Recinto come barriera fisica, naturale, come le montagne, i fiumi o gli steccati. Ma anche come barriera convenzionale, come una frontiera. Frontiere che sono lentamente sparite, superate dalla politica e dagli scambi economici. Da tante frontiere, ad un'unica frontiera, da tanti recinti ad un unico recinto, internazionale, che avvolge la nostra contemporaneità

Storia – I complotti ed i crimini nell’antico Egitto

Mentre in Egitto l’accusa chiede la condanna a morte dell’ex presidente Mubarak, soprannominato il “Faraone”, riporto qui sotto un mio vecchio articolo sulle congiure nell’antico Egitto, pubblicato sulla rivista Dossier & Intelligence nel 2004.

Artcioo pubblicato su Dossier & Intelligence nel 2004
Testo di Roberto Di Ferdinando

Nell’ambito del ciclo di conferenze intitolato “Il Crimine – complotti, veleni e delitti -”, organizzato dall’associazione culturale fiorentina Eumeswil , la dottoressa M. Cristina Guidotti, direttrice del Museo Egizio di Firenze, ha tenuto una lezione dal titolo:”Complotti, crimini e processi nell’antico Egitto”.
La dottoressa Guidotti ha dedicato la parte centrale del suo intervento al racconto di due complotti, mossi contro i faraoni Amenemhat I e Ramsete III, di cui abbiamo oggi testimonianza grazie al ri-trovamento di particolari documenti.
Secondo le scritture pervenuteci Amenemhat I, faraone della XII dinastia, fu assassinato nel 1962 A.C., da una congiura ordita da nobili con la complicità di alcuni personaggi di corte, in particolare all’interno dell’harem del faraone.
Il mancato ritrovamento della mummia di Amenemhat I non ha permesso di accertare le effettive cause del decesso del faraone, ma in aiuto alla tesi del complotto vengono due documenti.
Il primo è il racconto di Sinhue, l’antico racconto egiziano (da non confondersi con la moderna opera letteraria di Mika Waltari, che invece si ispira liberamente al racconto), inciso su quattro stele del tempio di Amon a Tebe, in parte ancor oggi leggibile, e fatto circolare per lungo tempo nelle scuole dell’Antico Egitto. Si narra che Sinhue, funzionario dell’harem del faraone, è in missione militare in Libia con il principe erede Sesostri, figlio di Amenemhat I, ma durante la marcia di ritorno verso l’Egitto giunge la notizia della morte del faraone. Sinhue, misteriosamente, forse per sfuggire alle accuse di negligenza, oppure perché effettivamente coinvolto nella congiura, abbandona la spedi-zione militare, per rifugiarsi in Siria. Rientrerà in Egitto solo molti anni dopo, quando Sesostri, di-venuto faraone, gli perdonerà la misteriosa fuga.
La seconda testimonianza dell’assassinio del faraone è l’insegnamento di Amenemhat I. Per inse-gnamento s’intende un genere letterario, molto diffuso nell’antico Egitto, attraverso cui si cercava di educare la popolazione alla giustizia ed a vivere rettamente. Gli insegnamenti erano prevalentemente impartiti nelle scuole dove gli alunni li mettevano per iscritto producendone molte copie, alcune di esse sono così giunte fino a noi.
L’insegnamento di Amenemhat I, scritto dopo la morte del faraone, racconta i fatti facendo parlare, come era usanza, in prima persona Amenemhat I morto, ed il principio che vuole trasmettere alle persone è quello di guardarsi bene da chi sta loro vicino. Infatti in un passo dell’insegnamento, Amenemhat I si rivolge al figlio dicendogli:” […] l’assassinio è stato perpetrato quando ero senza di te e prima che la corte apprendesse la tua investitura, prima che sedessimo insieme sul trono (l’antica usanza voleva che il faraone, prima della sua morte, associasse sul trono il proprio erede per garantire così la successione dinastica). A se potessi sistemare le questioni che ti riguardano! Ma non avevo preparato nulla, non mi aspettavo un tale evento, non mi aspettavo una tale mancanza dei mie servitori. E’ forse compito delle donne dar battaglia? Si deve introdurre la battaglia nel palazzo? (ecco il riferimento alla congiura ordita nell’harem del faraone).
La seconda congiura che ci indica la dottoressa Guidotti e di cui abbiamo testimonianze certe, è quella mossa contro Ramsete III, faraone della XX dinastia, l’ultimo grande regno d’Egitto. Le in-formazioni su questa vicenda le riceviamo grazie ad un papiro, scritto durante il regno di Ramsete IV ed oggi conservato al Museo Egizio di Torino, contente, in maniera parziale, i verbali delle inter-rogazioni ai presunti colpevoli e delle udienze processuali. Queste carte però non ci dicono se Ram-sete III cadde vittima, forse morì poco tempo dopo per gli effetti di quest’aggressione, o invece so-pravvisse a questo complotto. Sappiamo infatti che il faraone morì nel 1154 a.C. e le analisi sulla sua mummia, oggi conservata al Museo de Il Cairo, hanno dimostrato che la morte lo colse in età avanzata, ma non hanno rivelato tracce di ferite; ciò però non esclude che Ramsete III sia stato av-velenato.
Il papiro riferisce che la congiura fu capeggiata dalla seconda moglie di Ramsete III, desiderosa di far salire sul trono il proprio figlio, Pentaur, al posto del futuro Ramsete IV, l’erede che Ramsete III aveva avuto dalla sua prima moglie, Iside. I congiurati in tutto erano 28, erano sacerdoti ed uomini di corte, ma erano coinvolte anche molte donne, alcune di corte, una era sorella di un generale, altre, ancora, facenti parte dell’harem del faraone.
Il papiro, riportando le fasi del giudizio, fin dall’inizio indica i sospetti colpevoli del complotto, ci-tandoli con un nome diverso e dispregiativo da quello proprio. La civiltà egizia infatti dava grandis-sima importanza all’identificazione delle persone e degli oggetti con un nome proprio, quindi la cancellazione o la modifica di questo era ritenuta l’offesa più grande da subire, significava infatti e-liminarne l’esistenza e la memoria. Il papiro sottrae da questa offesa solo gli appartenenti alla fami-glia reale coinvolti nel complotto.
Occorre qui ricordare che nell’antico Egitto la giustizia non si basava che su raccolte di ordinanze e sentenze del faraone alle quali i giudici durante i processi facevano riferimento. I tribunali si suddi-videvano in gradi, dal più basso, quello locale, al più alto, il Visir, cioè il vice faraone per le questioni politiche. Comunque i processi erano spesso allestiti presso il Tempio di Maat, la dea della Verità, della Giustizia e dell’ordine cosmico.
Le condanne, oltre alla morte, spesso provocata per impalatura, prevedevano pene corporali, come le bastonature, oppure mutilazioni che interessavano il naso, le orecchie ed i piedi. Per i condannati non esisteva invece il carcere, questi erano infatti destinati ai lavori forzati, mentre il soggiorno in una galera, come possiamo noi, oggi, intenderlo, era riservato solo agli imputati in attesa di giudizio.
Il giudizio riguardo il complotto contro Ramsete III stabilì quindi che 7 congiurati fossero condan-nati a morte tramite suicidio con veleno. Questa pratica era riservata solo ai nobili a cui era così permessa una morte più onorevole. Durante l’accertamento della verità fu inoltre scoperto il tentati-vo, da parte di alcuni congiurati, di corrompere 5 giudici. Tra i giudici che avevano accettato i favori degli imputati, uno fu fatto suicidare, ad altri tre furono tagliate le orecchie ed il naso, mentre il quinto, che molto probabilmente aveva collaborato a far scoppiare il caso di corruzione, fu solo rimproverato.
RDF

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