Recinto come barriera fisica, naturale, come le montagne, i fiumi o gli steccati. Ma anche come barriera convenzionale, come una frontiera. Frontiere che sono lentamente sparite, superate dalla politica e dagli scambi economici. Da tante frontiere, ad un'unica frontiera, da tanti recinti ad un unico recinto, internazionale, che avvolge la nostra contemporaneità

Category: Africa

Libia: si stava meglio quando si stava peggio?

Testo di Roberto Di Ferdinando
sarkozy-gadaffiNel 2011, proprio dalle pagine web di Recinto Internazionale (in fondo a questo post ci sono i link di alcuni miei vecchi articoli), avanzai forti dubbi sulle modalità e sulle opportunità che l’Occidentale intervenisse con l’uso della forza militare in Libia a supporto del fronte anti Gheddafi. Oggi, alla notizia che le bandiere nere dell’ISIS sventolano numerose presso Tripoli e che il paese nordafricano è ormai destinato ad una irrimediabile disgregazione, senza più ordine e sicurezza, quelle mie parole ritornano attuali. Gheddafi era un dittatore, e l’ho apertamente criticato, ma con lui la Libia ha conosciuto livelli di benessere mai raggiunti prima, e purtroppo difficilmente ripetibili. Questo non giustifica che un paese sia guidato da un regime comunque repressivo e illiberale, ma se oggi glielo chiedessimo ai diretti interessati, i cittadini libici, chi sceglierebbero?
Scrive lo storico, esperto d’Africa,  Angelo Del Boca:” La caduta di Muammar Gheddafi ha portato indietro la Libia di due secoli, con la tribalizzazione del territorio; mentre il regime del Colonnello aveva dato ai libici una fierezza che non avevano mai conosciuto. Ai tempi di Gheddafi il reddito pro capite libico era il più alto dell’Africa, molti servizi pubblici erano gratuiti e i beni di prima necessità erano venduti a prezzi politici“. Ed ancora, Valentino Parlato, nato in Libia nel 1931 e fondatore del Manifesto, intervistato dal Corriere della Sera denuncia: “Non è una questione di nostalgia, ma di realismo politico. Gheddafi era una barriera importante contro i jihadisti. E la Libia era un paese tranquillo. Il governo libico, per quanto dittatoriale, usava parte della rendita petrolifera a favore della popolazione“. Non voglio qui difendere la dittatura di Gheddafi, ma sottolineare che nel 2011 l’intervento occidentale a guida francese fu dipinto come indispensabile per tutelare, sì  i civili, ma, principalmente, le forze libiche anti-governative, viste da molti leader del Vecchio Continente come la nuova speranza per una Libia democratica. Un’atroce balla. Infatti, ricordo, tra l’altro, che nella sua storia millenaria la Libia non ha mai conosciuto una democrazia ed era ed è assurdo poter immaginare che le fazioni antigovernative, uscite vincitrici dalla guerra civile, potessero dare vita,  quasi autonomamente, ad un percorso democratico a loro sconosciuto. Non solo, il nuovo ciclo avviato dai ribelli nasce con l’esecuzione sommaria di Gheddafi, tutt’altro che una prassi democratica.
Comunque, dati alla mano, oggi quasi due milioni di libici hanno abbandonato la loro terra per dirigersi verso la Tunisia e l’Egitto. Il paese non ha più’ una guida politica, ma parcellizzato in centinaia di piccole e grandi tribù che Gheddafi era riuscito a contenere per 42 anni. Il fanatismo islamico controlla ampie zone del paese, mentre il governo di Tobruk, l’unico riconosciuto dall’Occidente, non ne controlla effettivamente alcuna.
L’iniziativa francese del 2011 fu mossa unicamente dall’interesse del governo Sarkozy a mettere le mani di Parigi sulle ingenti risorse energetiche della Libia e ridurre al silenzio Gheddafi che negli ultimi decenni, abbandonando il finanziamento al terrorismo, aveva scelto una nuova collocazione internazionale: porsi alla guida dei paesi Africani per il riscatto del continente dall’eccessiva sudditanza economica nei confronti dei vecchi paesi colonizzatori, in particolare della Francia. L’allora governo italiano, guidato da Berlusconi, inizialmente si oppose all’intervento il Libia, in quanto andava contri i nostri interessi; difatti noi, a differenza dei francesi, avevamo già importanti accordi commerciali ed energetici con Gheddafi. Ma poi anche Berlusconi fu costretto a schierarsi al fianco degli interventisti occidentali, perché in Italia ambienti progressisti ed una certa stampa erano favorevoli alla campagna internazionale anti dittatore. Ma già allora furono avanzati dei dubbi: perché prendersela con Gheddafi e non anche con i vari dittatori africani o arabi, che la Francia invece sosteneva e sostiene ancora? E quali garanzie ci avrebbero dato le milizie anti Gheddafi per il futuro della Libia. Oggi le risposte. L’intervento militare in Libia, come spesso è capitato in altre zone di intervento a guida occidentale, non prevedeva un post-Gheddafi. La presidenza Sarkozy, interessata solo al consenso interno per la vittoria alle presidenziali (poi perse), volle una rapida sconfitta di Gheddafi,  senza considerare il ruolo delle numerose tribu presenti per la successiva normalizzazione del paese. Il risultato fu ed è stato un disastro. Coma ha sottolineato domenica scorsa Romano Prodi al Corsera: “Quando fu abbattuto Gheddafi non era difficile prevedere che si sarebbe arrivati a questo punto con il paese nordafricano nell’anarchia e nel caos più assoluto. Una catastrofe che nasce da un errore nostro dell’Occidente. E se la Francia porta la maggior responsabilità per aver voluto a tutti i costi l’intervento militare, l’Italia ha addirittura pagato per fare una guerra contro i propri interessi”. Non dimentichiamo che la Libia fornisce (forniva ormai?) Almeno il 14% del proprio fabbisogno energetico.
La storia ci ha insegnato e ci insegna  che quando i governi francesi si muovono con la forza (da Napoleone a Hollande in Mali), solitamente portano più danni che vantaggi, perfino a se stessi.
RDF
http://www.recintointernazionale.it/2011/03/perplessita-sullattacco-alla-libia/
http://www.recintointernazionale.it/2011/03/ancora-sulla-libia/
http://www.recintointernazionale.it/2012/02/sempre-torture-in-libia/
http://www.recintointernazionale.it/2012/01/un-problema-energetico-in-piu-per-litalia/
http://www.recintointernazionale.it/2011/10/sangue-e-sorrisi/
http://www.recintointernazionale.it/2011/08/ancora-domande/
http://www.recintointernazionale.it/2011/06/perche-loccidente-vuole-fare-fuori-gheddafi/
http://www.recintointernazionale.it/2011/04/domande/
http://www.recintointernazionale.it/2011/04/non-ci-capisco-piu-niente/

La rinascita somala secondo le Nazioni Unite

2014122522938243734_20

a cura di Francesco Della Lunga

Quelle che seguono sono brevi note estratte da un articolo pubblicato da Al Jazeera ed apparse su Radio Shabelle in data 21 gennaio 2015. L’articolo riporta la posizione del Segretario Speciale delle Nazioni Unite per la Somalia, Nicholas Kay, sul processo di transizione in atto nel paese. Abbiamo riportato sul nostro sito questa testimonianza perché, oltre ad offrire la posizione ufficiale delle Nazioni Unite sul processo in atto da alcuni anni, conferma anche quanto più volte riportato dal nostro Recinto sulla rinascita, ancora incerta ed irta di difficoltà, in verità, del paese. Nicholas Kay è il Rappresentante Speciale delle Nazioni Unite in Somalia ed è uno dei principali attori politici presenti sul territorio. Secondo Kay, la Somalia sta realmente passando dalla condizione di “stato fallito” ad una condizione di stato che, lentamente e faticosamente, sta ricostruendosi grazie alla presenza non solo delle Nazioni Unite, ma anche e soprattutto dell’Unione Africana, dell’Unione Europea e di tutti i paesi che, in questi ultimi quattro anni hanno lavorato attivamente per ricostruire il Governo centrale a Mogadiscio ed a porre le basi per il ritorno della legalità. Quelli che seguono sono alcuni punti del discorso di Key (traduzione nostra).

“Somalia e successo sono parole che spesso non è stato possibile coniugare assieme. Ma se guardiamo indietro al 2014 e buttiamo lo sguardo al nuovo anno, è possibile confrontarci con una realtà che sta sia pur lentamente, progressivamente migliorando. La Somalia sta passando dalla condizione di Stato fallito a quella di Stato fragile, verso comunque un percorso di stabilità e, si spera, di prosperità. Non ci nascondiamo ovviamente né le sfide tuttora in corso e neppure i rischi. Ho vissuto a Mogadiscio dal giugno 2013. Sono stato testimone della difficile marcia del Paese verso il miglioramento della governabilità e della stabilità. Ho sentito, visto e vissuto in prima persona l’impatto delle bombe e degli attacchi terroristici. Ho contribuito all’evacuazione delle vittime. Nonostante le sfide sul campo la Somalia ha fatto notevoli passi avanti nel 2014. I somali hanno guidato un processo che, senza l’aiuto della comunità internazionale, non avrebbe avuto successo, ma bisogna dare atto che è stato il popolo somalo che l’ha voluto. Sono il primo a riconoscere l’enorme contributo e sacrificio, anche di vite umane, fatto dall’Unione Africana e dalla missione AMISOM. Anche l’Unione Europea ha svolto un ruolo attivo nel sostenere AMISOM. L’IGAD, dal canto suo, ha avuto un ruolo attivo. Altri stati, come gli Stati Uniti, Turchia, Emirati Arabi Uniti hanno avuto un ruolo altrettanto importante.

I successi conseguiti

Vorrei anche sottolineare il ruolo delle Nazioni Unite, spesso incompreso, in teatri come questo. Molte delle nostre attività sono visibili a prima vista, ma occorre cercare di gettare uno sguardo oltre le quinte. Le Nazioni Unite sono l’Organizzazione più presente sul territorio somalo. Oggi l’Organizzazione ha un numero di funzionari assai elevato ed è diffuso in quasi tutto il paese. A partire dal 1996 ad oggi, lo staff dell’ONU è costituito da circa 450 funzionari internazionali che, quotidianamente, coordinano il lavoro di circa 1000 somali. La nostra presenza in Somalia, oltre Mogadiscio, significa che abbiamo la possibilità di favorire la ripresa della vita politica, riorganizzare la logistica lo sviluppo ed il supporto umanitario attraverso tutta la nazione. La Somalia è ancora un territorio estremamente difficile ed i bisogni sono enormi, ma le Nazioni Unite sono orgogliose del loro contributo. Nel 2014 le Nazioni Unite hanno migliorato la vita di milioni di somali grazie a diverse attività. Ogni giorno, più di un milione di somali riceve approvvigionamenti di sussistenza oltre a garantire la sopravvivenza di oltre 180000 bimbi al di sotto dei cinque anni. Nello stesso anno sono stati garantiti vaccini contro le principali malattie per 2.8 milioni di cittadini mentre per 40.000 bambini si sono aperte le porte della scuola per la prima volta. Gli aiuti ai contadini hanno garantito vaccini e cure veterinarie per 24 milioni di capi di bestiame. Il 2014 ha visto anche la rinascita di alcune attività economiche grazie allo sviluppo di un nuovo sistema biometrico di pagamenti che ha interessato circa 17.000 appartenenti alle forze armate e di polizia, mentre sono stati generati oltre 400.000 posti di lavoro per i cittadini con il rientro di circa 300 membri della diaspora somala che sono stati impiegati in posizioni tecniche importanti. Infine, oltre 500 rifugiati sono rientrati volontariamente dal Kenya, i primi dopo gli esodi iniziati con l’esplosione della guerra civile, nel 1991. Il futuro e lo sviluppo della Somalia dipende dalla sicurezza. Nel 2014 le Nazioni Unite hanno supportato il più ampio dispiegamento di forze per operazioni di peace keeping sotto l’ombrello AMISOM (UNSOA – United Nation Support Office for AMISOM). L’UNSOA è indubbiamente una delle operazioni di peace keeping più complesse e costose portate avanti dall’UN negli ultimi anni. UNSOA oggi offre la necessaria logistica per circa 8000 forze armate somale. Questo sforzo combinato fra UNSOA e le forze armate ha permesso di liberare circa 20 città dalla presenza di Al Shabaab e milizie locali. Il 2014 è stato indubbiamente l’anno più rilevante da questo punto di vista con l’espansione sul territorio delle autorità statali a scapito della presenza del fondamentalismo e delle truppe di Al Shabaab. Si è dunque riaccesa la speranza di tornare presto alla presenza di uno stato di diritto.

Il processo di costruzione della pace

Il 2014 ha registrato passi important verso il riaffermarsi della Somalia come un unico stato federale. La costituzione federale provvisoria della Somalia prevede un’agenda ambiziosa per la realizzazione di uno stato federale in accordo alla nuova costituzione ed alla democratizzazione del paese. Il progresso e l’affermazione del nuovo Stato, sulla base della nuova costituzione, può tardare, ma queste trasformazioni non possono essere gestite totalmente da attori esterni e non possono essere raggiunte in poco tempo. Nel 2014 è stato possibile affermare la presenza del nuovo Stato Federale a Baidoa, conosciuto come la Interim South West Administration, mentre si sono poste le basi per la presenza anche nelle regioni centrali. La Somalia ha oggi la necessità di completare il suo ambizioso compito di ricostruzione istituzionale e di ricreare uno stato federale con poteri e risorse suddivise fra il centro e le nuove entità territoriali federali. All’inizio del 2015 la Somalia può contare di un nuovo governo stabile in Mogadiscio, sotto il Primo Ministro Omar Abdirashid Ali Sharmarke. La lista delle “cose da fare” appare scoraggiante. Ma le Nazioni Unite e le altre nazioni amiche della Somalia supporteranno questo sforzo. Il Governo ha il principale compito di rafforzare le istituzioni somale e l’intero sistema economico per far rinascere la speranza e la vita sociale e pubblica. Il 2015 vedrà anche la partenza del nuovo programma di sostegno economico – istituzionale denominato “New Deal Somali Compact programmes” finalizzato alla costruzione della pace. I cittadini somali avranno la possibilità di giudicare il proprio governo quando il mandato scadrà nel settembre 2016. Le Nazioni Unite saranno ancora presenti e determinate per permettere ai somali di dimenticare un incubo che dura da oltre vent’anni”.

Gli albini nel Continente Nero

(Testo di Roberto Di Ferdinando)

adimu (1)In Occidente non è molto conosciuta una realtà dura e difficile che alcune persone sono destinate a vivere in Africa. E’ la realtà di emarginazione e di sofferenze in cui vivono gli africani affetti da albinismo. Infatti, nel continente nero numerosi bambini che nascono con la pelle chiara (nascere con pelle ed occhi chiarissimi, capelli biondi o bianchi in mezzo a persone di pelle scurissima), per superstizione o ignoranza, sono abbandonati dai loro genitori (se non uccisi dai familiari appena nati) e spesso, lasciati a se stessi, muoiono in giovane età (la durata media di vita per un albino in Africa è di 30 anni). I bambini albini cadono vittime di amputazioni o mutilazioni, i loro organi sono ambiti nel terrificante mercato degli organi umani, o da alcuni stregoni locali che li ritengono fondamentali per la preparazione di pozioni magiche, od ancora come vittime sacrificali in rituali (gli albini sono sospettati di immortalità, i loro occhi così chiari permetterebbero loro di esplorare l’eternità, di possedere poteri sovrannaturali o anche essere metà-uomini e metà-dei, per cui il loro sacrificio resta comune in tutta l’Africa nera). Oppure, ancora, la mancanza di adeguate creme solari protettive o di opportuni occhiali da vista o da sole causano atroci sofferenze. Chi sopravvive, specialmente nelle zone rurali, è escluso da una normale vita sociale ed è costretto a isolarsi, a emarginarsi, senza alcun accesso ad una assistenza od ad una regolare istruzione. La Tanzania è il paese africano con il più alto tasso di albinismo: una nascita su 1.400, contro l’1 su 20.000 a livello mondiale, mentre in Africa Orientale si contano almeno 10.000 albini, nonostante manchino statistiche ufficiali. Consiederando tutto il continente africano, solo il Sudafrica recentemente ha avviato un programma di assistenza per propri cittadini affetti da albinismo.
Per approfondimenti: http://www.helpafricanalbinos.com/

“Adimu – Ombra Bianca” di Cristiano Gentili – Ed. Ota Benga

RDF

Il viaggio di Lapo Pistelli nel Corno d’Africa

P1000514 distributore ad Adi Ar Kay

Il vice ministro degli Affari Esteri Lapo Pistelli ha recentemente intrapreso un viaggio nel Corno d’Africa. Il vice ministro espone chiaramente la situazione presente sul territorio e le politiche che il nostro paese intende attuare verso un’area che storicamente ha avuto una forte presenza italiana. Vi sono inoltre contributi di Mario Raffaelli e Alfredo Mantica. Il report del viaggio è stato ospitato da Oltreradio. Per gli interessati al tema, vi proponiamo le interviste con un semplice click sul link sotto riportato.

Francesco Della Lunga

http://www.oltreradio.it/talk/viaggio-corno-dafrica

Foto: Francesco Della Lunga

 

 

Il Maghreb verso il libero scambio

Testo di Francesco Della Lunga

Una delle aree economiche che da sempre hanno interessato il nostro paese è quella dei paesi africani che si affacciano sul Mediterraneo. Senza tornare alle vicende storiche che hanno incrociato il destino di alcuni di questi paesi con il nostro nell’ultimo secolo (si pensi soprattutto alla Tunisia a cavallo fra Ottocento e Novecento e la Libia) l’area caratterizzata da Marocco, Algeria, Tunisia, Libia e Mauritania che è anche conosciuta come Maghreb, è da tempo caratterizzata da una forte spinta verso la crescita economica. Una spinta che viene dalla classe imprenditoriale ma non ancora del tutto colta dalle elites politiche. I governi di questi paesi, senza grandi eccezioni, riescono ad attrarre investimenti e capitali dall’estero, soprattutto dall’Unione Europea, senza però riuscire ad integrare i propri mercati ed a realizzare un vero e proprio mercato interno. Questa particolare situazione che rende i cinque paesi citati dipendenti in larga parte dagli investimenti stranieri, è stata evidenziata pochi giorni fa a Marrakech, in Marocco, dove oltre cinquecento imprenditori si sono ritrovati al terzo Forum delle Associazioni Industriali del Maghreb. I principali temi che sono stati affrontati e denunciati sono proprio quelli dell’integrazione economica interna che sarebbe anche resa possibile dalla creazione, ben venticinque anni fa, della Uma, ovvero l’Unione Politica fra Marocco, Algeria, Tunisia, Libia e Mauritania. Ma l’Unione Politica si è rivelata fino ad oggi un vero e proprio fallimento tenuto conto che le cinque economie sono fra le meno integrate del continente. Le frontiere, per rischi dovuti alle continue tensioni politiche e sociali ed ai contrasti che hanno caratterizzato storicamente le comunità di questi paesi, sono chiuse con dazi all’importazione scoraggianti. Il presidente degli industriali marocchini Miriem Bensalah Chaqroun, in occasione del vertice, ha affermato che l’interscambio interno fra l’area maghrebina non supera il 3% mentre tutte le altre grandi aree di scambio come quelle che vedono associate i paesi asiatici, il Mercosur, e soprattutto l’Unione Europea che rimane il modello di riferimento per questi paesi, hanno fatto segnare tassi del 24% (Asia), 15% (Mercosur) e 64% (UE). Per favorire l’interscambio fra le cinque economie le politiche da intraprendere sono molteplici e dovrebbero riguardare almeno la creazione di uno spazio economico integrato, la libertà di investimento che non discrimini operatori esteri rispetto agli autoctoni, l’armonizzazione di politiche commerciali e doganali,  l’eliminazione delle barriere alle importazioni, la cooperazione monetaria e finanziaria con l’istituzione della Banca Maghrebina degli investimenti la cui attesa operatività è comunque attesa per la fine del 2014. Altre riforme da attuare dovrebbero prevedere il riconoscimento dei titoli di studio per favorire la mobilità dei lavoratori, l’eliminazione delle doppie imposizioni, l’armonizzazione delle imposte sui redditi di impresa. Come si vede il lavoro da compiere, in termini di riforme, è assai ponderoso. Su questo ambizioso programma pesa fortemente l’instabilità politica. La Mauritania rimane un paese ancora alle prese con la questione della popolazione saharawi oltre che dal mancato controllo delle regioni più interne che oggi paiono controllate da militanti islamici vicini alla Jihad ed al fondamentalismo salafita. L’Algeria non è ancora del tutto stabilizzata, la Tunisia sta uscendo con enorme fatica dalla Primavera Islamica di due anni fa, la Libia è ancora nel pieno caos politico e sociale dopo la caduta di Gheddafi. Non c’è dubbio che la stabilizzazione dell’area potrebbe aprire nuove grandi opportunità per tutti i paesi dell’Unione, fra cui anche il nostro che mantiene comunque rapporti solidi con Marocco, Algeria, Tunisia e Libia.

Alcune notizie di questo testo sono tratte dal Sole 24 Ore del 19/02/2014

Il governo somalo chiude Radio Shabelle

Testo di Francesco Della Lunga

E’ di pochi giorni fa la notizia che il governo somalo avrebbe chiuso l’emittente radiofonica di Mogadiscio, Radio Shabelle. Ne hanno parlato in alcuni articoli Repubblica e la Radio Vaticana. Naturalmente la notizia è stata diffusa anche da altri organi di stampa e di informazione. Radio Shabelle è un’emittente privata radiofonica di Mogadiscio che ha pagato, negli ultimi anni, soprattutto dopo l’avvento degli Shabab, un elevato tributo di sangue. Numerosi sono stati i giornalisti che sono stati assassinati. La ragione della chiusura dell’emittente, assieme alla gemella Sky Fm Radio, sarebbero da attribuire al fatto che le due radio occupavano, secondo il governo, dei locali in precedenza appartenuti alla radio pubblica. E che quindi, con il ritorno della legalità nel paese, avrebbero dovuto riconsegnare i locali. Nonostante i passi avanti fatti nel processo di pacificazione negli ultimi mesi, la situazione politica a Mogadiscio è ancora altamente instabile. Radio Shabelle ha dato un contributo alla conoscenza del caos che regna nel paese assai rilevante. In un paese come la Somalia, la libertà di stampa dovrebbe essere un bene da tutelare ma i passi da fare in questa direzione sono ancora molti. Segnaliamo il link al sito di Radio Shabelle, presente sul nostro sito.

Duro colpo alla pirateria somala: arrestato in Belgio il capo Mohammed Abdi Hassan

Commento di Francesco Della Lunga

I fasti raggiunti dai pirati somali negli ultimi cinque anni sembrano destinati ad essere arrivati all’epilogo. Il presunto capo dei pirati che hanno portato a termine sequestri di numerose navi al largo della costa somala e nel golfo di Aden, Mohammed Abdi Hassan, è stato arrestato a Bruxelles lo scorso sabato 12 ottobre, ma la notizia è trapelata soltanto nei giorni scorsi. Hassan, detto anche Afweyne (che significa grande bocca in somalo, soprannome attribuibile alle “prede” che avrebbe catturato con il suo gruppo in passato o, in altre parole, alla stazza delle navi), sarebbe stato attirato a Bruxelles dagli agenti federali dello stato belga con uno stratagemma, facendogli credere di avere bisogno di un esperto di pirateria per realizzare un documentario sul tema. La notizia è stata diffusa dal procuratore federale Johan Delmulle nel corso di una conferenza stampa. Hassan, ricercato da oltre quattro anni, sarebbe stato ritenuto responsabile di alcuni sequestri spettacolari come quelli della nave da cargo ucraina, la Faina, nel 2008 e quello della superpetroliera saudita Sirius Star.

Nel nostro Recinto Internazionale aCargo Boat Close upbbiamo dato numerose notizie sulla questione dei pirati somali. Si possono vedere i nostri articoli e commenti nella sezione “Africa”.

La fonte di questo articolo è l’Osservatore Romano del 16 ottobre

Egitto-Etiopia: ancora la diga sul Nilo Azzurro

(fonte: Corriere della Sera), testo di Roberto Di Ferdinando

GrandEthiopianRenaissanceDamA completamento del puntuale e preciso articolo dell’amico Della Lunga, segnalo che oggi il Corriere della Sera dedica quasi l’intera pagina 19 alla questione della controversia, ad oggi solo diplomatica, tra Egitto-Etiopia, per la diga “Grand Renaissance” sul Nilo Azzurro. La diga in territorio etiope a 40 km ad est dal confine con il Sudan sarà il più grande progetto idroelettrico in Africa e permetterà ad Addis Abeba di esportare energia elettrica a Gibuti ed in Kenya. Cecilia Zecchinelli, autrice dell’articolo, mette in luce alcuni aspetti di questa contesa. Innanzi tutto le preoccupazioni egiziane, che si allarmano ogni volta che il Nilo è oggetto di interventi non loro; infatti il grande fiume rappresenta il 97% delle risorse idriche per l’Egitto, ed il Cairo, nonostante il peso politico nella regione non può molto. Infatti, il trattato che riconosce all’Egitto diritti storici e naturali sul Nilo è del 1929 e fu firmato con i colonialisti britannici, quindi oggi non ha nessun valore, mentre può vantare privilegi nell’accordo del 1959 con il Sudan, ma si tratta comunque di un accordo solo bilaterale. Quindi tutti i restanti paesi attraversati dal bacino del Nilo, nel rispetto delle norme internazionali, si sentono abbastanza liberi. Così l’Etiopia che con il primo ministro Hailemariam Desalegn, è arrivata a dire: “Gli egiziani vogliono essere i soli padroni del Nilo ed è assurdo. Dobbiamo lavorare insieme per trovare una soluzione, l’acqua può bastare a tutti […] in Etiopia sgorga l’86% dell’acqua del Nilo e fare quella diga è nostro diritto. Non rompiamo alcun trattato perché noi non ne abbiamo mai firmati, finora ci hanno sempre escluso”. Zecchinelli fa notare quindi un altro aspetto della questione, infatti da questa ferma presa di posizione dell’Etiopia si evidenzia come l’Egitto di Morsi, rispetto al governo Mubarak, faccia meno “paura” nella regione. Anche il governo del Sudan del Sud, il nuovo stato resosi indipendente dal Sudan nel 2011 ed osteggiato dall’Egitto di Mubarak, non solo ha dichiarato che: “l’Etiopia ha tutti i diritti di usare le acque del Nilo per l’energia e l’irrigazione”, ma ieri ha anche firmato un accordo quadro sullo sfruttamento delle acque già sottoscritto da Etiopia, e dagli altri paesi del bacino del Nilo: Ruanda, Tanzania, Uganda, Kenya e Burundi. Quindi sale la tensione e si formano schieramenti contrapposti, ma anche nell’articolo si sottolinea che la controversia rimarrà comunque nei termini diplomatici, infatti, sembra impensabile un conflitto tra Egitto ed Etiopia, nonostante tanta posta in palio.
RDF

La diga del Millennio guasta i rapporti fra Egitto ed Etiopia

Il fiume Tekazè nel bacino del Nilo Azzurro

di Francesco Della Lunga

La questione è emersa sulle pagine della stampa internazionale pochi giorni fa a seguito dell’”editto di Morsi” che avrebbe dichiarato che “le acque del Nilo non si toccano” e che la realizzazione della nuova diga chiamata “Diga del Millennio” da Addis Abeba avrebbe potuto creare tensioni fra i due paesi. L’Etiopia ha iniziato a costruire il nuovo impianto con l’obiettivo di sfruttare la produzione di elettricità sulle acque del Nilo Azzurro, nella regione del Beninshangul – Gumuz, ai confini con il Sudan. L’appalto è stato assegnato all’italiana Salini Costruzioni che si sta occupando anche della costruzione di un secondo grande invaso, chiamato GIBE III sul fiume Omo, a sud del paese). Si tratta di un progetto ardito che consentirebbe la costruzione della più grande diga africana, superiore anche a quella di Asswan. I numeri: “lunga 1800 metri, alta 170 metri e del volume complessivo di 10 milioni di m3. La potenza installata sarebbe di 6.000 MW con una produzione prevista di 15.000 GW all’anno”. Secondo Addis Abeba in realtà la diga non provocherebbe disastri in Egitto. Anche il nostro vice ministro agli affari esteri, Lapo Pistelli, intervistato sulla questione, sostiene che la questione della diminuzione dell’afflusso delle acque può riguardare il periodo di riempimento dell’invaso, ma non dovrebbero comunque esserci ripercussioni significative sui paesi a valle della diga (Sudan ed Egitto). L’Etiopia ovviamente sostiene questa posizione, ma d’altra parte Addis Abeba ribatte che nessun paese può “impedirci di costruire una diga sul nostro territorio”, come dichiarato dalla capitale. La questione delle acque del Nilo però è effettivamente una questione di rilevanza internazionale. Tutti gli stati che utilizzano le acque del Nilo hanno, in più occasioni, sottoscritto accordi per la regimentazione e la ripartizione della portata delle acque. Il principale accordo è stato sottoscritto addirittura in un periodo in cui le potenze europee erano fortemente presenti nell’area. Si parla di un trattato del 1929 che attribuiva all’Egitto il 70% delle acque del Nilo. L’Etiopia sostiene che in realtà l’84% delle acque del Nilo viene dall’Etiopia e che il trattato del ’29, aggiornato in tempi più recenti (2010) da tutti gli altri paesi che si trovano nel bacino dell’alto Nilo (Kenia, Congo, Burundi, Ruanda, Tanzania, Uganda, Etiopia) ed anch’esso contestato dal Cairo, potrebbe essere rimesso in discussione. Ma il primo ministro etiope Desalegn ha sostenuto recentemente, in un incontro presso l’UA che Addis Abeba non ha intenzione di danneggiare i paesi a sud dell’invaso (Sudan ed Egitto). E’ possibile che Morsi debba alzare la voce tenuto conto delle difficoltà interne che deve affrontare. L’Etiopia sta comunque andando avanti, Egitto e Sudan, assieme ad esperti siriani, starebbe studiando l’impatto della nuova diga su tutto il bacino. La diga potrebbe contribuire a portare dei benefici ad una larga fascia della popolazione fermo restando che i diretti interessati, ovvero i popoli che vivono nella zona, sarebbero costretti a sostenere dei costi umani rilevanti.

Fonti: quotidiano online “L’Indro”, www.lindro.it;

http://www.salini.it/lavori-in-corso/etiopia-grand-ethiopian-renaissance-dam-6000mw/

La ricostruzione di Mogadiscio. Un bel video da youtube

Commento di Francesco Della Lunga

La pace in Somalia e soprattutto la stabilizzazione della capitale sembra trovare delle conferme non solo dai principali esponenti politici ma anche dai cittadini comuni. Abbiamo trovato questo bel video su youtube e vi invitiamo a guardarlo. Con estrema difficoltà e soprattutto con tempi non stimabili la vecchia capitale somala pare riprendere fiato. In realtà, a giudicare dal video, sembra non essersi mai fermata.