Recinto come barriera fisica, naturale, come le montagne, i fiumi o gli steccati. Ma anche come barriera convenzionale, come una frontiera. Frontiere che sono lentamente sparite, superate dalla politica e dagli scambi economici. Da tante frontiere, ad un'unica frontiera, da tanti recinti ad un unico recinto, internazionale, che avvolge la nostra contemporaneità

Il record negativo del Brasile

(fonte: Corriere della Sera), a cura di Roberto Di Ferdinando

Nelle settimane scorse il Brasile ha guadagnato i titoli principali della stampa internazionale in quanto nel 2012 si prevede che raggiungerà il 5° posto nella classifica mondiale per PIL prodotto (l’Italia è all’8° posto). Invece, meno evidenza è stata data ad un record, questa volta negativo, che il paese latino americano da alcuni anni ha conquistato, quello della “violenza” di Stato. Recentemente il giornalista del Corriere della Sera, Gian Antonio Stella, noto al pubblico per le quotidiane denunce dei privilegi della casta italiana, in un suo articolo sul quotidiano di via Solferino, ricordava l’uscita nelle librerie di “Crescita economica e violazione dei diritti umani in Brasile”, un libro di Alessandro Monti, docente di politica economica a Camerino, in cui si denuncia, citando testimonianza tratte dai rapporti ufficiali che, per esempio, nei soli stati di Rio de Janeiro e San Paolo, negli ultimi anni, sono stati uccisi 11.010 persone dalla polizia perché “faceva resistenza all’arresto”.
Il Brasile sembra quindi essere un paese dalle mille contraddizioni, in un periodo dinamico economico, aumentano le violenze, i soprusi e le disparità sociali. Ma già in passato il paese aveva conosciuto un forte balzo economico (+14% del PIL), e sembrerà strano, ma avvenne nel periodo più sanguinoso della dittatura militare (1969-1974) di Garrastazu Medici in cui furono sospesi i diritti fondamentali. Non solo, oggi gli investimenti stranieri in Brasile sono 10 volte più numerosi, rispetto a 10 anni fa, la classe media nello stesso periodo di tempo è aumentata da 66 a 95 milioni di persone, ma nonostante questo si è anche allargata la forbice che tiene ancor più distante i ricchi dai poveri (solo nel Sudafrica e nel Botswana l’ingiustizia sociale è più crudele) . Un paese contraddittorio.
In Brasile la popolazione carceraria si compone di 496,251 persone (1 ogni 413 abitanti) e molti di questi vivono in condizioni disumane. Eppure in Brasile i violenti sembrano essere anche coloro che dovrebbero garantire l’ordine ed il rispetto della legalità. Secondo un rapporto di Amnesty International, nel 2009 la polizia avrebbe ucciso in “atti di resistenza” 1.048 persone a Rio de Janeiro e 543 a San Paolo (+ del 41% rispetto al 2008). Il professor Monti ricorda nel suo libro che vittime di violenze da parte delle autorità di polizia sono principalmente i nativi (guarani-kalowà, quilombola) e le popolazioni “afrodiscendenti”. Ed ancora, secondo le indagini dell’Onu, nel 2008 negli USA si è verificato 1 caso di police killing ogni 37.751 persone arrestate, nello stesso anno, nel solo stato di Rio de Janeiro si è verificato un tale caso ogni 348 arresti ed a San Paolo 1 ogni 23 arresti (!). E se non bastasse, Monti cita un’altra statistica-denuncia di ACAT France (Action des Chrétiens pour l’Abolition de la Torture, con sede a Parigi), la Un Monde Tortionnaire 2011, da cui risulta che “la maggior parte delle persone che lottano per il diritto ad un alloggio e alla terra, membri di comunità indigene, contadini senza terra e squatter urbani, è vittima di gravi violazioni dei diritti dell’uomo: torture, assassini, esecuzioni senza processo che, mediamente, si traducono in oltre 50.000 omicidi l’anno commessi ufficialmente per ragioni di sicurezza, il numero più elevato al mondo” (citazione dall’articolo del Corriere della Sera). Spesso, responsabili di tali omicidi le milizia, gruppi paramilitari costituiti da membri delle forze di polizia fuori servizio o in pensione che operano con violenza nelle favelas per conto anche delle organizzazioni di narcotrafficanti.
Dimenticavo, il Brasile è lo stesso paese in cui si è rifugiato l’assassino Cesare Battisti, è sempre lo stesso paese che non consegna all’Italia l’assassino Battisti perché nel nostro paese Battisti sarebbe “ perseguitato per le sue idee politiche”.
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