caro prezzo, ma non invano la partecipazione alla guerra in Crimea. Infatti i contatti diplomatici che Cavour ebbe a Parigi nel 1856, furono i primi passi verso l’appoggio della Francia e la neutralità della Gran Bretagna nel 1859, anno in cui si avviarono con successo le campagne militari per l’unificazione dell’Italia.

Roberto Di Ferdinando

Bibliografia orientativa
Bibliografia a carattere generale:
R. Albrecht-Carriè, Storia Diplomatica d’Europa (1815-1968), Laterza, Roma-Milano, 1978, Vol. I.
E. Di Nolfo, L’Italia e l’Europa durante la seconda restaurazione, il Piemonte cavouriano, la guerra di Crimea, Rizzoli, Milano, 1965.
R.B. Edgerton, Gloria o morte, Il Saggiatore, Milano, 2001.

Bibliografia a carattere specifico:
G.F. Ceresa di Bonvillaret, Diario della campagna di Crimea, tolto dal taccuino di un sottotenente del 2° reg-gimento di guerra dal 1° aprile 1855 al 16 giugno 1856, L.Roux, Roma-Torino, 1894.
P.G. Jaeger, Le mura di Sebastopoli: gli italiani in Crimea 1855-56, Mondadori, Milano, 1991.
C. Manfredi (a cura), La spedizione sarda in Crimea nel 1855-56, narrazione di Cristoforo Manfredi, completata con la scorta dei documenti esistenti nell’archivio del Corpo di Stato Maggiore edito nell’anno 1896., Tipografia Regionale, Roma, 1956.
C. Rubiola, L’armata sarda in Crimea, notizie sanitarie e teraupetiche corredate di documenti inediti, Pacini-Mariotti, Pisa 1969.
C. Woodham-Smith, La carica dei 600 – Balaklava, Rizzoli, Milano, 1981.

3 comments on “Storia – La spedizione piemontese in Crimea

  1. sedia scrive:

    Ottimo articolo. Ninfa Lucchesi

  2. vittorio vellano scrive:

    molto interessante e dettagliato l’articolo.
    un mio antenato (nome:CARLO cognome: BRUNO 1832-1899) partecipò (immagino ventitrenne…) alla spedizione (ho le medaglie da lui ricevute), ma non sono a conoscenza dove fosse inquadrato.
    Come sarebbe possibile identificare la sua posizione nel Corpo di Spedizione?
    Grazie

    • Roberto Di Ferdinando scrive:

      salve,
      per l’articolo ho consultato alla biblioteca di Firenze il seguente testo:
      C. Manfredi (a cura), La spedizione sarda in Crimea nel 1855-56, narrazione di Cristoforo Manfredi, completata con la scorta dei documenti esistenti nell’archivio del Corpo di Stato Maggiore edito nell’anno 1896., Tipografia Regionale, Roma, 1956. Inoltre, per la sua ricerca le consiglio di informarsi anche preso il Ministero della Difesa.
      Grazie a lei.
      Serenità
      Roberto

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