Recinto come barriera fisica, naturale, come le montagne, i fiumi o gli steccati. Ma anche come barriera convenzionale, come una frontiera. Frontiere che sono lentamente sparite, superate dalla politica e dagli scambi economici. Da tante frontiere, ad un'unica frontiera, da tanti recinti ad un unico recinto, internazionale, che avvolge la nostra contemporaneità

Category: America Latina

La distruzione del Perù

tumblr_static_3txpjrlqzeask84s4kwk0ccwc_640_v2“[…] Le distruzioni fatte dai primi spagnoli, arrivati nel 1528, furono così grandi che persino qualcuno di  loro ne provò rimorso: Pedro Cieza de Léon, un cronista del periodo della conquista, scrisse più tardi:<<Di sicuro non è un piccolo dolore constatare che quegli Incas, gentili e adoratori di dèi, abbiano mantenuto un buon ordine nel governare e conservare terre così ampie, mentre noi, che siamo cristiani, abbiamo distrutto tanti regni. Ovunque ci siano conquistatori ed esploratori cristiani non sembra esserci altro che fuoco e distruzione, e tutto va in rovina>>.
I colonizzatori spagnoli distrussero una grande civiltà, disarticolarono l’agricoltura razionale e la conservazione della natura, provocando la grande desertificazione delle Ande. Per l’invasore, era più importante estrarre e appropriarsi dell’oro e dell’argento che prendersi cura delle piante e degli animali.
Per puntellare le gallerie delle miniere e per fondere i metalli, tagliarono boschi immensi, schiavizzarono interi popoli, che in precedenza si dedicavano alla cura del terreno, e li obbligarono a introdursi in profonde gallerie per estrarne i metalli preziosi.
Così scomparve il 95% della popolazione, il 75% delle terre coltivate e la quasi totalità dei boschi esistenti dalla costa alla sierra. Con questo ebbe inizio il degrado ecologico del Perù. […]”
(H. Mamani, Negli occhi dello Sciamano)

Masticare la foglia di coca

masticazione-300x224“[…] Nelle Ande, l’ingestione di foglie di coca permette agli indios di procurarsi gli elementi essenziali per garantire  l’equilibrio nutrizionale. La coca, nella sua forma naturale, non è mai stata “cocaina”. Le sue foglie sono un cibo molto ricco di proteine, zuccheri, grassi, fibre, vitamine, oligoelementi e solo in minima parte di alcaloidi. In effetti, la razione di coca naturale che un indio ingerisce in venticinque giorni, un drogato la consuma, come cocaina, in una sola dose. A seguito del procedimento chimico di estrazione della droga, il rimanente 99.7% delle foglie risulta inservibile ed è uno scarto che danneggia parecchio l’ecologia del terreno, sul quale viene bruciato come spazzature. […]”
(H. Mamani, Negli occhi dello sciamano)

Rischio soia

(Fonte: Io Donna – Corriere della Sera)

soia_paraguay_7Il mangime impiegato negli allevamenti italiani si compone per l’87% di soia;  soia importata anche dal Sud America. Infatti, negli ultimi anni è aumentata in maniera vorticosa la domanda di soia, anche per la produzione di biocarburante, tanto che nei paesi latinoamericani, principali produttori,  per far fronte a tale richiesta, che porta forti guadagni, si è determinato un cambiamento, o peggio, uno stravolgimento dell’ambiente naturale e sociale di ampie regioni. Una di queste è la Paranena in Paraguay. Infatti , qui la coltivazione di soia coinvolge la maggioranza dei campi. Non solo, in Paraguay l’85% dei terreni è di proprietà del 2,6% della popolazione, e questi pochi latifondisti hanno deciso di abbattere un milione di ettari di bosco atlantico per la monocoltura della soia che rappresenta in Paraguay il 12% del PIL. E ogni anno oltre il 9% del terreno paraguaiano è convertito alla coltura della soia.  Questa trasformazione dell’ambiente ha generato conseguenze anche in ambito sociale. Basti pensare che fino a dieci anni fa, per coltivare circa 500 ettari si rendeva necessario l’impiego di 50 famiglie che potevano vivere di questo lavoro. Oggi, lo stesso spazio, coltivato a soia, può essere curato da un solo campesino. Le campagne quindi si stanno spopolando, circa 9.000 famiglie di contadini all’anno, senza più terra da coltivare, migrano verso i centri urbani carichi di speranze che saranno deluse. Chi rimane nelle campagne ed ha la fortuna di avere il lavoro nei campi, non si salva però dalla contaminazione ambientale provocata dai potenti pesticidi impiegati nella regione di Paranena. Ad esempio si usa anche il glifosato, riconosciuto dall’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro come “probabile cancerogeno”. Se non bastasse gran parte della soia coltivata in Brasile, Argentina e Paraguay, rispettivamente il 2°, 3° e 4° produttore al mondo di soia (primo in assoluto sono gli USA) è transgenica……
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Todos somos americanos

“Todos somos americanos”. Con queste parole, il presidente USA Barack Obama ha chiuso il discorso che ha riaperto le relazioni diplomatiche fra Stati Uniti d’America e Cuba. Dopo oltre cinquant’anni è caduto anche uno degli ultimi baluardi della guerra fredda ovvero l’embargo sancito dall’amministrazione americana nei confronti dell’isola caraibica all’indomani della crisi missilistica su Cuba. Obama ha ricordato di essere nato in quel periodo e che troppo tempo è passato senza che, fra l’altro, il principale strumento utilizzato da Washington producesse reali effetti, ovvero la caduta del regime castrista. L’embargo, ancora Obama, ha invece isolato per lungo tempo gli Stati Uniti dai propri alleati ed ha concesso una ribalta a Castro per perpetuare il suo regime. Non c’è nulla da fare, piaccia o no questo Presidente o questa presidenza è destinata a rimanere nella Storia del nuovo secolo e comunque nella Storia delle relazioni internazionali. E forse, a prescindere da tutto, a relegare questa amministrazione fra le più progressiste della Storia americana, almeno nella politica estera. Forse Obama ha fallito sui diritti inviolabili dei cittadini a giudicare dai ripetuti episodi di violenza a scapito della popolazione di colore americana. A leggere le cronache sembra proprio di essere ricaduti negli anni di Kennedy e di Martin Luther King, e forse non è un caso se è tornato alla ribalta, nell’agenda internazionale, la questione cubana, stavolta per essere risolta definitivamente. Castro ha intitolato una sua celebre biografia “La Storia mi assolverà”. Per Obama, si potrebbe intitolarla “La Storia lo giudicherà”.

Francesco Della Lunga

La Bolivia cerca uno sbocco al mare

(fonte: Sette-Corriere della Sera), testo di Roberto Di Ferdinando

Evo Morales (immagine tratta da:atlasweb.it)La Bolivia sta percorrendo le vie del diritto internazionale e quelle diplomatiche per mettere fine ad un’antica controversia con il Cile (la più vecchia disputa dell’America Latina). Tema dello scontro sono 120.000 km quadrati di territorio desertico al confine tra Perù e Cile. In seguito alla Guerra del Pacifico (1879-1883),che vide i due paesi scontrarsi militarmente, il Cile vincitore avanzò a nord i propri confini fino al Perù, di 400 km, chiudendo così l’accesso al mare alla Bolivia. I due paesi trovarono un accordo nel 1904, ma mai definitivo, tanto che nei decenni successivi i governi di Santiago e La Paz hanno ridotto al minimo le loro relazioni diplomatiche, anzi, dal 1962 furono ritirati i rispettivi ambasciatori. Non solo, se si esclude la parentesi delle giunte militari, Cile e Bolivia non hanno avuto più rapporti istituzionali. Oggi, la questione di quella terra, divenuta preziosa in quanto contiene la riserva di rame più grande al mondo, è tornata di attualità. Il presidente Boliviano, Evo Morales ha deciso di effettuare dei passi ufficiali impugnando l’accordo del 1904 presso il Tribunale dell’Aja (preposto a risolvere le controversie tra Stati), inoltre sta facendo pressione sui partiti della sinistra cilena (in Cile sono prossime le elezioni presidenziali) perché la questione possa essere risolta pacificamente e riconosciuto alla Bolivia il diritto di un cuscinetto di territorio che permetta l’accesso al Pacifico ed un porto sulla costa per le esportazioni. Dall’altra parte il Cile, pur accogliendo le richieste della Bolivia, ha risposto che la sovranità cilena di quella regione non potrà essere mai messa in discussione, mentre il candidato della destra alle presidenziali cilene, Laurence Golborne, ha proposto di modificare la Costituzione perché sancisca il divieto della restituzione di quel territorio a La Paz. A complicare il tutto, il fatto che i confini di quell’area sono “sorvegliati” da 180.000 mine antiuomo.
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La corrispondenza di La Pira con l’America Latina

(fonte: Avvenire, Quotidiano Nazionale), a cura di Roberto Di Ferdinando

La casa editrice Polistampa nelle settimane scorse ha pubblicato un libro sulle lettere, appunti e discorsi conservati dall’archivio della Fondazione La Pira (nel 2009 era già uscito, sempre per Polistampa, un volume sulla classificazione di 45 mila documenti riguardanti l’ex sindaco di Firenze). Il volume (http://www.polistampa.com) a cura di Samuela Cupello e Beatrice Armandi, riporta alcune lettere e telegrammi che Giorgio La Pira scrisse tra il 1938 al 1977, tra questi alcuni molto importanti da un punto di vista storico e politico, ed esempio, 14 settembre 1973, così La Pira telegrafa a Pinochet che da alcuni giorni si era insediato al governo del Cile con un golpe: “Ricordi divina ammonitrice Parola. Qui Gladio ferit gladio perit. LaPira”, ed ancora il 26 settembre: “Mediti giudizio di Dio leggendo SanMatteo Venticinque. La Pira”. Nel maggio del ’74 scrive al Colonnello José Castro perché vengano rispettati i diritti dei prigionieri politici rinchiusi nelle carceri cilene: “Giudicate come dice Evangelo Conceda grazia”, il telegramma fu rispedito al mittente. La Pira ebbe molto a cuore la causa cilena già molti anni prima, infatti negli anni Sessanta, quando giunse alla presidenza del Cile il democristiano Eduardo Frei, La Pira lo definì così, in un telegramma a Bob Kennedy : ”Frei è la speranza storica dell’America Latina» (6 luglio 1965).
Quale presidente della Federazione mondiale delle città unite, La Pira pose il suo sguardo attento verso l’America Latina, luogo di nuove esperienze politiche e rivoluzionarie. Ecco quindi che l’8 settembre del 1970 scriveva a Fidel Castro “il cui ruolo vede decisivo anche per il Cile, invitandolo a interpretare Marx alla luce dell’Esodo in modo da costruire con i cristiani, e non senza, «un’età di giustizia e di promozione” (testo tratto da http://www.avvenire.it/ ).
I restanti telegrammi pubblicati sono dedicati allo scontro USA-URSS, al Medio Oriente, al Concilio ed a tanti altri temi di geopolitica.
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Su Giorgio La Pira si veda anche: http://curiositadifirenze.blogspot.it/2011/07/la-pira-e-la-questione-della-pignone.html

Hitler è morto (forse) nel 1962

(fonte: Il Giornale), a cura di Roberto Di Ferdinando
Quest’estate Il Giornale e La Repubblica a hanno pubblicato le interviste a Alessandro De Felice, un appassionato ricercatore storico, che di professione fa l’imprenditore nel settore sanitario, ma che ha una laurea in Storia Contemporanea alla Cattolica di Milano e in Medicina a Siena, ed è parente di Renzo De Felice lo storico del Fascismo. L’attenzione della stampa italiana verso Alessandro De Felice nasce dal fatto che nei mesi scorsi egli abbia dichiarato di avere le prove che dimostrerebbero che Hitler non sarebbe morto suicidandosi nel bunker di Berlino nel 1945, ma riuscì a fuggire in Argentina insieme a Eva Braun e qui sarebbe morto di emorragia cerebrale nel 1959 o nel 1962. Una scoperta, se confermata, ovviamente rivoluzionaria, sebbene gli storici abbiano sempre respinto la teoria che Hitler riuscì a scappare dalla Germania assediata dagli Alleati. Alessandro De Felice ha però elencato le testimonianze dirette e indirette che proverebbero la sua teoria. Secondo De Felice Hitler visse i suoi anni argentini prima a Estancia San Ramon, una grande fattoria della Patagonia, a quaranta chilometri da San Carlos de Bariloche, la città dove si era nascosto Erich Priebke, poi, alcuni anni dopo, il Furher e la sua compagna si trasferirono a Villa La Angostura, a 85 km da Bariloche, e in questa hacienda morì (incerta la data: 1959 o 13 febbraio 1962), come affermerebbe anche Patrick Burnside, il ricercatore storico considerato il maggior esperto sulla permanenza in Patagonia di Hitler.
De Felice inizia a rafforzare la sua teoria smontando la versione ufficiale degli ultimi giorni di vita di Hitler. Infatti, fino ad oggi la principale fonte storica sulla fine di Hitler è il libro “Gli ultimi giorni di Hitler”, opera di Sir Hugh Trevor-Roper. Ma Alessandro De Felice denuncia che Trevor-Roper era un agente dei servizi segreti militari britannici alle dirette dipendenze del Premier Churchill, il più sollecito a diffondere la notizia della morte del Furher. Trevor-Roper è anche lo stesso che nel 1983, a capo della casa editrice Times – sempre secondo De Felice – autentificò i falsi diari Hitler. De Felice inizia a smantellare anche le altre prove ufficiali; infatti nell’intervista a Il Giornale, a cura di Stefano Lorenzetto, dichiara: ““la perizia necroscopica, effettuata dai medici sovietici tra l’8 e l’11 maggio 1945 nella clinica di Buch, alla periferia di Berlino, è un colossale falso storico-scientifico. Nella relazione finale il tenente colonnello Faust Chkaravski e  i suoi tre assistenti annotarono, di proposito, alcuni errori grossolani. Due particolarità anatomiche fasulle: un dente in sovrannumero e un testicolo mancante. I referti dei tre medici tedeschi che avevano visitato Hitler, completamente nudo negli ultimi 12 anni attestavano che i suoi organi genitali erano normali. Quanto alla presenza di un quindicesimo dente nella mascella inferiore, essa contrasta con la precisa testimonianza del dentista personale di Hitler, il dottor Hugo Blaschke. […]Fra i cadaveri trovati nella cancelleria i russi scelsero i due più carbonizzati e li contrassegnarono con i numeri 12 e 13 e dissero che erano quelli di Hitler e Braun. Il primo misurava 1,65 cm, il secondo 1,50 cm. Ma Hitler da vivo misurava 1,73 cm e la sua amante 1,63 cm. Le radiografie eseguite su Hitler nel 1944 dal dottor Erwing Giesing non collimano con quelle ai raggi x mostrate dai sovietici. Inoltre i due corpi trovati nello steso luogo, presentavano bruciature diverse ed accanto a loro erano stati rinvenute le carcasse di due cani che avevano, però mantenuto il loro pelo. […] I testimoni tedeschi presenti nel bunker furono trattenuti e interrogati per i successivi 10/15 anni. I resti di Hitler furono cremati  e dispersi a Mosca il 3 giugno 1945 secondo quanto riporta il controspionaggio dell’Armata Rossa. Resta una porzione della calotta cranica attribuita a Hitler e conservata presso l’Archivio di Stato della Federazioen Russa. L’analisi del professor Nick Bellantoni dell’Università del Connecticut ha rilevato essere i resti di un cranio femminile, mentre la dentatura è custodita nell’archivio della Lubianka e non è mai stata concessa l’autorizzazione per delle analisi genetiche”. Ed ancora, dall’articolo de Il Giornale: “il 15 giugno 1945 il generale Dwight Eisenhower, nel corso di una conferenza stampa presso l’hotel Raphale a Parigi, dichiarò: – le ricerche sovietiche non hanno trovato tracce di resti di Hitler, né la prova positiva della sua morte -. Quando alla conferenza di Potsdam (1945), il presidente americano, Harry Truman chiese a Stalin se Hitler fosse morto, il dittatore sovietico rispose senza mezzi termini:  – no – . E aggiunse che i gerarchi nazisti erano fuggiti in sommergibile in Spagna o Argentina. Il segretario di Stato, James Byrnes, per accertarsi che Truman non avesse capito male, dopo il brindisi ufficiale prese in disparte Stalin, il quale confermò la risposta. La circostanza venne comunicata da Truman in una lettera alla moglie e Byrnes citò il fatto  nel suo libro di memorie Speaking Frankly”.
Quindi anche negli Stati Uniti e fin dall’inizio furono avanzati dubbi sull’effettiva morte di Hitler. Non a caso, Hoover, capo del FBI, inviò agenti in Sudamerica, non credendo della morte di Hitler. Esiste un’informativa del FBI del 21 settembre 1945, che parla dell’aiuto fornito dai funzionari argentini a Hitler, sbarcato da un sottomarino e nascosto ai piedi delle Ande. In una nota classificata segreta della CIA del 3 ottobre 1955 un agente dalla Colombia scrive: “Hitler è ancora vivo”.
Inoltre, De Felice, in supporto della sua teoria chiama in aiuto Patrick Burnside, imprenditore e saggista investigativo, il quale oggi vive a San Carlos de Bariloche dove è ancora attivo il Club Andino, un ritrovo di tedeschi. Burnside dichiara di aver conosciuto negli anni Settanta, padre Cornelius Sicher, amico d’infanzia dell’Ammiraglio Wilhelm Canaris. Sicher rivelò a Burnside che nel 1944 Canaris gli aveva rivelato che esistevano dislocati in Europa dei sommergibili U-boat pronti all’occorrenza a salpare con destinazione Patagonia; e forse proprio su uno di questi Hitler guadagnò la sua fuga. Secondo la ricostruzione di Burnside, dal 28 al 30 aprile la Luftwaffe garantì un corridoio aereo fra Berlino e la Danimarca per la fuga di Hitler. Quindi, il 28 aprile 1945 non vi fu alcun matrimonio nel bunker tra Hitler e Eva, bensì la partenza su un velivolo dalla pista di Hohenzollerndamm, con atterraggio nella German Imperial Zeppelin, base di Tonder, in territorio danese. Da qui  la ricostruzione dei fatti si interrompe e De Felice e Burnside fanno due ipotesi: partenza in sommergibile verso il Sud America, oppure un volo verso Reus, base militare spagnola presso Barcellona, e poi da qui alle Canarie, prima di aver sostato a Moron della Frontera, presso Siviglia, per il carburante. E’ il 29 aprile 1945: con Hilter ci sono Eva, il cognato Hermann Fegelein, sposo della sorella di Eva, Gretl,  e la fedele cagna Blondi. All’arrivo nella base nazista di Villa Winter, a Fuerteventura, vi era ad attenderli un U-boot per il trasferimento in Patagonia (il 10 luglio 1945 un sommergibile U-530 si consegnò agli Alleati in una base navale di Mar del Plata).
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In Argentina i conti non tornano

(fonte: Sette- Corriere della Sera), a cura di Roberto Di Ferdinando

Sembra che in Argentina la matematica sia un’opinione, un’opinione governativa. Infatti, da alcuni anni i dati “ufficiali” dell’economia argentina non sono più presi sul serio, in quanto ritenuti dalla comunità internazionale poco fedeli alla realtà economica del paese sudamericano. Nel 2007, sotto la presidenza di Nestor Kirchner, il governo di Buenos Aires cambiò i vertici dell’Istituto Governativo di Statistica (INDEC), nominando, secondo alcuni analisti internazionali, esponenti vicini alla presidenza argentina. Quindi da quell’anno l’inflazione argentina, secondo i dati ufficiali, è variata e varia tra il 7 e il 9%, ma i dati delle organizzazioni indipendenti  denunciano un’inflazione intorno al 20% (il 25% nel 2011). Sull’inaffidabilità dei dati “ufficiali” argentini si è espresso anche l’Economist che recentemente li pubblica con tre asterischi, stando ad indicare da legenda che non sono affidabili. Di seguito anche il Fondo Monetario Internazionale ha denunciato le sue perplessità sui dati comunicati da Buenos Aires, invitando l’Argentina ad armonizzare le sue modalità di rilevazione dei dati a quelle internazionali. La presidentessa Cristina Kirchner difende l’autonomia del suo paese in materia, ma qualcosa non sembra tornare, vedendo anche la situazione economica delle famiglie argentine. Difatti, secondo l’INDAC il 6,7% della popolazione è appena sotto la soglia di povertà e l’1,7% è indigente, secondo i calcoli indipendenti i poveri in Argentina sarebbero il 21%!!!!!
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Miniere “umane”

(fonte: La nuova ecologia), a cura di Roberto Di Ferdinando

Da sempre il lavoro delle miniere è duro, logorante, sotto pagato e spesso anche disumano, l’uomo infatti non è fatto per stare sotto terra, almeno da vivo. Eppure esistono delle realtà in cui il lavoro minerario è meno “disumano”, rimanendo, comunque sempre pesante.
Siamo in Colombia, zona occidentale del dipartimento Boyacà, località Maripì, presso Muzo, la capitale colombiana dell’estrazione di smeraldi, i più belli al mondo. Fino a qualche decina di anni fa, qui non esistevano regole, se non quella del più forte, e lo sfruttamento di queste terre era selvaggio, totale (centinaia di bulldozer smuovevano tonnellate di terra per estrarre gli smeraldi), senza alcun rispetto per la Natura e gli uomini. Negli ultimi anni molto è cambiato. Il governo di Bogotà è intervenuto dando una netta regolarizzazione. L’estrazione infatti avviene adesso attraverso le perforazioni delle montagne realizzando tunnel lunghi centinaia di metri (comunque non so quanto sia meno invasiva), da qui i minatori (esmeralderos), tramite scale ed ascensori, scendono alla corte, cioè al taglio dove si presume ci sia la vena ricca d smeraldi. Rispetto ad altre zone minerarie colombiane, qui i minatori sono pagati con un regolare salario (250 euro è lo stipendio mensile minimo), hanno pasti garantiti, assistenza sanitaria, squadre speciali di assistenza in caso di incidenti all’interno della miniera, e nelle ore libere possono frequentare, gratuitamente, corsi di formazione, tra cui imparare l’inglese; inoltre lavorano venti giorni al mese mentre per i restanti dieci rientrano a casa. Per quanto riguarda la Natura, le autorità locali hanno regolarizzato l’estrazione per garantire l’ambiente. Non solo, le acque del Rio Minero (il nome ne ricorda l’impiego nell’attività estrattiva), una volta utilizzate nel giacimento, attraverso un complesso procedimento di purificazione, sono nuovamente immesse nel fiume.
Il controllo perché i minatori non si intaschino gli smeraldi estratti è molto rigido, ma alle volte può capitare che qualche esmeraldero riesca a portare fuori una pietra preziosa che ha estratto dalla vena, un piccolo capitale che spesso va ad esaurirsi subito in “alcol e donne, quasi nessuno è capace di risparmiare o investire”, come dice Mercedes Chaporro, l’unica donna impiegata nella miniera di Santa Rita, responsabile dell’organizzazione del lavoro, intervistata dalla rivista italiana, La nuova ecologia.
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Il record negativo del Brasile

(fonte: Corriere della Sera), a cura di Roberto Di Ferdinando

Nelle settimane scorse il Brasile ha guadagnato i titoli principali della stampa internazionale in quanto nel 2012 si prevede che raggiungerà il 5° posto nella classifica mondiale per PIL prodotto (l’Italia è all’8° posto). Invece, meno evidenza è stata data ad un record, questa volta negativo, che il paese latino americano da alcuni anni ha conquistato, quello della “violenza” di Stato. Recentemente il giornalista del Corriere della Sera, Gian Antonio Stella, noto al pubblico per le quotidiane denunce dei privilegi della casta italiana, in un suo articolo sul quotidiano di via Solferino, ricordava l’uscita nelle librerie di “Crescita economica e violazione dei diritti umani in Brasile”, un libro di Alessandro Monti, docente di politica economica a Camerino, in cui si denuncia, citando testimonianza tratte dai rapporti ufficiali che, per esempio, nei soli stati di Rio de Janeiro e San Paolo, negli ultimi anni, sono stati uccisi 11.010 persone dalla polizia perché “faceva resistenza all’arresto”.
Il Brasile sembra quindi essere un paese dalle mille contraddizioni, in un periodo dinamico economico, aumentano le violenze, i soprusi e le disparità sociali. Ma già in passato il paese aveva conosciuto un forte balzo economico (+14% del PIL), e sembrerà strano, ma avvenne nel periodo più sanguinoso della dittatura militare (1969-1974) di Garrastazu Medici in cui furono sospesi i diritti fondamentali. Non solo, oggi gli investimenti stranieri in Brasile sono 10 volte più numerosi, rispetto a 10 anni fa, la classe media nello stesso periodo di tempo è aumentata da 66 a 95 milioni di persone, ma nonostante questo si è anche allargata la forbice che tiene ancor più distante i ricchi dai poveri (solo nel Sudafrica e nel Botswana l’ingiustizia sociale è più crudele) . Un paese contraddittorio.
In Brasile la popolazione carceraria si compone di 496,251 persone (1 ogni 413 abitanti) e molti di questi vivono in condizioni disumane. Eppure in Brasile i violenti sembrano essere anche coloro che dovrebbero garantire l’ordine ed il rispetto della legalità. Secondo un rapporto di Amnesty International, nel 2009 la polizia avrebbe ucciso in “atti di resistenza” 1.048 persone a Rio de Janeiro e 543 a San Paolo (+ del 41% rispetto al 2008). Il professor Monti ricorda nel suo libro che vittime di violenze da parte delle autorità di polizia sono principalmente i nativi (guarani-kalowà, quilombola) e le popolazioni “afrodiscendenti”. Ed ancora, secondo le indagini dell’Onu, nel 2008 negli USA si è verificato 1 caso di police killing ogni 37.751 persone arrestate, nello stesso anno, nel solo stato di Rio de Janeiro si è verificato un tale caso ogni 348 arresti ed a San Paolo 1 ogni 23 arresti (!). E se non bastasse, Monti cita un’altra statistica-denuncia di ACAT France (Action des Chrétiens pour l’Abolition de la Torture, con sede a Parigi), la Un Monde Tortionnaire 2011, da cui risulta che “la maggior parte delle persone che lottano per il diritto ad un alloggio e alla terra, membri di comunità indigene, contadini senza terra e squatter urbani, è vittima di gravi violazioni dei diritti dell’uomo: torture, assassini, esecuzioni senza processo che, mediamente, si traducono in oltre 50.000 omicidi l’anno commessi ufficialmente per ragioni di sicurezza, il numero più elevato al mondo” (citazione dall’articolo del Corriere della Sera). Spesso, responsabili di tali omicidi le milizia, gruppi paramilitari costituiti da membri delle forze di polizia fuori servizio o in pensione che operano con violenza nelle favelas per conto anche delle organizzazioni di narcotrafficanti.
Dimenticavo, il Brasile è lo stesso paese in cui si è rifugiato l’assassino Cesare Battisti, è sempre lo stesso paese che non consegna all’Italia l’assassino Battisti perché nel nostro paese Battisti sarebbe “ perseguitato per le sue idee politiche”.
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