Recinto come barriera fisica, naturale, come le montagne, i fiumi o gli steccati. Ma anche come barriera convenzionale, come una frontiera. Frontiere che sono lentamente sparite, superate dalla politica e dagli scambi economici. Da tante frontiere, ad un'unica frontiera, da tanti recinti ad un unico recinto, internazionale, che avvolge la nostra contemporaneità

L’isola fantasma di Hashima

(fonte: Sette-Corriere della Sera), testo di Roberto Di Ferdinando

immagine tratta da: populartourismplace.com

immagine tratta da: populartourismplace.com

Hashima è una delle 505 isole disabitate della prefettura di Nagasaki, in Giappone. Si distingue dalle altre isole per alcune particolarità, infatti, per quasi un secolo fu ingresso ad uno dei più grandi giacimenti sottomarini giapponesi di carbone e la vide ospitare uno dei agglomerati “urbani” in cemento armato più densamente abitati al mondo. L’isola, chiamata anche l’”isola della nave da guerra” per la sua somiglianza con la corrazzata giapponese Tosa, fu abitata nel 1887, proprio per lo sfruttamento del carbone. Nel 1890 la Mitsubishi acquistò l’isola potenziando lo sfruttamento delle miniere sottomarine. L’isola fu urbanizzata in maniera massiccia negli anni Trenta con ampio uso del cemento armato: centinaia di appartamenti in palazzi anche di nove piani (abitazioni di pochi metri quadrati), scuole, ospedali, palestre, cinema, bar, ristoranti e negozi. Durante il periodo del secondo conflitto mondiale sull’isola si arrivò ad estrarre 410.000 tonnellate di carbone all’anno. Le condizioni di vita non erano semplici. Non esistevano aree verdi, per gran parte dell’anno il mare era in tempesta e i tifoni si abbattevano sulle scogliere, ed alcune zone erano proibite ad una parte della popolazione, infatti esisteva una rigida suddivisione degli spazi in base alla classe sociale a cui si apparteneva: giapponesi o non, minatori o non, residenti con famiglia o senza, dirigenti, insegnanti medici e addetti esterni. L’isola era autosufficiente, escluso che per acqua e cibo, riforniti da Nagasaki. I minatori potevano rientrare a terra (la costa dista 15 km) solo dopo lunghi periodi di lavoro sull’isola. Negli anni si sono registrati numerosi i suicidi e morti di chi tentava di “evadere” via mare. Nel 1959 fu il luogo al mondo più densamente popolato: in un 0,063 km² risiedevano 5259 persone.
L’isola rimase operativa fino al 1974, quando la diffusione dell’utilizzo del petrolio rese il carbone troppo costoso da estrarre; così la Mitsubishi decise di chiudere le miniere (nel 2002 l’isola è stata donata alla città di Takashima) e da quel momento l’isola si spopolò, diventando l’”isola fantasma”. Dal 2009 l’isola-città è in parte visitabile per 160 giorni l’anno (60.000 turisti vi accedono annualmente), sebbene le sue architetture in cemento armato, oggetto ancor oggi di studio, si stiano sgretolando a causa della salsedine.
Il governo giapponese vorrebbe candidare l’isola a luogo patrimonio dell’umanità dell’UNESCO, a memoria di quanta poca umanità ci fu in quell’esperienza di isola-città.
RDF

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>

*