Recinto come barriera fisica, naturale, come le montagne, i fiumi o gli steccati. Ma anche come barriera convenzionale, come una frontiera. Frontiere che sono lentamente sparite, superate dalla politica e dagli scambi economici. Da tante frontiere, ad un'unica frontiera, da tanti recinti ad un unico recinto, internazionale, che avvolge la nostra contemporaneità

Category: Africa

Incontri Transafrica 2013 – ciclo d’incontri sull’Africa, sulla sua attualità e la sua cultura

Incontri Transafrica 2013 – ciclo d’incontri sull’Africa, sulla sua attualità e la sua cultura
Biblioteca delle Oblate: via dell’Oriuolo 26 50122 Firenze tel 055 261 6512 fax 055 261 6519

Nel 2012, la guerra scoppiata in Mali nei luoghi dove negli anni passati l’Associazione Transafrica è stata impegnata in numerosi progetti di cooperazione, non ha permesso di portare avanti tali attività. L’Associazione, tuttavia, è stata coinvolta in un progetto di cooperazione con partner di altri stati africani. Nel vicino Niger amici tuareg hanno convinto l’Associazione a collaborare con loro su progetti del tutto simili a quelli realizzati non molto lontano da lì con la popolazione del Mali.

Gli incontri, ad ingresso libero fino ad esaurimento dei posti disponibili, si svolgono nella Sala Conferenze (piano terra).

Sala delle Conferenze – piano terra
Durante gli incontri dello scorso anno ci auguravamo che l’esplosione di violenza che si profilava in
Mali non avvenisse. Ma purtroppo, puntualmente, la guerra è scoppiata e proprio nei luoghi dove
l’associazione realizza progetti di cooperazione E dunque il 2012 ha visto la nostra associazione
impegnata in progetti realizzati in luoghi diversi da quelli a noi cari del Nord del Mali. Lì la guerra ha
scacciato nomadi e sedentari, tuareg e songhai, peul e bambara, e inevitabilmente gli europei amici o
nemici che fossero. Il nomadismo forzato ci ha fatto cooperare con amici di altri stati africani. Nel
vicino Niger amici tuareg ci hanno convinto a collaborare con loro su progetti del tutto simili a quelli
realizzati non molto lontano da lì con i loro fratelli maliani. Un progetto con musicisti etiopi ci ha
ricordato di quanto sia bello questo paese, di quanto ci sarebbe da vissitare e per noi italiani di quanto
ci sarebbe da non dimenticare.

Venerdì 18 gennaio 2013 – ore 18.00/19.30
MALI: un anno dopo la rivolta tuareg.
Dal gennaio 2012 il Mali ha visto una nuova rivolta tuareg, la dichiarazione
d’indipendenza dell’Azawad, il golpe militare a Bamako, gli islamisti prendere il
controllo del nord del paese. All’orizzonte si profila un intervento militare esterno.
E c’è anche un punto di vista berbero
Vermondo Brugnatelli – Professore Associato dell’Università di Milano Bicocca e
Presidente dell’Associazione Culturale Berbera
Francesco Strazzari – Professore Associato alla Scuola Superiore Sant’Anna di
Pisa

Venerdì 15 febbraio 2013 – ore 18.00/19.30
DANCALIA: …dove lava e sale combattono da milioni di anni un’aspra battaglia…
Andrea Semplici – giornalista e fotografo.
Dancalia: camminando sul fondo di un mare scomparso. Terre di mezzo editore

Venerdì 15 marzo 2012 – ore 17.30/19.30
ERODOTO 108: viaggiare in Africa e non solo.
Una rivista quadrimestrale on-line. [ … perché il viaggio non si riferisce
contestualmente solo a luoghi lontani ed esotici, ma è ambientato anche nei nostri
quartieri, nelle nostre città e soprattutto nei nostri cuori… ]
Raccontano i redattori della rivista Marco Turini e Emiliano Rolle
Presentazione del progetto di documentario Punishment Island di Laura Cini

Venerdì 19 aprile 2012 – dalle ore 21,00 – 23,00
DAL NIGER ALL’ITALIA
In collaborazione con l’Associazione Mondo Tuareg di Pordenone Haddou racconta
la propria esperienza d’immigrazione dal deserto di Agadez alle fabbriche di
Pordenone. Nel corso della serata proiezione del film documentario “Solo andata:
il viaggio di un tuareg“di Fabio Caramaschi – 2010 – durata 52 minuti

(testo tratto da: http://newsletter.comune.fi.it/hcm/hcm24399-0-Incontri%20Transafrica%202013.html?)

Notizie di golpe in Eritrea

A cura di Francesco Della Lunga

Sono di poche ore fa le notizie relative ad un colpo di stato in Eritrea, riportate da alcune agenzie internazionali fra cui ADN Kronos, ANSA e “La Voce della Russia”. Secondo queste notizie, un gruppo di circa duecento militari, dotati anche di due carri armati, avrebbero occupato la sede della televisione di Stato e bloccato l’aeroporto di Asmara. Secondo l’ANSA, notizia di poco fa, l’esercito eritreo avrebbe preso il controllo del Ministero dell’Informazione. I militari ribelli avrebbero richiesto il rilascio di circa 5000 prigionieri politici, secondo le stime ONU. La situazione politica nel paese del Corno d’Africa è ancora oggi assai complicata. Il presidente eritreo, Isaias Afewerki, solo pochi mesi fa era stato dato in fin di vita (si vedano anche le notizie riportate sul nostro blog) ed il presidente stesso aveva provveduto a smentire la notizia con apparizioni in tv. Il paese vive ancora oggi una sorta di stato di guerra permanente, dovuto alle continue tensioni con il paese confinante, l’Etiopia. Le relazioni fra Asmara ed Addis Abeba sono ancora lontane dalla normalizzazione nonostante l’ultimo conflitto sia stato sancito da un accordo di pace, ancora oggi contestato, siglato nel 2000. Le tensioni fra i due paesi riguardano essenzialmente le frontiere ma in realtà vi sono ragioni più profonde che hanno dato origine ai continui conflitti che coinvolgono i due stati e che affondano nell’indipendenza eritrea. Le relazioni fra Asmara la comunità internazionale sono anch’esse ridotte al lumicino e solo alcuni stati come ad esempio lo Yemen ed alcuni emirati del golfo Persico continuano ad avere rapporti con Asmara. Il paese è di fatto in una sorta di isolamento internazionale.

La Francia torna in guerra

Testo di Roberto Di Ferdinando

Ci risiamo, a neanche due anni dalla decisione dell’allora presidente francese, Sarkozy, di mettersi a capo di una coalizione occidentale contro il regime libico di Gheddafi e difendere (e sostenere) i ribelli antigovernativi, adesso il suo successore, il socialista Hollande, ha deciso la partecipazione francese ad un altro conflitto. Sempre in Africa, questa volta nel Mali, paese che non a caso confina con la Libia (paese nel caos post rivoluzione). La Francia è intervenuta pesantemente con uomini e mezzi aerei nel conflitto interno che da quasi un anno sta coinvolgendo il Mali. In seguito ad un colpo di stato militare nel marzo 2012, in Mali, che fino ad allora era esempio africano di democrazia, movimenti insurrezionali ed indipendentisti del Nord, appoggiati da gruppi qaedisti provenienti dalla vicina Libia, hanno iniziato a puntare sulla capitale Bamako. Il rischio che il Mali si trasformasse in nuovo Afghanistan, covo di terrosti, ha spinto la Francia (che nella regione ha però interessi storici ed economici) ad intervenite con l’appoggio politico degli USA e quello logistico inglese, dell’UE e perfino del governo dimissionario italiano (!). Alcune domande (molto simile a quelle che posi nella vicenda libica). Perché la Francia può usare in maniera così disinvolta la sua forza militare all’estero ed in questioni interni ad un paese sovrano? Hollande, come lo fu Sarkozy, in netto calo di consenso attacca, usa la guerra per spostare l’attenzione dei francesi fuori dal paese e trovare unità interna (una guerra, anche la più strampalata e ingiusta, ha il potere di unire una nazione)? Ma non era la Francia stessa il paese che si oppose all’intervento USA in Iraq ed Afghanistan ritenendolo inopportuno e contro le regole internazionali dell’uso della forza (da quale pulpito)? Ma perché la Francia interviene pesantemente con le proprie forze armate in Libia e in Mali, ma non in Siria…..? Le atrocità di Gheddafi contro i ribelli libici perché sono diversi da quelli di Assad contro il suo popolo? Infine, dove sono i pacifisti (di parte)? Perché non manifestano contro la guerra in Mali? Forse un socialista può fare una guerra (forse la Francia può usare la sua forza militare come meglio crede)?
RDF

La Somalia è rinata. Il Ministro degli Esteri Somalo, Aden, in visita nel nostro paese

A cura di Francesco Della Lunga

La Somalia pare realmente sulla via della rinascita. Una rinascita a cui l’Italia, in ragione degli antichi legami, dovrebbe partecipare in maniera attiva. E’ quello che chiede il Ministro degli Esteri somalo, in visita in Italia in questi giorni, Fawsia Aden. La Aden è ministro di un recente governo, quello della pacificazione, nato in Somalia solo pochi mesi fa, con a capo Hassan Sheikh Mohamud. Le sue origini sono del Somaliland, e questo lascerebbe pensare che i somali siano realmente desiderosi di ricostituire lo Stato dissolto all’indomani della cacciata del vecchio dittatore somalo Siyad Barre. La Aden, in una intervista rilasciata a Repubblica, ripercorre brevemente gli ultimi mesi attraversati dal suo paese, non dimenticando di ringraziare la forza dell’Unione Africana che avrebbe contribuito, in maniera significativa, a sconfiggere gli Al Shabaab che resistono soltanto in alcune zone. Ed a giudicare da quello che si legge sui siti e sulla stampa internazionale pare davvero che la rinascita somala, come scritto anche recentemente nel nostro blog, sia in atto. Un rinascimento somalo che vede il ritorno di numerose famiglie in patria, soprattutto nella devastata Mogadiscio, intenti a ricostruire abitazioni e a riaprire attività commerciali. Molti paesi stanno approfittando della nuova e ritrovata pace nel paese dell’Africa orientale. La Cina in primis, ma anche gli altri paesi dell’area pare che non si siano lasciati cogliere di sorpresa. I paesi arabi del golfo, l’India, la Cina sarebbero già corsi di gran carriera a siglare accordi commerciali con il nuovo governo. Probabilmente non sarà proprio così, ma pare che non ci siano dubbi ormai sul fatto che la guerra per clan sia vicina alla definitiva conclusione e che il paese possa avviarsi finalmente verso la strada della pacificazione e della ricostruzione. Ricostruzione che necessiterà non solo di un clima politico stabile, ma anche e soprattutto di investimenti massicci che potranno arrivare solo dopo che il processo di ricostruzione istituzionale avrà raggiunto la soglia minima di solidità, soglia tale da garantire la sicurezza ai cittadini stranieri che vorranno arrivare. Il Ministro Aden ha chiesto comunque una partecipazione più concreta al nostro paese e questo è stato anche il senso dell’incontro avvenuto con il nostro Ministro degli Esteri Terzi. L’Italia in questo momento avrebbe siglato un accordo per la formazione del personale militare nel paese. Interventi che potrebbero essere fatti nel vicino stato di Gibuti. Il paese, dilaniato da una guerra che ha fatto a pezzi tutto quanto ed attraversato anche da recenti carestie (l’ultima nell’estate del 2011) ha bisogno di tutto. E per tutto si intende tutto quanto possa necessitare ad un popolo che ogni anno aggiorna le proprie statistiche record relative alla soglia di povertà. Ma la speranza è l’ultima a morire. Al Shabaab pare confinata in poche aree del paese ed i clan sembrano intenzionati a deporre definitivamente le armi. Il nostro paese può dare un contributo significativo alla ricostruzione, soprattutto in virtù del legame storico che tuttora rimane.

Si chiama Elikia la nuova speranza del Congo.

A cura di Francesco Della Lunga
Fonte: Repubblica – ADN Kronos

I botti di capodanno annunciano una notizia di un certo interesse per il Congo, paese ancora percorso da conflitti interetnici e tuttora incontrollabile in alcune delle sue regioni. Il paese africano lancia il primo “smartphone” con l’accattivante nome “Elikia”, ovvero speranza in lingua lingala. Il telefono è stato progettato interamente da un giovane congolese di 27 anni, Verone Mankou, con un investimento di circa 90 mila euro e rappresenta l’evoluzione di una prima versione, il cellulare “Way-C”, primo tablet africano. Il telefono verrà prodotto interamente in Cina a dimostrazione che il paese non può ancora sviluppare un industria di questo tipo con costi che potrebbero anche essere concorrenziali, se si pensa al valore della manodopera. In un quadro politico di elevata instabilità come quello congolese, è assai difficile che si possano creare i presupposti per la nascita di un tessuto produttivo, oltre che per un settore che vanta elevati monopoli tecnologici. Ma in questo momento il Congo può ragionevolmente sperare in un futuro diverso, partendo appunto dalle invenzioni che i suoi migliori giovani sono in grado di sviluppare.

Il Monopoli africano

(fonte: Corriere della Sera), a cura di Roberto Di Ferdinando

Lagos, la capitale economica della Nigeria (la capitale politica è Abuja), è la città più popolosa (20 milioni di abitanti! E la Nigeria è il paese più popoloso d’Africa con 160 milioni di abitanti) e dinamica del continente africano. Oggi Lagos ha anche un altro primato, infatti, è la protagonista della nuova edizione del Monopoli (non a caso l’uomo più ricco d’Africa è un nigeriano ed è un produttore di cemento). I suoi quartieri appaiono sui riquadri dei uno dei giochi da tavolo più diffusi al mondo. Il famoso Parco della Vittoria (nell’edizione italiana è il quartiere più ambito e costoso) nell’edizione nigeriana si chiama Banana Island, la zona più residenziale di Lagos, che sorge su un’isola artificiale,  dove gli affitti arrivano a costare anche 10.000 euro al mese. Invece il quartiere più povero (il Vicolo Corto o Vicolo Stretto), è Makoko, dove le povere abitazioni sorgono su improvvisate palafitte nella laguna. Nelle caselle del gioco compaiono anche banche, centri commerciali, autorità cittadine (la Borsa cittadina oppure Kirikiri Jail che è la prigione) ed altre attività (il nightclub New Africa Shrine) ben liete di sponsorizzare il loro nome sul tabellone da gioco.
L’idea di “ambientare” la versione africana a Lagos, è stata di Nimi Akinkugbe (studi alla London School of Economics di Londra e già banchiera) giovane imprenditrice nigeriana che a capo della società Bestman Games.
La versione originale del gioco, americana, fu realizzata negli anni Trenta ed ambientata ad Atlantic City, poi fu esportata in tutto il mondo e modificata sulle caratteristiche di una delle principali città del paese in cui era diffusa. In Africa fino ad oggi esistevano due sole versioni, una marocchina ed una sudafricana, quest’ultima, fino al 1994, cioè fino alla fine dell’Aparthaid, si giocava in due lingue (inglese o afrikaans), su più città, ma i nomi dei luoghi si riferivano solo a quelli dei bianchi.
RDF

L’in-sostenibile crescita economica africana

a cura di Francesco Della Lunga

Continuiamo a pensare che il continente africano sia ancora preda di povertà endemiche, guerre, sottosviluppo, carestie. In larga parte è ancora così, ma da dieci anni a questa parte pare che qualcosa stia cambiando. Nel primo decennio del Duemila alcuni stati africani hanno iniziato a vedere, in casa propria, la crescita economica. Abbiamo già parlato, anche sul nostro blog, della crescita del PIL a due cifre che alcuni stati africani hanno sperimentato in questi anni. Etiopia, Mozambico, Sudafrica, ad esempio, sono cresciuti in maniera significativa raggiungendo cifre di crescita che gli studiosi di economia riconducono al cosiddetto “take off” dello sviluppo economico, ovvero la crescita del PIL oltre il cinque per cento. Quello che però appare ancora più significativo, oltre alla crescita economica, è la crescita della classe media anche in questi paesi. Alla crescita della classe media si legano una serie di concetti socio economici e socio politici che farebbero ben sperare per il futuro. La classe media porta con se l’affermazione di una consapevolezza politica, sociale ed economica, anche se questi tre elementi non devono essere considerati con criterio di importanza. A ricordarci che l’Africa è il continente del futuro è un bell’articolo pubblicato oggi sul Sole24Ore che spiega come anche nel continente africano stia emergendo una classe di ben 300 milioni di nuovi e giovani consumatori. Le stime riportate evidenziano che la crescita economica si avvicinerà al 12%. Il dato è stimato sul 2015. Uno dei fattori che ha contribuito a questo salto è stato indubbiamente la diminuzione dei grandi conflitti interetnici e, in qualche caso, postcoloniali. Parlare oggi di postcolonialismo appare azzardato, ma in qualche caso non crediamo di sbagliare dicendo che alcuni paesi che hanno al loro interno risorse enormi (ci riferiamo ad esempio al caso congolese) stanno ancora dibattendosi in conflitti che sono il lascito della presenza europea. Altri invece hanno chiuso con il passato e stanno incamminandosi, sia pure con fatica, verso la crescita economica, avendo già vissuto la normalizzazione. Per tornare alla crescita, si stima che il continente africano possa diventare un nuovo grande e potenziale mercato per l’esausta economia europea, se si vorrà iniziare a pensare che il continente offre numerose opportunità. Ma gli africani, per tornare al discorso sulla classe media, sono consapevoli della loro ritrovata importanza. “Gli africani non si considerano più eterne vittime di un destino avverso, siete voi occidentali a vederci così – come ha detto un esponente del mondo della moda africano, in un recente convegno a Roma, Uchè Okonkwo di Luke Corp – Quindi, se volete venderci prodotti di moda o di lusso non devono essere di seconda scelta. Non vogliamo la vostra pietà ma la vostra considerazione ed è importante che i marchi stringano partnership produttive, oltre che distributive, con aziende africane”. La crescita economica in Africa pare davvero alle porte. Sta a noi occidentali tornare ad investire nel continente ed a cogliere le opportunità che il continente può fornire.

Soldi e fede

(fonte: Sette-Corriere della Sera), a cura di Roberto Di Ferdinando

L’Egitto post Mubarak deve affrontare, tra i vari problemi, anche una propria crisi economica e finanziaria. Quindi, tramite la banca Centrale nazionale, ha chiesto aiuto ai fondi del FMI, ottenendo il prestito d 4 miliardi di euro con un tasso di interesse all’1,1%. Ma adesso sorge un problema, il governo del paese è in mano a ai Fratelli Musulmani, di forte ispirazione islamica, e all’ala più radicale del partito salafita Al-Nour. E secondo il diritto islamico non è permesso il prestito con tasso. I partiti islamici sembrano intenzionati a chiudere tutte e due gli occhi, il paese va salvato, anche con gli interessi….
RDF

Prosegue la normalizzazione somala: gli Al Shabab cacciati da Kisimaio.

A cura di Francesco Della Lunga

Prosegue la “normalizzazione” della Somalia. Le truppe keniote sono entrate nel territorio somalo a nord di Chisimaio ed hanno sconfitto le truppe di Al Shabab, asserragliate nella cittadina nel sud della Somalia dall’anno scorso. Secondo le notizie di stampa apparse in questi giorni, l’esercito keniota sarebbe riuscito a sconfiggere gli islamisti ed a liberare una delle ultime roccaforti. Gli Al Shabab erano da circa un anno asserragliati a Chisimaio, vicino ai confini col Kenya, dopo che erano stati battuti dalle truppe dell’Unione Africana a Mogadiscio. Ma forse è ancora troppo presto per poter parlare di pacificazione, nonostante che da alcuni mesi la diaspora somala stia rientrando nella capitale. Del resto Al Shabab aveva già lasciato Mogadiscio durante gli scontri con gli etiopi già nel 2007 (allora chiamati ancora Corti Islamiche) e durante l’intervento della coalizione africana era comunque riuscito a recuperare il controllo di alcuni quartieri della capitale. Attualmente la situazione appare migliorata, ma Mogadiscio è ancora una città molto pericolosa e dove la vita è continuamente a rischio. Gli islamici sono ancora in grado di condizionare ed orientare una parte della popolazione. Oltre ai fondamentalisti permane il problema della pirateria, soprattutto nelle aree centrali ed a nord della capitale. Ancora indeterminata appare la vicenda del Somaliland, da diversi anni proclamatosi indipendente da Mogadiscio. Insomma, la Somalia appare ancora lontana dalla pacificazione, dopo oltre vent’anni di guerra e devastazione. Ma forse stavolta siamo sulla buona strada.

Africa obesa

(fonte: Sette-Corriere della Sera), a cura di Roberto Di Ferdinando

Per il continente africano c’è un’altra piaga: l’obesità. Sembrerebbe quasi un paradosso per un continente in cui si soffre tremendamente la fame. Eppure secondo uno studio pubblicato da The Lancet, nel 2030 l’Africa avrà 185,5 milioni di persone – un quarto della popolazione – in sovrappeso e un quinto in obesità. Responsabili di ciò un’alimentazione satura di grassi e di zuccheri oltre ad un’urbanizzazione sempre più alta e sedentaria. Quest’obesità avrà conseguenze anche per i nascituri, sempre più a rischio di vita. Infatti, i bimbi che nascono da donne obese, hanno il 62% di rischio di morire entro due giorni dalla nascita, la percentuale si abbassa al 32% se le mamme sono in sovrappeso. Tra i paesi dove è più alta la percentuale di donne obese  in gravidanza troviamo al primo posto lo Swaziland, Lesotho, Ghana, Camerun e Congo.
RDF