Recinto come barriera fisica, naturale, come le montagne, i fiumi o gli steccati. Ma anche come barriera convenzionale, come una frontiera. Frontiere che sono lentamente sparite, superate dalla politica e dagli scambi economici. Da tante frontiere, ad un'unica frontiera, da tanti recinti ad un unico recinto, internazionale, che avvolge la nostra contemporaneità

I “signori della guerra”

Testo di Francesco Della Lunga

Una recentissima analisi delle spese militari apparsa su Internazionale numero 1001 ci permette di scoprire, non senza sorpresa, che i “signori della guerra” non sono i famigerati capi clan che si contendono il potere negli angoli più sperduti e dimenticati del continente africano, asiatico o mediorientale, bensì vere e proprie organizzazioni dotate di efficaci ed efficienti apparati produttivi, mezzi finanziari illimitati, consigli di amministrazione. Si, perché questi signori sono signori molto particolari:  non si riuniscono nelle giungle, savane o montagne bensì nei grandi  centri direzionali o sontuosi uffici delle principali capitali europee o del cosiddetto Occidente. I “signori della guerra” di cui parliamo sono i principali fornitori di  un business che non passa mai di moda e che è probabilmente più redditizio se condotto dalla parte del fornitore ovvero dalla parte di chi produce e vende armi. Aggiungiamo anche che i venditori di armi, di buon grado, riescono più efficacemente a sfuggire alla critica delle opinioni pubbliche posto che i principali organi di informazione, in un mondo attuale caratterizzato da conflitti lontani,  non si impegnano più di tanto nella fondamentale opera di informazione. Chi sono dunque, i “signori della guerra”? Non potevano che essere i paesi civilizzati, le vecchie potenze mondiali del Novecento, quelli che al tempo della “guerra fredda” avevano veri e propri arsenali, lascito di una guerra mondiale che aveva indotto a realizzare un industria di guerra prima e poi a mantenere eserciti ed armamenti in una logica di difesa. Bisogna certamente dare atto che dalla caduta del muro ad oggi, le vecchie potenze hanno attuato un’imponente ristrutturazione e riconversione passando da attività militari a civili ma, non potendo evidentemente smantellare tutto, hanno pensato bene di creare  un “vivace” mercato degli armamenti visto che la materia prima ovvero la “domanda” di mercato non mancava. Mettiamoli allora in fila i primi dieci “signori” di questo particolarissimo mercato, il mercato della morte. Il principale produttore mondiale di armi è, neanche a farlo apposta, l’America di Obama, rimasto, volente o nolente, l’unico gendarme mondiale anche se ultimamente piuttosto riluttante in questa veste che si è dapprima ritagliato e che adesso sta, suo malgrado, mantenendo. Seguono a ruota: Cina, Russia, Giappone, India, Arabia Saudita, Regno Unito, Germania, Francia ed Italia. Interessante appare osservare come i produttori siano i vecchi attori che diedero luogo all’ultimo conflitto mondiale e che, in larga parte, formano ancora oggi il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite con  diritto di veto ovvero USA,  Cina, Russia, Regno Unito, Francia. A questi si affiancano le altre potenze come il Giappone, la Germania e l’Italia che la guerra l’avevano persa, una potenza regionale come l’India e la new entry dell’Arabia Saudita. Il mercato, come dicevamo, è assai florido. Secondo il rapporto del SIPRI (Stokolm International Peace Research Institute) di Stoccolma del 2012  tra il 2001 ed il 2010 si  sono contati ben 69 “conflitti armati”, 221 conflitti “non statali”,  127 “violenze unilaterali”. E’ soprattutto la natura dei “conflitti armati che è cambiata. I conflitti fra eserciti regolari di stati sovrani come quello fra India e Pakistan o quello fra USA ed Iraq ha lasciato il posto a conflitti interni a singoli stati e fra forze non convenzionali che originano  i cosiddetti conflitti asimmetrici. I conflitti sono definiti asimmetrici quando coinvolgono eserciti regolari da un lato ed un gruppo senza sovranità territoriale con notevole differenza in termini di armamenti, strategie militari ed obiettivi. Le principali aree calde del globo rimangono ancora il Medio Oriente esteso, l’Africa sub sahariana, l’Afghanistan, alcune zone della Birmania, Thailandia e Filippine. Non c’è dunque da meravigliarsi se i “signori della guerra” possono continuare ad alimentare il loro macabro mercato.

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