Recinto come barriera fisica, naturale, come le montagne, i fiumi o gli steccati. Ma anche come barriera convenzionale, come una frontiera. Frontiere che sono lentamente sparite, superate dalla politica e dagli scambi economici. Da tante frontiere, ad un'unica frontiera, da tanti recinti ad un unico recinto, internazionale, che avvolge la nostra contemporaneità

6 agosto 1945, la bomba su Hiroshima

ansa86511720608131216_bigAlle ore 1,45 del 6 agosto 1945, il Boeing B-29 (Enola Gay), con a bordo l’ordigno atomico (Little Boy) decolla da Tinian (Isole Marianne).
Ore 8,15 su ordine del comandante Tibbets, il bombardiere Thomas Ferebee sgancia la bomba atomica su Hiroshima. Alle ore 8,16 la bomba esplode a un’altezza di 576 metri dall’obiettivo. Si alzerà un fungo atomico alto 18 chilometri, raffiche di vento a 1600 chilometri orari. La bomba (con 63 chili di Uranio 263) inghiottì ogni cosa entro il primo chilometro di diametro e provocò gravi distruzioni per altri 1,4 chilometri. La temperatura al suolo fuse ogni cosa con i suoi 3870 gradi.
Si calcolano 150.000 mila vittime tra il 6 agosto e dicembre 1945. Quasi la metà delle vittime morì immediatamente.
Francesco Merlo è andato a visitare la Città della Pace alla vigilia della commemorazione dei 70 anni dallo scoppio su Hiroshima della prima bomba atomica. Riporto di seguito alcuni passaggi dell’articolo apparso su La Repubblica del 26 luglio 2015.

RDF
Nell’ospedale dei sopravvissuti alla bomba, nel ricovero degli hibakusha, ne vedo trecento in una volta: la più vecchia ha 103 anni, il più giovane 79. Sono quasi tutte donne, con le facce bellissime e i corpi segnati. Mai tra loro parlano della bomba che li unisce. […] E però proprio qui, in questa bella Hiroshima che non somiglia a Hiroshima, il 6 agosto prossimo il Giappone tornerà a somigliare al Giappone. Dopo settant’anni, infatti, il primo ministro Shinzo Abe verrà a celebrare la pace preparando la guerra. Verrà a dire, nella Città della Pace, che il Giappone non né più “pacifista passivo”, ma è “pacifista attivo”. Che l’esercito non sarà più offensivo e guai a chi ci prova, a partire dalla Cina e dalla Corea del Nord. Abe verrà a commemorare le vittime della bomba e per la settantesima volta chiederà scusa al mondo per i crimini di guerra, ma per la prima volta avrà accanto i generali di un esercito con il diritto di combattere, se ce ne fosse bisogno, anche fuori dai confini nazionali. […].
Akiko, un altro sopravvissuto, che ha visto <<centinaia di uomini gettarsi nel fiume e morire bruciati perché l’acqua li accendeva invece di spegnerli>> un giorno si è seduto a prendere il caffè in un angolo del Boulevard della Pace:<<Questa è la strada dove siamo scappati, lì sono inciampato in un cadavere. E ora guardo la gente camminare contenta, i giovani chiaccherano e i vecchi avanzano sicuri, i bambini scappano dalle mani dei genitori, e poi le vetrine, i grattacieli che sembrano le nuove divnità dell’aria: dove sono finito? Davvero è successo qui? O sono diventato un ombra anch’io, l’ombra di me stesso che la bomba ha distrutto?>>.
Le ombre-ombre vere – sono esposte al Museo della Pace. <<Il calore fu tale che sparirono i corpi e rimasero le ombre: questa è l’ombra di una mano su un vetro, questi sono il bacino e le gambe di un uomo che stava seduto>>. Me le mostra Mari Shimura, la bella signora giovane ed esperta che da più di venti anni raccoglie gli oggetti delle vittime, scrive la loro storia e li espone: uno zaino bianco macchiato dalla pioggia nera, unghie che ancora trattengono la terra alla quale si aggrappano, una camicetta sbrindellata, i ciuffi di capelli che “il mostro” staccava dalle teste, i famosi origami della piccola Sadako, un thermos, il triciclo di un bimbo di tre anni che il padre aveva sepolto insieme al corpicino, un cancello divelto, l’infradito di Miako e l’orologio di Kengo fermo alle 8,35. […]
E cos’è quel bottone esposto come una reliquia? Leggo la storia di Kotaro che d’istinto si gettò tra le braccia del braccia del padre che bruciava. Un attimo prima di bruciare con lui, Kotaro perse un bottone che molti mesi dopo la madre riconobbe. […]
Ci sono tutte le sapienze del nonsense in quel migliaio di aghi di cucito fusi in un solo indecifrabile ammasso e in quella bottiglia di vetro deformata e annodata dal calore. […] Forse, per capire Hiroshima, non c’è nulla di meglio del cestino per il pranzo del piccolo Toshio con dentro il riso carbonato. […]
Hibakusha è una delle tante parole che nacquero qui a Hiroshima, una parola per non dire “superstiti”, “sopravvissuti”, “scampati”. Hibakusha sono coloro – è il significato letterale – “che non morirono, ma furono esposti alle conseguenze della bomba, non necessariamente fisiche”. Sono <<coloro che non si suicidarono nonostante avessero tutte le ragioni per farlo>>. […] Shozo che spesso è immobilizzato a letto e aveva tredici anni quando perse tutta la famiglia. Della madre che non fu mai trovata, non ha mai detto <<è morta>> ma sempre <<si è perduta>>. Vide invece il padre ritornare a casa con la pelle che gli cadeva a pezzi anche dal viso: si gettò a terra dicendo che aveva freddo e sete e morì sei ore dopo. Shozo, singhiozzando, gli strofinava cetrioli sulla testa infuocata. […] << Con il cetriolo i medici “curarono” le prime vittime>> mi spiega il famoso professore Kamada, lo scienziato che dirige gli ospedali degli hibakusha: << Usarono anche un’erbetta che somiglia al tè. Non capivano le ferite, non sapevano dell’atomo. Prima della bomba c’erano 292 dottori su 350 mila abitanti. Ma il 90% dei medici morì. Gli altri fecero quello che potevano, cioè niente. Con i corpi dolenti loro malati si sdraiavano per terra mormorando “sto male, ma l’ho scampata bella”. E tutti si congratulavano con loro perché erano sopravvissuti. Poi il corpo si riempiva di macchie e di pustole, i capelli cadevano…E morivano>>.
[…] Il professore racconta di aver capito che l’atomo modificava i cromosomi già nel 1960 <<ma non potevo dirlo, e non solo perché allora la censura americana controllava tutto, ma perché non volevo terrorizzare nessuno>>. La leucemia, i rischi per la seconda generazione? <<All’inizio aumentò la natalità perché, nelle catastrofi, riprodursi è un “bene rifugio”, ma poi guardi il diagramma, la natalità diminuì sempre di più>>. Perché? <<Perché la gente aveva capito quel che i medici non capivano e cioè che le conseguenze della bomba arrivavano ai figli>>. Come l’avevano capito? <<Alcuni bambini nacquero malato o deformi, con i cheloidi sulla pelle, privi di arti…>>. […].
Nessuno è sopravvissuto a un raggio di un chilometro dall’esplosione. […]
La ricostruzione cominciò nel 1949: […] gli ospedali modello, l’aeroporto internazionale e la stazione tutta bianca, l’università, le industrie, i bouvelard ordinatissimi, i parchi, i negozi, un incredibile numero di bar, le vie calde di saké, di shochu e di vizio, le periferie dure della mafia, e la famosa squadra di baseball dei Red Carp (le carpe rosse)…. […] << Si cominciò con il portare la terra dalla montagna. Invece di scavare ed eliminare detriti, rovine e cadaveri si alzò il livello della terra di un metro. Per questo i cittadini di Hiroshima passando da qui rivolgono un pensiero d’amore o una preghiera al cimitero che calpestano>>. E dove vivevano i senza casa? <<Costruivano baracche dappertutto e spesso la polizia era costretta a farli sgomberare. […] le case popolari solo negli anni’70 rimpiazzarono tutti gli altri slums […] . Furono ridisegnati i boulevard e portati a 30 metri di larghezza con l’eccezione del Boulevard della Pace che è stato fatto di ben cento metri>>. […] Solo la Cupola resistette? <<Parzialmente i palazzi di ferro e cemento che il Giappone aveva cominciato a costruire dopo il terremoto di Tokyo del 1922>>. […] .

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