Recinto come barriera fisica, naturale, come le montagne, i fiumi o gli steccati. Ma anche come barriera convenzionale, come una frontiera. Frontiere che sono lentamente sparite, superate dalla politica e dagli scambi economici. Da tante frontiere, ad un'unica frontiera, da tanti recinti ad un unico recinto, internazionale, che avvolge la nostra contemporaneità

Siamo (ancora) tutti Charlie Hebdo?

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Articolo di Massimiliano Ferrara

Il 2 novembre 2011, prima dell’uscita del numero dedicato alla vittoria del partito fondamentalista islamico Ennhadha nelle elezioni in Tunisia, la redazione di Charlie Hebdo viene colpita da alcune bombe molotov; segnale inconfutabile del “fastidio” creato dalle vignette del settimanale satirico parigino. Il numero riguardava la biografia illustrata di Maometto, rispetto alla quale il direttore Charb affermava “La paura è il peggior nemico dell’Islam. Bisogna smettere di temere l’Islam. Credo che si possa parlare di questa religione così come si fa per tutte le altre fedi. Sarebbe opportuno smettere di trattare i musulmani che vivono in Francia come degli extra terrestri”.

Oltre la satira delle vignette, ciò che realmente si percepisce è la netta sensazione che lo “scontro di civiltà” sia sempre più imminente; uno scontro che oggi trova il suo giustificativo nella blasfemia e nell’apostasia. Per assurdo, come sostiene sul The Washington Post Fareed Zakaria, allievo del politologo Samuel P. Huntington, l’unico libro sacro che contempla la blasfemia è la Bibbia (Levitico 24:16) mentre nel Corano il
 termine blasfemia non appare mai e tantomeno si proibisce di ritrarre Maometto, 
pur esistendo diversi detti
 del Profeta, o hadith, che lo 
vietano al fine di evitare l’idolatria. Lo studioso islamico Maulana Wahiduddin 
Khan afferma che “Nell’Islam la blasfemia è oggetto di dibattito intellettuale più che di punizioni fisiche”.

Per i jihadisti la blasfemia e l’apostasia sono gravi crimini contro l’Islam da punire con la violenza e purtroppo trovano vasta diffusione nel mondo musulmano anche tra i cosiddetti Paesi “moderati”. In effetti la legislazione di molti Paesi a maggioranza musulmana prevede norme contro la blasfemia e l’apostasia, che in qualche realtà vengono applicate (vedi Pakistan, Bangladesh, Malaysia, Egitto, Turchia, Sudan) attuando un uso punitivo e persecutorio delle leggi. Alla base vi è un uso distorto della politica che molto spesso, purtroppo, agisce per emarginare le opposizioni avvicinandosi alle frange fondamentaliste.

Una politica di forti interessi economico-strategici che trova un terreno fertile proprio in Medio Oriente. Molto probabilmente per comprendere i fatti di Parigi occorre, brevemente, evidenziare alcune anomalie della strage di Parigi senza essere tacciati di “complottismo”.

Nonostante i fatti dell’11 settembre, il massacro di Atocha a Madrid o le bombe multiple che hanno colpito Londra, mai prima d’ora si è assistito ad una manifestazione così imponente. “La grande marcia repubblicana” dell’11 gennaio scorso dei Capi di Stato a Parigi rappresenta la presa di coscienza dell’Europa di trovarsi di fronte al pericolo del terrorismo religioso per cui, giustamente, ci si indigna per la violenza e la disumanità riservata alle vittime dei massacri. Non è mancata, però, la polemica per l’assenza del presidente americano Obama. A Parigi c’erano tutti da Netanyahu, a Cameron, Abu Mazen, Merkel e Renzi. Ma non Obama, né Kerry o Biden bensì l’ambasciatore in Francia, Jane Hartley con l’attorney General Eric Holder e il vice segretario del dipartimento di Homeland Security, Alejandro Mayorkas, per prendere parte con i funzionari francesi a un summit sul terrorismo. La Casa Bianca non ha commentato né l’assenza di Obama né le polemiche.

Di fronte a questo tipo di manifestazioni appare evidente la mancanza di “reciprocità” se si pensa agli oltre 200 mila siriani (di cui più di 70 mila morti nel solo 2014) deceduti nella guerra contro il regime dittatoriale di Assad; una guerra finanziata anche da Paesi europei e da alcuni Capi di Stato presenti a Parigi (vedi il fratello dell’Emiro del Qatar Mohammed bin Hamad bin Khalifa Al Thani che, il 14 marzo 2014 scorso al Center for a New American Security, il sottosegretario del Tesoro USA David Cohen ha accusato  di essere il punto di partenza dei fondi utilizzati per finanziare Hamas, lo Stato Islamico e le altre principali formazioni del terrore islamista. Per Cohen i destinatari di questi fondi sono spesso gruppi terroristi tra cui il Fronte di Al Nusra, affiliazione siriana di Al Qaida e lo Stato Islamico di Iraq e Siria (Isis). Recentemente l’ex Segretario di Stato Americano, Hillary Clinton, in un’intervista rilasciata a Jeffrey Goldberg del giornale web The Atlantic ha ammesso: “L’Isis è roba nostra, ma ci è sfuggita di mano. È stato un fallimento. Abbiamo fallito nel voler creare una guerriglia anti Assad credibile. Era formata da islamisti, da secolaristi, da gente nel mezzo. Il fallimento di questo progetto ha portato all’orrore a cui stiamo assistendo”. Insomma, l’Isis, quello che oggi viene ritenuto “il male assoluto”, è in realtà una creatura americana creata dalla Cia.

Proprio i legami tra la Cia, i servizi segreti israeliani e francesi “molto probabilmente” sono alla base degli incresciosi accadimenti di Parigi per cui, al di là delle recenti tesi complottiste, è doveroso sottolineare alcune anomalie riscontrate nella strage di Charlie Hebdo. Si ricorda che la forzatura del complottismo si palesa ogni qual volta ci si imbatte in un avvenimento che, direttamente o indirettamente, riguarda gli USA. Ma, nel caso degli avvenimenti di Parigi, effettivamente non tutto è proprio chiaro.

Innanzitutto l’episodio della carta d’identità «smarrita» sembrerebbe un depistaggio, certificando i fratelli Kouachi come gli esecutori. Ma poi, di chi era la carta d’identità smarrita? Secondo le prime notizie, era di Hamyd Mourad, un diciottenne, fratello di una fidanzata di uno dei Kouachi, presentatosi immediatamente alla stazione di Polizia di Charleville-Mézières, oltre 200 chilometri a nord est di Parigi, chiarendo l’equivoco: era regolarmente a scuola durante gli attacchi al civico 10 in Rue Nicolas-Appert. In un secondo momento la gendarmeria precisa che la carta d’identità dimenticata era di Said Kouachi, uno dei fratelli e la BBC, immediatamente, pubblica il documento.

Per molti analisti militari, gli attentatori immortalati nel video sembrano veri professionisti con un addestramento militare molto avanzato. Escono dall’edificio con efficienza chirurgica uccidendo il poliziotto a sangue freddo, utilizzando i kalashnikov con estrema precisione, muovendosi in maniera rapida, controllata, dimenticando la carta d’identità all’interno dell’autovettura…

I terroristi, come di consueto, non sono stati catturati vivi, vedi ad esempio la tragedia di Tolosa, e si auto-accusano poco prima di morire.

Il geopolitico francese esperto di Medio Oriente, Thierry Meyssan, definisce il comportamento dei killer “non assimilabile all’ideologia Jihadista” poichè i veri membri Fratelli Musulmani di Al Qaeda o Isis “non si sarebbero limitati ad uccidere i vignettisti ma avrebbero distrutto gli archivi del giornale, tutti gli oggetti che offendono il loro Dio”, e non sarebbero fuggiti in presenza della Polizia “ma avrebbero compiuto la loro missione fino in fondo, morendo sul campo”.

Inoltre Meyssan afferma che il loro abbigliamento non era di classico stampo jihadista poiché indossavano una tenuta da commando militare completamente nera e con cappucci.

Il 9 gennaio, uno degli assassini, Cherif Kouachi, dopo aver contattato il network BFM-TV afferma telefonicamente, con un’agghiacciante tranquillità, di essere inviato in missione da “Al Qaeda in Yemen e di essere stato nello Yemen in passato”. Inoltre, l’altro terrorista di colore, Coulibaly, contatta la redazione di BFM e, dopo aver ammazzato già quattro ostaggi, afferma di essersi “sincronizzato con gli assassini di Charlie Hebdo: loro Charlie Hebdo, io i poliziotti”, definendosi membro dello Stato Islamico, organizzazione tuttavia rivale di Al Qaeda.

Eppure, nonostante il Grande Fratello parigino, nessuna telecamera cittadina è riuscita a riprendere i malviventi, se non alcuni civili con i telefonini.

I terroristi pluriassassini erano ben conosciuti alle forze dell’ordine francesi, erano stati anche arrestati ma rimessi in libertà nonostante effettuavano con una certa disinvoltura diversi viaggi nello Yemen, in Siria… Tra l’altro i media francesi sostengono che “Coulibaly era già noto ai servizi dell’antiterrorismo francese. Sia lui che Cherif Kouachi, uno dei due autori della strage a Charlie Hebdo, erano fra i principali discepoli dello jihadista Djamel Beghal, condannato per terrorismo, che faceva proseliti per gli estremisti takfir, una setta all’interno della comunità salafita”. Per di più, i due fratelli erano nella lista nera USA dei terroristi più pericolosi…

Sia per Meyssan che per il quotidiano statunitense McClatchy vi sono dei legami tra gli attentatori parigini e David Drugeon, al vertice di al-Qaeda in Francia. Originariamente i media evidenziavano il legame di Said e Cherif Kouachi con la Siria, mentre di seguito si afferma che i due fratelli francesi agissero per conto del ramo Yemenita di al-Qaeda, finanziati da Anwar al-Awlaki, l’imam radicale ucciso da un drone americano proprio in Yemen nel 2011. Secondo Mikael Thalen, giornalista investigativo, al-Awlaki era ben conosciuto come triplo agente segreto della CIA e, secondo McClatchy, “Drugeon, creduto da molti esperti un agente dell’intelligence francese prima di legarsi ad al-Qaeda, è stato accusato di aver ideato l’attacco del ‘lupo solitario’ a Tolosa nel 2012 contro soldati francesi e bersagli ebrei”.

Il Pentagono lo reputava un bersaglio prioritario ed il ministro della Difesa francese è stato costretto a negare qualsiasi legame con i servizi segreti. Considerando questi legami atipici ed il fatto stesso che i fratelli Kouachi erano noti dal 2005 ai servizi francesi, affiora una storia intricata ed ambigua, che fa pensare ad un’operazione “false flag”. Thierry Meyssan propende per la teoria della strage parigina come miccia per far scoppiare una guerra civile in Francia piuttosto che accreditare la tesi della vendetta Jihadista sottolineando che la strategia dello “Scontro di civiltà” formulata da Bernard Lewis non è nata al Cairo, a Ryad o a Kaboul ma tra Washington e Tel Aviv.

Nelle stragi di Parigi sembrerebbe esserci lo zampino della polizia e dei servizi segreti, francesi in primo luogo, ma non solo. Si rappresenta ciclicamente l’immagine di piccoli delinquenti d’imprecisa origine musulmana (o franco-algerini) che, una volta in carcere per droga o altri reati, vengono indottrinati, radicalizzati che entrano in contatto con personaggi di spicco della jihad islamica. Alcuni, formati militarmente, vengono arruolati per combattere Assad in Siria secondo le direttive del governo di Parigi mentre altri, diventano infiltrati negli ambienti più radicali dell’estremismo jihadista svolgendo spesso ruoli di informatori, pronti anche al doppio gioco. Il tutto sotto l’attenta regia dei servizi segreti francesi.

Secondo McClatchy i fratelli Kouachi sarebbero legati ai servizi francesi. Come Mohammed Mehra, pericoloso jihadista, morto dopo un assedio delle teste di cuoio durato circa 30 ore. Anche lui francese d’origine algerina, 24 anni, reo di aver massacrato tre soldati francesi e poi quattro ebrei di una scuola ebraica a Tolosa, nel 2012. Aveva viaggiato molto in Afghanistan in Pakistan, in Israele… anche lui nella lista nera del governo di Washington e, apparentemente, un assassino solitario. Secondo McClatchy i fratelli Kouachi, come Mehra, erano al servizio dei francesi ed  entrambi “reclutati dall’artificiere del sotto-gruppo Khorasan di Al Qaeda”.

L’anno scorso, lo stesso McClatchy aveva rivelato l’esistenza di un infiltrato francese nelle file di Al Qaeda in Siria, stesso gruppo Khorasan. Non era un musulmano, si chiamava David Drugeon, e per la Cia era un militare francese “convertito” all’Islam; la DGSE smentisce fermamente.

Di recente, però, il 6 novembre 2014, Fox News annunciava che David Drugeon era stato ucciso da un drone americano, a Sarmada (Siria), e non da jihadisti che avevano scoperto la sua vera natura. Fox News reiterava l’accusa secondo cui Drugeon lavorava per i servizi francesi.

Un omicidio alquanto anomalo ed estremamente mirato. Ma come mai questo intreccio di servizi segreti e fuochi incrociati?

I francesi, con sei milioni di cittadini musulmani, hanno un importante bacino dal quale attingere potenziali informatori o infiltrati nelle file jihadiste che combattono in Siria o Iraq, “materiale” ritenuto fondamentale per il Quai d’Orsay o lo stesso DGSE.

E’ molto probabile che queste spie sono venute a conoscenza di qualcosa che non avrebbero dovuto scoprire; se raccogliessero prove compromettenti sugli aiuti che gli americani forniscono al DAESH, o ad altre frange terroristiche in stretti rapporti con il Dipartimento di Stato?

Inoltre, sulla lotta al terrorismo jihadista, con i jihadisti che vengono armati e finanziati da europei ed americani per abbattere il regime laico di Assad la situazione non è chiara; lo stesso Assad in un’intervista a Le Figaro afferma che “Chiunque contribuisca a finanziare e rafforzare il terrorismo (parola con cui Assad solitamente designa le forze ribelli) è nemico del popolo siriano. Il popolo francese non è nostro nemico, ma i suoi politici sì. E fino a quando i politici saranno ostili al popolo siriano, lo Stato francese sarà nostro nemico. E ci saranno ripercussioni negative sugli interessi della Francia”.

Gli americani hanno voluto punire i francesi eliminando Drugeon? Per l’accademico statunitense Alan Dershowitz i francesi gratificano i terroristi e sono il “Paese peggiore nel gioco con i terroristi”, alludendo a collusioni, collaborazioni che agli americani non piacciono. Ma allora, è possibile intuire che forse anche gli israeliani hanno voluto punire i francesi – i servizi – per qualcosa che non gli è piaciuto?

Facciamo un passo indietro: l’eccidio al museo ebraico di Bruxelles, il 24 maggio 2014. Un uomo estremamente ben addestrato (come i massacratori di Charlie Hebdo) entra con una borsa da ginnastica da cui estrae un kalashnikov; spara ed uccide tre persone, se ne esce tranquillo e deciso, con aitanza militare, a piedi, e fa sparire le sue tracce.  Due degli uccisi, i coniugi Emanuel e Miriam Riva, erano agenti del Mossad, e il lavoro al museo era la loro copertura.

Il terrorista si chiamava Mehdi Nemmouche, 29 anni, francese di origine algerina ed anche lui reduce dai combattimenti siriani a fianco dei jihadisti, poi tornato in Francia. Dopo la strage a Bruxelles, raggiunge in treno Marsiglia, mille chilometri più a sud, per consegnarsi alla polizia. Con tutte le sue armi, il kalashnikov, un revolver cal-38, una maschera antigas, 330 proiettili, ricambi per le armi ed una macchina fotografica.

Il Belgio esige da tempo la sua estradizione, ad oggi, mai concessa. Nemmouche sapeva benissimo che gli conveniva consegnarsi a Marsiglia anziché a Bruxelles; un vero professionista, come quelli che hanno sterminato Charlie Hebdo e che, probabilmente, non hanno perso alcuna carta d’identità.

Forse stiamo assistendo ad una serie di vendette e ritorsioni fra servizi segreti? Atti di una guerra ben lontani dalla versione limpida e chiara passata dai media? Tutto ciò non è dato saperlo.

Di certo, come sostiene lo scrittore italo-siriano Shady Hamadi, “sarà proprio questa nostra incapacità a considerare tutti i morti uguali, perché ci preoccupiamo solo della nostra civiltà, a condannarci ed a fornire il terreno fertile su cui il fanatismo, oggi islamico e domani chissà, attecchirà. In sostanza manca il riconoscimento dell’altro, del suo diritto al dolore e all’umanità”.

Forse proprio per questi motivi non tutti siamo Charlie.

Massimiliano Ferrara, PhD in Storia, Istituzioni e Relazioni internazionali dei Paesi extraeuropei presso l’Università degli Studi di Pisa, Deaf Education Teacher, autore di “Ante Pavelič, il duce croato” (Ed. Kappavu 2008) e di diversi saggi su Limes, Rivista di Studi Politici Internazionali, Nike, I Viaggi di Erodoto, Nuova Storia Contemporanea, Periferia, Studi Senesi, Globus. Assistant professor e seminarista in Demografia ed Etnodemografia presso la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università degli Studi di Siena.

3 comments on “Siamo (ancora) tutti Charlie Hebdo?

  1. antonio f. scrive:

    Trovo l’articolo molto interessante che affronta un aspetto interessante delle stragi di Charlie.
    Certo che alcune coincidenze sono davvero strane…

  2. antonio f. scrive:

    Ho scritto 2 volte “interessante”, volevo scrivere:”Trovo l’articolo molto interessante che affronta un aspetto particolare delle stragi parigine. Certo che alcune coincidenze sono davvero strane…”

  3. miannic scrive:

    Due considerazioni, una di carattere “formale” e l’altra più sostanziale. La prima riguarda l’identificazione con Charlie Hebdo; personalmente non mi identifico nè con il giornale satirico francese, nè con la sua redazione, pur condannando, come tutti (i non musulmani), i tragici eventi di Parigi. Il motivo è semplice: ho visto diverse vignette di Charlie Hebdo e posso affermare che alcune di esse non sono satira ma contengono una chiara volontà offensiva e di denigrazione. Tanto per capirci, le vignette e le storie di una rivista a me molto familiare, come il Vernacoliere, sono certamente di un livello superiore. La satira è una cosa diversa, lo stesso direttore del giornale satirico livornese, Mario Cardinali lo spiega in modo semplice chiarendo che nel Vernacoliere non si prende di mira tanto la religione in sé ma le istituzioni che la rappresentano. Di querele, il Cardinali ne ha prese tante soprattutto dal Vaticano….. Non entro poi nelle questioni legislative ma ricordo che in diversi Paesi Europei (non più in Italia dal 1999) la blasfemia è ancora un reato penale anche se molto tollerato. Di conseguenza, le differenze, almeno da un punto di vista formale, con altri Paesi a maggioranza islamica sono meno evidenti. Semmai è la tolleranza verso il reato ad essere diversa.
    Per quanto riguarda gli aspetti sostanziali aggiungerei un’altra stranezza; sembra che uno degli attentatori fosse quasi cieco: http://blog.ilgiornale.it/foa/2015/03/07/charlie-hebdo-uno-dei-killer-era-quasi-orbo-e-non-e-uno-scherzo Pur non parlando di complotti, direi che è ovvio ed anche banale l’uso destabilizzante che viene fatto di un certo terrorismo per gli usi più disparati. È altrettanto palese anche che l’azione terroristica, proprio perché destabilazzante porta al caos e chi la fomenta non è in grado poi di controllarla. È stato così per i talebani e il nuovo esercito dell’ISIS, entrambi, almeno inizialmente, finanziati dagli americani. Le costanti sono sempre due: i Paesi (ex) colonizzatori che hanno ampia esperienza di “guerriglia” civile ed il fatto (molto meno ovvio) che queste operazioni destabilizzanti non riguardano solo i Paesi in via di sviluppo ma investono anche una bella fetta del mondo occidentale tra cui il ns Paese. Un esempio? Il primo è la guerra degli spread, un vero e proprio golpe bianco, messo in atto dal direttorio franco-tedesco che hanno portato alla “deposizione” del primo ministro italiano democraticamente eletto. Non lo dico io o qualche funzionario di partito coinvolto e quindi di parte ma il Financial Times e l’ex segretario al Tesoro Usa Tim Geithner. L’altro riguarda l’Italia, seppur indirettamente, è l’attacco alla Libia, l’obiettivo non era certarmente Gheddafi ma il petrolio in mano agli italiani (ENI). Come dichiarato dall’onorevole Crosetto gli aerei francesi iniziarono la guerra sorvolando pure lo spazio aereo italiano senza permesso per bombardare la Libia e dar man forte terroristi che si dice armati dai servizi segreti francesi (sempre loro), finanziati dal Qatar, e appoggiati dalla CIA. Per la cronaca le rivolte Nord-africane erano frutto della “primavera araba” desiderosa di democrazia. Non ho creduto minimamente a ‘sta novella quasi da subito. Mi bastò qualche telegiornale che mentre “menava” le solite notizie sulla democrazia faceva vedere uomini armati che sparavano al grido di “Allah Akbar”.

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