Recinto come barriera fisica, naturale, come le montagne, i fiumi o gli steccati. Ma anche come barriera convenzionale, come una frontiera. Frontiere che sono lentamente sparite, superate dalla politica e dagli scambi economici. Da tante frontiere, ad un'unica frontiera, da tanti recinti ad un unico recinto, internazionale, che avvolge la nostra contemporaneità

Gli attentati di Parigi ed il passo che avremmo già dovuto fare…

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a cura di Massimiliano Ferrara

Alle 4,20 del 18 novembre scorso a Parigi le teste di cuoio hanno dato l’assalto, con una sparatoria, ad un covo di terroristi dove si pensava fosse asserragliato anche Abdelhamid Abaaoud, considerato la mente delle recenti stragi. Si registrano due morti: uno jihadista e una donna kamikaze che si è fatta saltare in aria all’interno dell’appartamento per non essere catturata. Altre tre persone all’interno del covo sono state prese vive ed arrestate. A questi si aggiungono quattro arrestati, di cui una donna, nelle vicinanze dell’appartamento. Se non ce ne fossimo già accorti siamo in guerra. Partiamo da una certezza: la guerra esiste anche se è un conflitto interno al mondo islamico che, sin dagli anni ’80, rivaleggia tra concezioni radicalmente diverse dell’islam. Un conflitto legato indissolubilmente ad interessi egemonici/geopolitici incarnati da varie potenze musulmane come l’Arabia Saudita, Turchia, Egitto, Iran, paesi del Golfo ecc… In realtà la guerra è all’interno dell’islam e si svolge su terreni diversi in cui sorgono ogni giorno nuovi e sempre più terribili mostri: dalla Jihad islamica egiziana, fino ad al-Qaida e Daesh[1] (Stato Islamico, Is, Isis, Daesh). In questa guerra noi occidentali non siamo i protagonisti anche se lo stiamo malauguratamente diventando. Il fine degli attentati parigini del 13 novembre è di terrorizzarci per spingerci fuori dal Medio Oriente, che rappresenta la vera posta in gioco. E’ un conflitto in cui siamo coinvolti a causa della nostra antica presenza in quelle aree e dei nostri stessi interessi. La teoria di Daesh è sempre stata palese: fondare uno Stato laddove gli Stati precedenti sono stati creati dagli stranieri per cui sono “impuri”. Daesh guerreggia per il potere riconoscendosi con l’arma dell’unica e vera religione concorrendo ad affermarsi presso la comunità dei musulmani (che include le comunità musulmane all’estero) quale unico effettivo e “costituzionale” rappresentante dell’Islam contemporaneo. E’ come una guerra politica nella religione, che manipola i segni della religione mescolando sacro e profano. Infatti Daesh, come al-Qaida, uccide soprattutto musulmani e attacca chiunque si intromette in tale conflitto. Mentre al-Qaida chiedeva la cacciata delle basi Usa dall’Arabia Saudita e puntava a prendersi quello Stato (o alternativamente il Sudan e poi l’Afghanistan in combutta coi talebani) Daesh pretende di più: conquistare il cuore della comunità dei fedeli musulmani ed esigere la fine di ogni coinvolgimento occidentale e russo in Siria e Iraq. Non ultimo, creare un nuovo Stato laddove esisteva l’antico califfato: la Mesopotamia. E’ possibile, però, notare una peculiarità spesso passata inosservata: al-Qaida si muoveva in una situazione in cui gli Stati erano ancora relativamente forti; Daesh approfitta della loro fragilità nel mondo in cui saltano le frontiere. Non esiste lo scontro tra civiltà ma c’è uno scontro dentro una civiltà, in corso da molto tempo. Inoltre ci sono due questioni rilevanti: la prima riguarda la presenza politica, economica e militare in Medio Oriente; la seconda concerne come difendere le nostre democrazie, basate sulla convivenza tra diversi, allorquando i musulmani qui residenti sono coinvolti in tale animalesca contesa? Come tutelare la nostra civiltà dai turbamenti violenti della civiltà vicina? Occorre innanzitutto proteggere la nostra convivenza interna e la qualità della nostra democrazia. Di sicuro un’Europa unita soltanto da un punto di vista monetario non aiuta a risolvere il problema. Servirebbe un serio coordinamento tra tutte le forze dell’ordine per contrastare il fenomeno dell’estremismo, soprattutto nell’ambito delle collettività immigrate di origine arabo-islamiche, che rappresentano un’importante posta in gioco del terrorismo islamico. Da constatare anche che tali attentati si ripetono proprio mentre lo Stato Islamico perde terreno in Siria. Parallelamente occorre conservare il nostro clima sociale il più sereno possibile perché mantenere la calma significa non cedere ai richiami dell’odio che desidererebbero vendetta, che per rancore trasformerebbero le nostre città in ghetti contrapposti, seminando cultura del disprezzo e inimicizia. Non bisogna cadere nel tranello (purchè molto allettante) della reazione feroce e aggressiva perché sarebbe controproducente rendere infiammato il nostro clima sociale. Così regaliamo il controllo delle comunità islamiche occidentali ai terroristi, cedendo alla loro logica dell’odio proprio in casa nostra. E’ questa la vera sfida poiché una risposta violenta farebbe il gioco dello Stato Islamico. In secondo luogo, occorre necessariamente trovare una politica univoca sulla guerra di Siria, vero crogiuolo dove si formano i terroristi. Imporre la tregua e il negoziato è una priorità strategica. Solo la fine di quel conflitto potrà aiutarci mentre aggiungere guerra a guerra produce solo effetti devastanti. Finora abbiamo commesso molti errori: l’Occidente si è diviso, alcuni governi si sono schierati, altri hanno silenziosamente fornito armi, altri ancora hanno avuto atteggiamenti ambigui, non si è parlato con una sola voce agli Stati vicini a Siria e Iraq eccetera. La fine della guerra in Siria (e nell’immediato il suo contenimento) è il vero modo per togliere linfa vitale al terrorismo mettendo in seria difficoltà lo jihadismo.

In terzo luogo, sarebbe opportuno affrontare in modo più chiaro ciò che accade in Libia, nello Yemen, in Iraq, Libano, Egitto e Tunisia… Nonostante tali crisi siano in parte collegate, vanno necessariamente tenute distinte tra loro altrimenti si cadrebbe nell’errore (auspicato dal Daesh) di considerarle tutte crisi riconducibili ad un unico conflitto. In tale impegno occorrono alleanze forti con gli Stati islamici cosiddetti moderati: un modo per trattenere anche loro dal cadere (o essere trascinati) nella trappola del jihadismo che li vuole portare sul proprio terreno. Ogni conflitto mediorientale e mediterraneo ha una storia a sé. In altre parole: restare in Medio Oriente comporta un impegno politico a vasto raggio e continuo per cui è assolutamente fondamentale conoscere, pedinare e scovare i foreign fighters. Esistono, purtroppo, cellule dormienti mai del tutto distrutte che si riattivano con estrema velocità ed in perenne collegamento con il Medioriente. Malauguratamente, attentati di questo tipo possono essere compiuti da chiunque poiché non occorre particolare addestramento ed una conoscenza approfondita di tecniche militari. Combattere il fenomeno foreign fighters corrisponde a coinvolgere le comunità islamiche che potrebbero risultare strategicamente utili per scovare gli estremisti pronti ad intervenire. Più che una guerra di religione occorrerebbe una collaborazione tra religioni.

Inoltre è basilare capire che tipo di guerra stiamo combattendo senza cadere nell’errore di combattere una guerra contro l’Islam, ciò significherebbe rendere estremista anche l’attuale ala moderata con la quale, invece, necessita cooperare. La propaganda Daesh (come quella di al-Qaeda prima) tira continuamente in ballo l’Occidente: in realtà sta parlando alla comunità musulmana per farla insorgere. Fermare e sospendere la guerra di Siria è il solo modo per combattere il proliferarsi del terrorismo. Di certo sarà un’operazione lunga e complessa, ci saranno altri attentati, ma è una soluzione lungimirante anche se si tratta di far dialogare irriducibili nemici.  Continuare il conflitto in Siria vuol dire compiacere Daesh ed i suoi strateghi che avranno sempre un alibi; un Occidente ed una Russia divisi su tutto favoriscono chi sta creando uno “Stato” alternativo. Occorrerebbe che ribelli siriani e milizie di Assad (assieme ai rispettivi alleati) capiscano che esiste il nemico comune per cui vale la pena confrontarsi. Lo Stato Islamico furbescamente si presenta alla propria comunità come “diverso”, senza alleati, patriottico, anti-neocolonialista, no-global, incontaminato da interessi stranieri ed islamico al 100%. Un eventuale, ed auspicabile,  negoziato dovrebbe portare ad una tregua immediata aprendo un dibattito realistico sul futuro della Siria. Solo in tal modo si potrà mettere in piedi un’operazione internazionale di terra, che miri a stabilizzare il paese ed a mettere Daesh in seria difficoltà, perché quest’ultimo è stato estremamente abile ad approfittare delle nostre divisioni. I recenti attentati di Parigi hanno sconvolto la nostra opinione pubblica, ci hanno trascinato nell’incubo del terrore ma, al tempo stesso, stanno ricompattando strategicamente le forze Occidentali, e ciò è un passo che avremmo già dovuto fare da diverso tempo…



[1] DAESH  o ISIS?

Daesh è un acronimo: significa “Stato Islamico dell’Iraq e del Levante”, o “della Grande Siria”. Apparentemente il significato è lo stesso di Isis ma l’accezione attribuita a Daesh è spesso dispregiativa, perché somiglia a un altro termine arabo che significa «portatore di discordia». Secondo il The Guardian , addirittura, la Francia avrebbe preferito il termine Daesh perché simile al francese dèche, cioè «rompere». Che il termine sia disprezzato dai seguaci di Abu Bakr al-Baghdadi è confermato anche dalle testimonianze di chi racconta di punizioni corporali per chi utilizza pubblicamente il nome Daesh. Di conseguenza decidere tra Stato Islamico e Daesh significa dare forma a quella realtà. Praticamente tutte le testate giornalistiche optano per Isis, per una questione di semplicità e di uniformità.

 

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