Recinto come barriera fisica, naturale, come le montagne, i fiumi o gli steccati. Ma anche come barriera convenzionale, come una frontiera. Frontiere che sono lentamente sparite, superate dalla politica e dagli scambi economici. Da tante frontiere, ad un'unica frontiera, da tanti recinti ad un unico recinto, internazionale, che avvolge la nostra contemporaneità

L’assalto di Daesh alla Francia e la risposta dell’Unione Europea

A cura di Francesco Della Lunga

Al di là di quelli che saranno poi gli sviluppi delle indagini francesi e dall’azione delle intelligence di Francia e Belgio rileviamo con interesse l’opinione espressa lo scorso 14 novembre alla trasmissione della 7, Otto e Mezzo, condotta dalla Gruber dagli ospiti intervenuti, l’ex Presidente del Consiglio italiano Enrico Letta, oggi professore alla PSIA (Paris School of International Affairs), Massimo Cacciari, filosofo ed ex politico ed il Generale Vincenzo Camporini (Istituto Affari Internazionali).

L’analisi condotta in questo breve spazio televisivo ha messo in evidenza alcuni punti:

-        Necessità di dare una risposta ai cittadini europei (perché è pacifico che sia la comunità occidentale in generale e quella europea esposta all’attacco di Daesh) in termini di sicurezza e che questo debba e possa essere fatto con una risposta specifica o non ordinaria, introducendo misure che potrebbero anche limitare la certezza dei diritti individuali;

-        Necessità di dare una risposta di “sistema”, come detto da Cacciari e Letta e condiviso anche dal Generale, nel senso che la risposta può essere vincente solo se ci sarà “più Europa” e meno “stati nazione”;

-        Necessità di valutare al meglio tutti gli scenari presenti e futuri per evitare che l’Occidente debba rimanere sotto lo scacco di gruppi di terroristi sanguinari ed in un vortice continuo di terrore;

-        Necessità di valutare e decidere le risposte in un ambito strategico e geopolitico ben determinato, con un obiettivo fortemente condiviso.

Proviamo a riassumere un po’ questi quattro punti riportando le posizioni espresse.

La risposta ai cittadini europei deve avvenire in termini di sicurezza, senza che il venir meno della stessa possa mettere in crisi il normale svolgimento della vita quotidiana. Per far questo viene auspicato il massimo coinvolgimento, a livello centrale europeo e con un forte coordinamento, di tutte le intelligence. Veniva fatto notare come un fenomeno come quello parigino sia probabilmente la sconfitta dell’intelligence giacché le azioni condotte dai terroristi ieri a Parigi lasciano pensare ad una attenta pianificazione e preparazione che è totalmente sfuggita alle forze di polizia. Mentre, in casi di terrorismo, quando nulla succede, è certamente da ascrivere anche a merito dell’intelligence che, come noto, quando agisce, lo fa senza che si abbiano notizie. Il coordinamento delle forze di polizia e dei servizi dei paesi europei pare dunque la prima risposta che tutti gli analisti e soprattutto i cittadini dovrebbero auspicarsi.

La risposta di “sistema” è forse quella più complessa da attuare perché ad oggi appare totalmente da costruire ma è anche quella che può dare il migliore risultato possibile, ovvero la scomparsa di questo fenomeno. Sia Cacciari che Letta hanno in qualche modo condannato le parole del leader della Lega Nord Salvini secondo il quale ci sarebbe da dichiarare guerra all’IS. La guerra sul terreno è il maggiore spauracchio di tutti i leader europei e di tutte le loro opinioni pubbliche. Interessante, da questo punto di vista, l’osservazione di Letta, secondo la quale le opinioni pubbliche europee non sono da tempo più abituate a condividere e sopportare una guerra sul campo con tutto quello che ne consegue. D’altra parte, la guerra fatta soltanto con i droni è una guerra che non si può vincere. La risposta di “sistema”, come dice Cacciari, riguarda tutti gli aspetti, da quelli politici a quelli militari. Ma la risposta militare non può rimanere avulsa da una strategia politica di lungo periodo che cerchi di individuare gli scenari futuri perché altrimenti le conseguenze sarebbero ancora peggiori. Negli ultimi anni abbiamo assistito al fallimento di interventi militari, peraltro senza l’intervento sul terreno di truppe europee o Nato o Statunitensi in alcuni teatri quali la Siria, la Libia ed in generale tutta l’area mediorientale attraversata prima dalle primavere e poi dall’affermazione dell’IS o Daesh. La risposta di “sistema” dovrebbe dunque essere attuata dispiegando tutte le risorse possibili sotto un unico coordinamento, quello europeo. Ad oggi abbiamo ancora la presenza della Nato, due ex grandi potenze come la Gran Bretagna e la Francia con dispositivi militari certamente integrati in quello Nato ma comunque ancora con forti velleità di dimostrare la propria forza anche senza questo ombrello, istituzioni europee deboli che non sono in grado di organizzare una risposta militare senza il sostegno Nato e, in ultima analisi, statunitense. Il lavoro da fare quindi appare enorme, ma di fronte agli eventi di Parigi si dovrà necessariamente rispondere riorganizzando i dispositivi di sicurezza e quelli militari portandoli sotto il controllo politico europeo. Questo significherà certamente abbandonare l’idea che ci ha cullati fino ad oggi e durante gli ultimi settant’anni con la consolazione dell’intervento americano e riappropriandoci del nostro comune destino. Una scelta che inevitabilmente potrà avvenire solo se a livello politico l’Europa sarà in grado di fare ora il salto di qualità.

Il terzo punto si lega invece alla risposta che occorre dare al fenomeno migratorio. Molti leader politici nazionali hanno legato le minacce alla sicurezza sul territorio interno alla presenza di terroristi fuggiti dalle aree di crisi. Mentre gli analisti argomentano dicendo che occorre fare attenzione a fare di tutta l’erba un fascio. In Europa la presenza islamica ormai è forte ed è radicata in quasi tutte le nazioni. I fenomeni degli ultimi due anni stanno però rischiando di mettere a rischio la coesione sociale. Anche in questo caso si è notato una risposta individuale al fenomeno con qualche caso di clamoroso ripensamento (ad esempio in Germania questa estate, di fronte alla massiccia invasione di profughi dalla Grecia e dalla Turchia si è prima aperto le porte a tutti, per poi richiudere le frontiere) e senza la mancanza assoluta di condivisione e coordinamento. L’Italia è stata lasciata sola di fronte agli sbarchi, la Francia a chiuso le frontiere a Ventimiglia scordandosi di Shenghen, gli inglesi hanno cercato di bloccare gli sbarchi e lasciare gli immigrati in terra francese. Per non parlare del governo ungherese che ha issato l’ennesimo muro di filo spinato in Europa, ai propri confini con la Serbia. Ma una soluzione deve essere trovata perché il cittadino normale si sente solo ed abbandonato e soprattutto sente di perdere la propria sicurezza di fronte alla presenza di persone di origini diverse che non capisce e che recepisce come una minaccia anche al proprio futuro. La coesione sociale rischia di essere minata da questi fenomeni e se l’Europa non trova una risposta efficace il futuro della costruzione comunitaria appare ad altissimo rischio.

Sull’ultima questione trattata, ci sembra rilevante il pensiero di Letta che si lega, ancora una volta, al tema dell’impreparazione europea ad una guerra sul terreno. In questo senso rilevante diventa il ruolo russo che, negli ultimi giorni ha preso vigore grazie ad alcune dichiarazioni del Presidente Putin che si sarebbe detto disposto a dislocare truppe in Siria. Per Letta potrebbe essere un passo obbligato valutare la posizione russa in termini di “realpolitik”. Se gli europei non sono ancora in grado di affrontare una guerra sul terreno, potrebbero accettare di buon grado la presenza russa su un territorio irto di insidie come quello siriano, senza peraltro esporsi direttamente. Nonostante il peso che un’alleanza esplicita con un interlocutore ritenuto fino ad oggi inaffidabile e contrario alla maggioranza dei valori europei potrebbe comportare, sembra quasi inevitabile rivolgersi anche ad attori “scomodi” almeno fino a che l’Europa non sarà in grado di rispondere con una sola voce al pericolo sempre più vicino di Daesh.

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