Recinto come barriera fisica, naturale, come le montagne, i fiumi o gli steccati. Ma anche come barriera convenzionale, come una frontiera. Frontiere che sono lentamente sparite, superate dalla politica e dagli scambi economici. Da tante frontiere, ad un'unica frontiera, da tanti recinti ad un unico recinto, internazionale, che avvolge la nostra contemporaneità

Category: America Latina

Battisti non poteva che scegliere il Brasile

(fonte: Corriere della Sera), a cura di Roberto Di Ferdinando

L’assassino, terrorista ed evaso Cesare Battisti, non poteva scegliere miglior luogo, il Brasile, per rifugiarsi. Infatti, l’Alta Corte brasiliana respinse l’estradizione dell’assassino Battisti, motivandola, in soldoni, che egli fu vittima, nelle sentenze della giurisdizione italiana, di un clima di odio politico e di persecuzione.
Ovviamente queste conclusioni della corte brasiliana non sono vere, ma l’assassino Battisti resta libero in Brasile. Quel Brasile dove il 13 agosto scorso è stata uccisa Patricia Acioli, giudice del Tribunale penale di Rio de Janeiro, da anni impegnata nello smascherare i poliziotti corrotti e le squadre della morte (milicias), reparti illegali della polizia che seminano morte e terrore nelle favelas. Dalle indagini sull’omicidio della Acioli è risultato che il commando assassino era composto da 12 membri, che ha utilizzato armi che in Brasile sono in dotazione solo alle forze armate e di polizia, e che ha operato subito dopo che al giudice è stata rimossa la scorta armata, nonostante avesse subito numerose minacce di morte, in particolare dopo aver condannato 4 poliziotti risultati responsabili dell’omicidio su commissione di 11 persone.
In Brasile si aggiunge al problema dei police killings anche quello del record, negativo, delle violazioni dei diritti umani. L’Human Rights Council dell’ONU, Amnesty International, Human Rights Watch e le Pastorali della Conferenza Episcopale brasiliana hanno denunciato l’uso crescente di lavoro in schiavitù, l’aumento di arresti arbitrari e di esecuzioni extragiudiziali. Il fenomeno è sottovalutato, in quanto i mezzi di informazione subiscono una censura forte su questi argomenti, mentre alcuni giornalisti che si occupano di questi casi sono stati anche minacciati di morte o perfino uccisi.
RDF

Gli Hezbollah al sole dei Caraibi

(fonte: Corriere della Sera), a cura di Roberto Di Ferdinando

Sono in tre e sono sbarcati a Cuba in questi giorni, non per godersi il caldo sole dell’isola, ma per tessere nuovi legami e rapporti con il mondo (rivoluzionario?) del mondo del Centro America e dell’America Latina. Sono tre rappresentanti dell’apparato operazioni “esterne” dell’Hezbollah, il movimento libanese filo-iraniano ostile ad Israele. La loro presenza preoccupa i servizi segreti di mezzo mondo. Infatti essi si sono già spostati in Messico e rappresentano l’avamposto di un altro gruppo, composto da 23 membri che si attendono prossimamente a Cuba. Gli Hezbollah infatti hanno deciso di aprire una sede stabile a Cuba e sono stati stanziati per l’operazione Dosseir Caraibi già un milione e mezzo di dollari. Non è una novità la presenza in questa regione degli Hezbollah, che da anni vi operano sempre per conto dell’Iran. Cellule operative sono difatti presenti a Ciudad del Este (Paraguay), in Brasile e nel Venezuela dell’amico Chavez. Compito di queste unità è raccogliere fondi, esercitarsi e studiare gli obiettivi da colpire con la violenza. Hanno già operato in Argentina, colpendo l’ambasciata israeliana ed la sede culturale ebraica. La sede cubana invece dovrebbe avere un ruolo più logistico: creare punti di appoggio, acquisire informazioni e documenti nella regione, reclutare informatori ed entrare in contatto con le locali organizzazioni criminali che in America Latina hanno un peso importante ed operano nel traffico di materiali più o meno leciti, in alcune zone, indisturbate.
RDF

Storia – Un asburgo sul trono del Messico

Testo e foto di Roberto Di Ferdinando

Nel 1867 in una cittadina messicana le forze repubblicane giustiziavano l’ultimo Imperatore del Messico, Massimiliano I, il cui regno, negli anni precedenti, era stato caratterizzato da importanti eventi storici e singo-lari curiosità, tali da meritarsi l’attenzione dell’allora comunità internazionale.

Massimiliano infatti non era messicano, ma un particolare austriaco: era l’Arciduca d’Asburgo, cioè il fratello di Francesco Giuseppe, l’Imperatore d’Austria-Ungheria. Era salito al trono messicano per volere della Fran-cia, che, invaso il Messico per interessi economici e strategici, volle porvi a capo un regnante amico.

Questo tentativo europeo di espandere la propria influenza oltreoceano, catapultò nella questione messica-na anche gli Stati Uniti, che, visti minacciati i propri interessi, adottarono una politica più decisa nei confronti con il vecchio continente.

Il Messico nell’Ottocento

Il Messico aveva ottenuto l’indipendenza dalla Spagna nel 1820, e subito era scoppiato il confronto politico tra conservatori e liberali per dare al paese un determinato assetto istituzionale. I conservatori (proprietari terrieri, preti, ufficiali dell’esercito), preoccupati che il Messico cadesse nella spirale della rivoluzione, punta-vano alla creazione di un potere centralizzato ed autoritario in mano ad un personaggio autorevole. I liberali (avvocati, commercianti e con ampio consenso tra gli indios), invece miravano a smantellare il sistema so-ciale introdotto dagli spagnoli, fatto di disparità e discriminazioni. Nei successivi trent’anni questo confronto vide l’alternarsi al potere, tramite colpi di stato, di governi conservatori e liberali con la nomina di 73 presi-denti della repubblica. Il paese era caduto nel caos politico ed istituzionale, quando nel 1855 i liberali con-quistarono il potere nominando Presidente il generale liberale Ignacio Comonfort. A far parte del governo fu chiamato anche Benito Juarez, un giovane indios, avvocato, che sarebbe divenuto ben presto un eroe na-zionale. Comonfort però avviò una serie di riforme che limitarono i poteri e privilegi della Chiesa: fu ridotta la presenza ed influenza della Chiesa nella vita sociale messicana e furono nazionalizzate molte proprietà reli-giose. La Chiesa messicana non le accettò e nel dicembre del 1857 appoggiò il golpe guidato da Félix Zulo-aga. Comonfort si dimise mentre i ministri contrari ai militari, tra cui il vicepresidente Juarez, furono arrestati. Dopo alcune settimane Juarez fu liberato e come vicepresidente rivendicò la guida del paese, ma Zuloaga non lo riconobbe. Juarez minacciato si ritirò a Veracruz, roccaforte liberale, proclamandosi Presidente del Messico e formando un proprio governo. Iniziava la guerra civile messicana.

All’epoca di questa guerra civile molti erano i messicani fuoriusciti che vivevano in Europa, e qui molti di essi per interessi spesso anche contrapposti, si mossero per pubblicizzare la drammatica situazione del Messico nella speranza che i governi europei potessero trovare una soluzione rapida. Tra questi messicani, personaggio di spicco fu Don José M. Gutierrez de Estrada, prima liberale, diplomatico e Ministro degli Esteri durante la dittatura di Santa Anna, poi monarchico, che da oltre venti anni viveva in esilio a Roma dove aveva sviluppato l’idea che il modello monarchico costituzionale britannico o francese fosse l’ideale per portare il suo il suo paese fuori dal caos istituzionale. Egli si recò spesso in udienza presso i governi europei (Londra, Parigi, Madrid e Vienna) per trovare un monarca, ma in particolare un sostegno politico e militare per il Messico, ma ricevette solo solidarietà. Dietro a questi rifiuti vi era il timore verso gli Stati Uniti. Infatti dopo la diffusione della dottrina Monroe, (l’America agli americani!”del 1823), questi non avrebbero gradito la presenza europea nel continente americano. Certamente gli USA non preoccupavano come potenza militare, ma sfidarli e combatterli oltreoceano non era strategicamente conveniente per nessuno.

Nel momento in cui sembrava impossibile trovare sostegno in Europa, i fuoriusciti messicani trovarono nella Francia il paese disposto ad aiutarli.

Nel dicembre 1851 Luigi Bonaparte, nipote di Napoleone Bonaparte, con un referendum popolare era eletto Napoleone III Imperatore di Francia. Consolidato quindi il proprio potere, Napoleone III poté concentrarsi nel dare alla Francia un futuro prestigioso fatto anche di conquiste.

Napoleone III aveva più volte manifestato la propria preoccupazione che l’Europa fosse schiacciata da una parte dalla Prussia e dall’altra, inverosimile, dagli Stati Uniti. L’Imperatore francese nutriva diffidenza verso gli USA in quanto una repubblica che aveva ripudiato la monarchia inglese; inoltre le dottrine repubblicane e democratiche americane avevano trovato sostenitori anche in Francia.

Comunque Washington riguardo il Messico esercitava da anni un non disinteressato protettorato. Nel 1836 infatti il Messico aveva perso il Texas, che dopo nove anni d’indipendenza era entrato a far parte degli Stati Uniti. Nello stesso anno il presidente statunitense, Polk, sfruttò un incidente di frontiera per dichiarare guerra al Messico, e costringere il Messico a firmare una pace dura che previde la cessione agli USA della Califor-nia e di alcuni territori di confine. Il Messico perse allora metà del suo territorio. Tutto ciò aveva contribuito ad aumentare l’ostilità dei fuoriusciti conservatori messicani verso le amministrazioni americane, oltre al fatto che Washington sosteneva i liberali messicani.

Napoleone III però non era ancora convinto di impegnarsi nell’avventura messicana, sebbene vi riconosces-se vantaggi economici e strategici.

Per sciogliere le riserve dell’Imperatore, Guiterrez ricorse ad ex dittatori messicani che in esilio potevano vantare influenti conoscenze presso le cancellerie europee, e di José M. Hidalgo, un ex diplomatico messi-cano con contatti a Londra e Madrid, ma intimo amico della contessa di Montijo, madre della cattolicissima Eugenia, la moglie di Napoleone III. Non solo, tramite sua suocera, marchesa francese poteva vantare la conoscenza dell’Aciduca d’Austria Massimiliano e di sua moglie Carlotta.

Nel settembre del 1857 Hidalgo incontrò l’Imperatrice Eugenia a Bayonne, presso Biarritz, in Francia. In quel incontro le parlò del Messico, e di come i liberali trattassero il clero. Eugenia, interessata ed impressionata della vicenda, invitò Hidalgo per un secondo incontrò, questa volta a Parigi, alla presenza di Napoleone III. Durante questo incontro fu ribadita la drammatica situazione messicana, ma l’Imperatore ritenne i tempi ancora immaturi per favorire una monarchia messicana. Gli USA continuavano a preoccupare.

Internazionalizzazione del conflitto

In Messico i conservatori vollero chiudere la partita contro i liberali il più presto possibile, anche perché non tutti erano favorevoli all’interessamento degli europei alla causa messicana. A tal fine nel marzo 1859 i con-servatori convinsero Zuloaga a dimettersi e lo sostituirono con il suo abile comandante in seconda, il generale Miguel Miramón. Intanto Juarez resistendo ancora a Veracruz, cotrollava il commercio con l’Europa potendo emettere dazi per finanziarsi la guerra. Ii governo militare invece era in crisi nonostante il sostegno economico della Chiesa ed i finanziamenti europei.

La questione finanziaria internazionalizzò la guerra civile messicana. Il conflitto in Messico penalizzava il commercio di Londra e gli interessi inglesi e scozzesi presso le miniere d’argento di Guanajuato, Zacatecas e San Luis Potosí. Inoltre molti dei titoli di stato emessi dal Messico di Comonfort, erano in mano a rispar-miatori britannici, i quali erano preoccupati per il loro mancato rimborso. Il governo Miramón non era inten-zionato a rimborsare i capitali delle obbligazioni ed i loro interessi, in quanto non da lui sottoscritti. Al Foreign Office si pensò così, come riparazione, di annettere il Messico all’Impero, ma nel 1859 la nomina a Primo Ministro britannico di Lord Palmerston e di segretario agli esteri di Lord John Russel, più inclini al dialogo, ridusse la pressione sul Messico.

Il governo francese si dimostrò invece estremamente ostile ai liberali messicani, così come la Spagna; men-tre solo gli Stati Uniti sembravano aiutare i liberali, favorevoli anche alla loro lotta per l’emancipazione degli indios, ma anche interessati per motivi economici al Messico. Il Presidente americano, James Buchanan, preoccupato che la questione degli indios messicani fomentasse la già tesa situazione della schiavitù in A-merica, propose di riconoscere il governo di Juarez ed inviare in Messico un corpo di spedizione militare per rovesciare Miramón e porre fine alla guerra. In cambio Juarez avrebbe ceduto agli USAla bassa California, e favorito l’accordo che permetteva ad una società americana di costruire una ferrovia che collegasse l’Atlantico con il Pacifico. Ma Juarez non gradiva, 5tale accordo infatti sarebbe apparso che i liberali, pur di ottenere il potere, sarebbero stati disposti a cedere territori del proprio paese. Ma l’alleanza con gli USA era troppo importante per i liberali, in un momento in cui la guerra non sembrava a loro favorevole. Il 14 dicem-bre 1859 fu firmato un trattato con gli Stati Uniti. Il Senato americano però non lo ratificò, infatti negli USA la tensione riguardo la questione della schiavitù stava alzandosi, ed in questo momento d’incertezza e instabili-tà, a Washington si ritenne poco saggio avventurarsi nella spedizione messicana. Le forze politiche anti-schiaviste vedevano inoltre in questa iniziativa del Presidente un modo per allargare le zone della schiavitù anche a quelle messicane. Anche senza la formalizzazione della ratifica, i liberali ricevettero comunque l’aiuto dagli USA.

Grazie all’aiuto americano i liberali riuscirono ad invertire l’andamento della guerra civile. Juarez, dopo aver respinto l’assedio di Veracruz, spinse il proprio esercito verso il centro del paese, puntando verso la capitale. Il 22 dicembre 1860 Città del Messico cadeva in mano ai liberali. Due giorni prima, negli Stati Uniti l’elezione presidenziale avevano visto la vittoria di Abramo Lincoln e del partito antischiavista. In risposta a questo evento la Carolina del Sud, si staccava dalla Federazione, dando vita alla Confederazione degli Stati del Sud. Finita la guerra civile messicana iniziava quella america.

La questione dei debiti

Il primo gennaio 1861 Juarez fu eletto Presidente della Repubblica costringendo Miramón a rifugiarsi a Cu-ba. La principale preoccupazione di Juarez fu la questione del rimborso dei creditori stranieri e di tranquilliz-zare i loro governi; la Gran Bretagna infatti rivendicava un credito di 70 milioni di dollari, la Spagna 10 e la Francia 2,8, ma il Messico era in bancarotta e non aveva fondi. Quindi lo scoppio della la guerra di Seces-sione che avrebbe eluso qualsiasi reazione statunitense in Messico e la decisione, nel luglio del 1861, del Congresso messicano di sospendere il pagamento degli interessi a tutti i creditori stranieri, portò i governi europei a forzare la mano contro Juarez.

Nel settembre 1861 Hidalgo si recò a Biarritz per incontrare nuovamente Eugenia, riferendole che, secondo informazioni confidenziali, la Gran Bretagna e la Spagna erano intenzionate ad inviare a Veracruz una forza navale per prendere il controllo della dogana ed incassare i diritti doganali come rimborso. Del tema dell’incontro fu informato anche Napoleone III, che, con la guerra civile americana in atto, vedeva sotto un’ottica più favorevole l’avventura messicana. Ma Napoleone III andava oltre, pensava infatti che l’iniziativa europea avrebbe fatto cadere il governo Juarez ed allora la Francia avrebbe posto sul trono messicano un principe europeo che riconoscendo gli interessi francesi avrebbe condotto il Messico sotto il controllo di Parigi.

Da questo momento l’Imperatore francese si preoccupò di trovare quella figura idonea al trono messicano. Non poteva essere uno spagnolo perché non sarebbe stato accettato dai messicani, non un Bonaparte per-ché la Gran Bretagna non avrebbe gradito un ulteriore esponente di quella famiglia a capo di un paese. Il candidato ideale doveva essere un conservatore ed un cattolico. Si pensò così, anche per migliorare i rap-porti tra Francia ed Austria, a Massimiliano d’Asburgo (già nel 1821, i conservatori messicani avevano offerto invano il titolo d’Imperatore del Messico ad un esponente della casa d’Asburgo, il principe Carlo Luigi, Arciduca d’Austria).

Ma Massimiliano avrebbe accettato? L’Arciduca, incoraggiato dalla moglie Carlotta, era favorevole all’idea di recarsi in Messico, un paese ancora da esplorare e da sviluppare. Massimiliano si consultò quindi con Papa Pio IX e con il suocero, Leopoldo re del Belgio, il quale interpellò a sua volta la regina Vittoria, sposa del principe Alberto, nipote di Leopoldo, che gli rispose: “Il progetto messicano è pericoloso e pieno d’incertezze […] Poiché viene dalle Tuilleries, ci si deve domandare: qual è il suo scopo?” Massimiliano comunque avrebbe accettato il trono messicano solo se ne fosse stato favorevole anche suo fratello, l’Imperatore Francesco Giuseppe, il quale lo avvertì che nella sua avventura oltreoceano sarebbe stato solo, in quanto il governo austriaco non lo avrebbe potuto sostenere. Per questo l’Imperatore chiese che Massimiliano, prima di dare la propria parola, ottenesse le garanzie politiche e militari da Francia e Gran Bretagna e che inoltre fosse accettato dal popolo messicano come loro Imperatore.

Nell’ottobre 1861 nella sua residenza ufficiale, il castello di Miramare, presso Trieste, Massimiliano accettava ufficiosamente, in attesa delle condizioni indicate dal fratello. La richiesta fu girata a Napoleone III che ne fu soddisfatto, specificando inoltre che al momento della caduta del governo Juarez, un’assemblea di notabili messicani avrebbe offerto il trono a Massimiliano.

Alla vigilia di Natale, Massimiliano ricevette per la prima volta Gutierrez che gli consigliò di attivarsi presso religiosi ed ex politici messicani per preparare la popolazione in suo favore, ma l’Arciduca, senza garanzie, non era ancora convinto di sciogliere le proprie riserve.

La spedizione

La Gran Bretagna sembrava non intenzionata a partecipare alla spedizione, infatti Palmerston giudicava l’operazione destinata a fallire, in quanto pianificata al tavolo da esponenti messicani da troppo tempo lontani dal proprio paese e da quella realtà.

Napoleone III sapeva che senza la Gran Bretagna la missione non sarebbe stata possibile, quindi occorreva convincerla. Facendo leva sulle possibili opportunità economiche e strategiche dell’operazione non fu difficile far cambiare idea al governo britannico.

Il 24 ottobre 1861 fu firmata la Convenzione di Londra. Le tre potenze avrebbero mandato le proprie navi ed un contingente di 10.000 soldati per occupare solo Veracruz, uno dei porti più malsani dell’Atlantico, infesta-to dalla febbre gialla. La Spagna avrebbe contribuito con 7.000 soldati al comando del generale Prim, la Francia con 2.500 guidati dal Contrammiraglio Jurien de la Greviére e la Gran Bretagna con 700 fanti di ma-rina al comando del Commodoro Dunlop. Ben presto però le intese raggiunte dalle tre potenze sarebbero saltate.

Napoleone III, non convinto di questo programma, diede disposizioni a Jurien, una volta giunto in Messico, di tenersi pronto ad ampliare la zona d’intervento spingendosi verso l’interno. Invece Palmerston, su indicazione della regina Vittoria, dette disposizioni che i propri fanti non fossero impiegati sulla terra ferma.

Le tre flotte si sarebbero riunite a Cuba per poi insieme salpare verso Veracruz. Ma gli spagnoli decisero di non attendere le navi francesi e britanniche, e l’8 dicembre raggiunsero Veracruz. Il comando spagnolo in-formò le autorità politiche locali che erano giunti per obbligare il governo messicano a pagare gli impegni assunti con i risparmiatori spagnoli. Il 17 dicembre, senza incontrare resistenza, le forze spagnole sbarcarono, occupando la città. Le navi francesi e britanniche giunsero tutte a Veracruz tra il 6 e l’8 gennaio 1862, contemporaneamente ad altri 1.000 soldati spagnoli.

La reazione messicana all’invasione non si fece attendere. Il 15 dicembre il Congresso messicano concesse a Juarez ampi poteri d’emergenza. Il Presidente diede ordine alla popolazione di non collaborare con gli in-vasori. La città era stata in parte abbandonata e dalle campagne i contadini non inviavano i rifornimenti. Molti soldati contrassero la febbre gialla e per ottenere i viveri ed arginare l’epidemia fu necessario quindi addentrarsi oltre Veracruz.

Intanto iniziarono i negoziati per il rimborso. Il problema era che il blocco dei dazi avrebbe permesso il rim-borso del 70% dei crediti, ma il resto, il Messico non sarebbe stato in grado di restituirlo. La Francia spinse per un ultimatum di 12 milioni di dollari, la Spagna e la Gran Bretagna furono più disponibili ad un negoziato, sapendo infatti che l’ultimatum non sarebbe stato mai accettato dai messicani, e quindi avrebbe rappresen-tato per la Francia il modo migliore per giustificare una presenza in Messico più lunga.

Questa fermezza francese sulla questione dei debiti trovava giustificazione anche in un fatto non noto a molti. Il finanziamento dato al Messico proveniva dal banchiere svizzero Jean-Baptiste Jecker, che li aveva prestati con un tasso d’interesse del 30%. Il fratellastro illegittimo di Napoleone III, il duca di Morny (figlio di Carlo Augusto de Flahaut ed Ortensia di Bauhamais madre di Napoleone III), possedeva oltre il 30% di queste obbligazioni ed esercitò pressioni presso la famiglia imperiale perché venisse tutelato il suo investimento.

Napoleone mostrò i muscoli inviando ulteriori 4.000 soldati a Veracruz, mentre i negoziatori europei raggiun-sero un compromesso con il governo Juarez che concedeva alle forze alleate di trasferirsi da Veracruz al distretto di Orizaba, una zona inospitale. Verso Orizaba si mossero i francesi, mentre gli spagnoli misero base a Cordoba; i britannici invece, come da ordini, rimasero sulle navi nella rada di Veracruz.

I messicani di fronte all’avanzata degli europei, seppur concordata, decisero di formare un esercito di volon-tari, comandato prima da Zaragoza e poi da Ortega, e rifornito tramite il porto di Matamaros sul confine con gli USA.

La Francia all’attacco

Il 20 marzo Napoleone confermò il suo ultimatum: se Juarez non si fosse reso disponibile al rimborso, le truppe francesi avrebbero puntato verso la capitale messicana. La Spagna e la Gran Bretagna, desiderose di disimpegnarsi dal Messico, non avrebbero partecipato a questa operazione, ma si sarebbero ritirate, a-vendo infatti raggiunto un accordo separato con Juarez, che avrebbe pagato 13 milioni di dollari in due rate. Scaduto l’ultimatum, il generale francese Lorencez, che aveva sostituito Jurien, passò all’azione, con 6.000 soldati e l’appoggio dei conservatori locali, marciò verso Città del Messico. Il 24 aprile i francesi si scontra-rono per la prima volta con i liberali, assediando la città fortificata di Puebla, difesa da 14.000 messicani. In un solo pomeriggio i francesi però perdettero 462 uomini, l’esercito francese, giudicato il più forte del mondo, il 5 maggio fu costretto al ritiro da Puebla.

La notizia della sconfitta giunse a Parigi un mese più tardi; Napoleone III, che fino ad allora aveva diffuso ottimismo riguardo la campagna messicana, alla notizia della sconfitta decise di forzare la mano inviando 20.000 soldati e sostituendo Lorencez con il generale Forey. Il maggior sforzo militare voluto da Napoleone III suscitò in patria una maggior attenzione dell’opinione pubblica francese verso il Messico, dove adesso era in gioco il prestigio della Francia.

Per i francesi ai problemi militari si aggiungevano quelli ambientali; numerosi infatti erano i soldati colpiti dalla febbre gialla, quindi si rese necessario impiegare reparti più preparati a difficili condizioni climatiche. Fino ad allora nelle zone più malsane era stata impiegata la Legione Straniera, adesso si pensava di affiancarle truppe formate da soldati di colore, reclutati nei possedimenti africani. Parigi si rivolse quindi all’Egitto, paese politicamente vicino alla Francia, ma non indipendente, in quanto sotto il controllo dell’Impero Ottomano. L’empasse fu superato tramite un accordo segreto tra il viceré locale, che doveva il suo potere alla protezione di Parigi, e la Francia per l’invio in Messico di 1.500 uomini, in verità schiavi. Il primo gennaio 1863 la fregata francese La Seine fece scalo ad Alessandria d’Egitto, imbarcando solo 600 uomini, che, una volta giunti a Veracruz, furono assegnati all’esercito francese.

Contro i francesi Juarez cercò un appoggiò non solo politico in Washington, ma Lincoln, preoccupato che Francia e Gran Bretagna, potessero aiutare gli Stati del Sud come rivalsa al blocco dei porti imposto dall’Unione, evitò di impegnarsi apertamente con i liberali messicani.

Gli Stati dell’Unione decisero così la loro neutralità nel conflitto messicano, vietando l’esportazione di armi ai paesi belligeranti o di arruolare volontari per partecipare a quella guerra. Il divieto di esportare armi fu adot-tato anche per ridurre il rischio che agenti degli Stati Confederati potessero ordire trame per ottenere loro quel materiale bellico. I liberali comunque riuscirono a superare questo divieto attraverso trasporti clandestini che partivano dai porti di New York e San Francisco per quello di Matamaros.

Nel febbraio del 1863 iniziò la campagna militare di Forey, il generale poteva disporre di 18.000 uomini di fanteria, 1.400 di cavalleria, 2.150 artiglieri, 450 genieri, 2.300 amministrativi oltre a 2.000 soldati messicani, 56 cannoni e 2.400.000 cartucce. Contro la guerriglia liberale Foney formò dei reparti speciali chiamati con-tre-guérilla. Non erano soldati francesi, ma specialisti messicani, inglesi, francesi, spagnoli, greci, olandesi, americani, latino-americani e svizzeri, assoldati per la loro spietatezza e temerarietà, che si dimostrarono molto efficaci, terrorizzando le popolazioni locali. Erano giunti in Messico nel passato per fare fortuna, erano ex marinai, disertori, mercanti di schiavi caduti in disgrazia, cacciatori di bisonti del Nord America o predatori della Louisiana rovinati dalla guerra civile americana. A comando di questi reparti fu posto il colonnello de Steklin, ex ufficiale svizzero, mercenario presso l’esercito francese che operò supportato da due navi cannoniere poste a largo di Veracruz.

L’esercito liberale si componeva invece di 22.000 volontari concentrati prevalentemente a Puebla; ne face-vano parte anche soldati spagnoli disertori, avventurieri britannici, volontari americani e liberali europei. I soldati messicani non avevano uniformi ufficiali, ma tutti vestivano ampie camice e pantaloni bianchi, mentre negli spostamenti erano sempre seguiti dalle loro donne.

Il 16 marzo i francesi iniziarono l’assedio di Puebla, cannoneggiandola fino al 27 marzo quando fu deciso di far intervenire la fanteria. Furono impiegati anche dei minatori per l’utilizzo di esplosivi. La città fu isolata ed il 17 maggio, affamata, cadde.

La notizia della conquista di Puebla giunse a Parigi il 10 giugno, per Napoleone III era un ottima notizia, gli permetteva infatti di isolare l’intraprendente opposizione interna sempre più critica verso l’Imperatore.

Juarez, potendo porre a difesa della capitale solo 6.000 uomini, decise di spostare il governo a San Louis Potosí, a 300 km più a nord, lasciando indifesa Città del Messico che il 7 giugno fu occupata dai francesi. L’aristocrazia e la borghesia locali furono entusiaste, mentre il popolo taceva.

Napoleone III inviò un ordine a Foney:” Lei deve essere padrone a Città del Messico, ma senza dare l’impressione di esserlo.” Il 10 luglio Foney nominò una junta, composta da notabili locali, che adottò quattro provvedimenti: 1) la nazione si dà come forma di governo la monarchia ereditaria costituzionale sotto un principe cattolico, 2) il sovrano deve portare il titolo d’Imperatore, 3) l’offerta del trono è fatta a Massimiliano, 4) se Massimiliano dovesse rinunciare il trono andrà ad un principe scelto da Napoleone III. I messicani non avevano più dubbi, l’autorità in Messico era in mano ai francesi.

Nonostante i successi, i francesi controllavano solo la zona tra Veracruz e Città del Messico ed anche in queste zone la guerriglia messicana era ancora attiva. Napoleone III comunque tranquillizzò l’Arciduca con-fermandogli che in breve tempo il Messico sarebbe stato liberato; Massimiliano comunque attendeva ancora la garanzia presentata dall’alleanza tra Messico, Francia e Gran Bretagna.

Nelle settimane successive il generale Foney fu sostituito dal generale Bazaine, che usò il pugno di ferro contro i liberali e contrastò i conservatori e la Chiesa promotori di una politica reazionaria. Bazaine interferì anche nell’amministrazione locale, tanto che il generale fu scomunicato dall’arcivescovo di Città del Messico. Foney nel rientrare a Parigi cercò di illustrare a Napoleone III i pericoli della spedizione, ma l’Imperatore, influenzato da sua moglie che per lui in Messico vedeva ambiziosi progetti, non se ne preoccupò.

Il 3 ottobre ci fu a Trieste il primo incontro tra la delegazione messicana e Massimiliano, durante il quale gli venne ufficialmente offerto il trono messicano. L’Arciduca rispose che le condizioni, richieste due anni prima per accettare il trono, non era state ancora soddisfatte.

L’offensiva militare fu quindi più decisa e portò i francesi a controllare ampie zone del paese, tanto da poter bandire un referendum popolare sulla salita al trono di Massimiliano, che, nonostante il boicottaggio dei liberali, fu favorevole a Massimiliano Imperatore del Messico. I dubbi di Massimiliano iniziarono ad allontanarsi. Napoleone III inoltre gli confermò che la Francia avrebbe mantenuto in Messico 25.000 soldati almeno per altri tre anni ed 8.000 legionari per i successivi dieci anni, Inoltre fu raggiunto un accordo ufficioso tra Parigi ed Washington, autorizzato dal confermato Presidente Lincoln, in cui si stabiliva che la Francia non avrebbe riconosciuto od aiutato gli Stati Confederati ed in cambio gli Stati del Nord sarebbero rimasti estranei al conflitto messicano.

Ma un nuovo problema si presentò il 27 marzo, quando Francesco Giuseppe impose a Massimiliano di fir-mare il Patto di Famiglia, una sorta di contratto in cui l’Arciduca si impegnava a rinunciare al trono d’Austria. Massimiliano si rifiutò di firmarlo, rinunciando invece al trono del Messico; Napoleone III alla notizia si trovò spiazzato ed intervenne presso l’Imperatore d’Austria perché trovasse un compromesso.

Il compromesso fu raggiunto, nel caso in cui Massimiliano avesse abdicato dal trono del Messico, Vienna avrebbe salvaguardato le posizioni di Massimiliano nell’Impero d’Austria, compatibili però con gli interessi del medesimo. L’Imperatore si sarebbe preso cura del fratello della moglie e degli eredi; oltre a corrispondergli una rendita ed autorizzare il reclutamento in Austria, di volontari per l’esercito messicano. Francesco Giuseppe si recò a Trieste per la firma del Patto che avvenne il 9 aprile 1864, quella fu l’ultima volta che i due si videro.Tutti gli ostacoli alla salita al trono del Messico erano stati rimossi o quasi.

L’Imperatore Massimiliano I

Il 10 aprile 1864 al castello di Miramare, l’Arciduca Max (come lo chiamavano amichevolmente i triestini) ri-ceveva la delegazione messicana, guidata da Gutierrez, che lo avrebbe proclamato Imperatore del Messico. Gutierrez elogiò la coppia reale per la loro scelta, confermandoli che il Messico era da sempre legato al cat-tolicesimo ed alla monarchia, ma nel suo discorso non citò mai Juarez e la guerra civile. Massimiliano, rin-graziando, lesse un testo preparato, discusso, corretto e censurato da suo fratello e dai ministri austriaci che indicava che i documenti che gli erano stati sottoposti lo avevano convinto ad accettare in quanto Imperatore, non solo dalla junta, ma dalla grande maggioranza del popolo messicano. Promise di regnare da monarca costituzionale e di concedere una costituzione liberale non appena fossero terminati i disordini. Massimiliano firmò solennemente l’accettazione del trono, come Massimiliano I, prestando inoltre giuramento di difendere l’indipendenza del Messico, l’inviolabilità del suo territorio e di vegliare sul benessere del popolo messicano. In quel momento sul tetto del castello si issava il tricolore messicano. Il neo Imperatore sottoscrisse anche un trattato con la Francia, e nominò i propri ambasciatori presso le varie corti europee. L’Impero messicano fu subito riconosciuto da Francia, Austria, Belgio, Svizzera, Svezia, Prussia, Portogallo, Spagna, Russia e dall’Italia (provocando la reazione negativa di Garibaldi e dei liberali italiani), la Gran Bretagna, più cauta attese l’autunno prima di riconoscerlo, mentre gli USA si rifiutarono di farlo.

Il 14 aprile 1864 la coppia imperiale partì da Trieste sulla fregata Novara, mentre una folla si accalcò sui moli per salutarla. Il Novara, scortato dalla nave da guerra francese Thenis, scese l’Adriatico, risalì il Tirreno per giungere a Civitavecchia; qui la coppia scese per raggiungere Roma ed ottenere la benedizione dal Papa, dopo alcuni giorni riprese il mare per il Messico.

Il Novara giunse a Veracruz il 27 maggio, gli imperatori sbarcarono la mattina successiva, accolti da un fan-tastico ricevimento voluto dalle autorità locali, mentre la popolazione riservò un’accoglienza molto fredda che li accompagnò fino a Città del Messico. Ad Orizaba furono perfino accolti con manifesti e grida inneggianti alla repubblica ed all’indipendenza. I più entusiasti nell’accogliere Massimiliano furono invece gli indios, i quali, come i loro avi che avevano ben accolto il conquistador Cortés, videro in Massimiliano il dio dalla pelle chiara, che secondo il mito sarebbe giunto dal mare per salvarli.

Il 12 giugno il corteo imperiale giunse a Città del Messico accolto da una numerosa e festante folla. La cop-pia prese alloggio presso il Palazzo di Chapultepec, costruito sulle rovine di quello di Montezuma, poco fuori dalla città.

Massimiliano si alzava ogni mattina alle 4 e nelle tre ore successive sbrigava la corrispondenza, alle 7 usciva per una passeggiata a cavallo ed alle nove rientrava per fare colazione, poi dava inizio alla giornata con le incombenze ufficiali (riunioni di gabinetto, udienze e cerimonie di stato), per le quali dimostrava di annoiarsi. Alle 20 dopo una frugale cena andava a letto. Nei mesi successivi, in un viaggio nello stato di Michoacán contrasse la malaria.

Le difficoltà si presentarono subito a Massimiliano, mancavano i soldi per pagare i soldati contro l’attivissima guerriglia liberale, la corruzione era endemica, mentre il debito del paese da 120 milioni di dollari passò, nei due anni successivi, a 210 milioni.

Inoltre c’era da sanare la disputa sulle proprietà messicane della Chiesa e le altre questioni in sospeso tra la Chiesa e lo Stato. L’inviato vaticano, Monsignor Meglia, giunse in Messico con un ultimatum papale che esi-geva che fosse ripristinato lo stato di cose esistenti al tempo della conquista spagnola, in aggiunta dovevano essere abolite le riforme introdotte dal governo Juarez, non si doveva incorporare nel patrimonio statale le proprietà ecclesiastiche ne si doveva concedere la libertà di culto alle altre religioni. Massimiliano non accettò e si inimicò la Chiesa fino ad essere accusato dal clero di massoneria. Difficili erano anche i rapporti con il comando francese, Massimiliano infatti criticava l’interferenze di Bazaine nell’amministrazione del paese.

La strategia francese

La guerra contro i liberali nel frattempo proseguiva. Nel settembre 1865 la flotta francese conquistava Mata-maros, mentre la fanteria, guidata da Bazaine, occupava Monterrey e Saltello, costringendo Juarez a rifu-giarsi a Chihuahua, a 700 km a nord-ovest dalla capitale, abbandonato da molti suoi fedeli che passavano a collaborare con i francesi. Nonostante ciò l’esercito francese trovò ancora resistenze, in particolare al sud, a Oaxaca, città fortificata, difesa da 3.000 volontari messicani guidati dal Porfirio Diaz. Il 15 gennaio 1865 i francesi assediarono Oaxaca, il 4 febbraio, per sbloccare la situazione, decisero di bombardare per 24 ore la città provocando vittime e defezioni tra i messicani. Diaz fu così costretto ad arrendersi. Arrestato riuscì clamorosamente ad evadere ed a raggiungere Juarez. Ormai quasi tutto il Messico era sotto il controllo dell’Impero, Massimiliano controllava 24 stati contro i quattro (Guerreo, Chihuahua, Sonora e Bassa Califor-nia) sotto l’autorità di Juarez, in cui viveva solo il 7% degli otto milioni di messicani.

L’esercito francese aveva ormai conquistato tutto il paese, Napoleone III pensava quindi adesso possibile una riduzione della presenza militare francese, sebbene fosse interessato alla presa dello stato di Sonora, ricco di miniere, per annetterlo alla Francia come ricompensa per il proprio contributo alla causa imperiale. La preoccupazione per una reazione americana portò i francesi a conquistare Sonora però senza annetterla.

A Parigi l’opposizione liberare e parte dell’opinione pubblica iniziava a chiedere il rientro delle truppe francesi dal Messico; l’operazione militare aveva infatti raggiunto i suoi obiettivi e l’avventura messicana iniziava a non essere più popolare.

La possibilità del ritiro francese era nell’aria, non a caso giunsero dall’Europa ulteriori rinforzi per l’Impero, ma principalmente per sostituire le truppe francesi. Tra il dicembre 1864 ed il gennaio 1865 arrivarono 1543 belgi (dopo la richiesta dell’Imperatrice Carlotta al padre) e 7.000 austriaci, che operarono nella zona di Puebla, oltre a volontari ungheresi, italiani, croati e polacchi. Una parte dei volontari austriaci andò a formare reparti antiguerriglia. La guerriglia liberale infatti continuava ad essere attiva nelle zone del nord-ovest (Tam-pico, Tuxpán) e presso Michoacán, a 150 km dalla capitale, tra vette altissime ricoperte da fitti boschi e nebbia, dove i francesi non si avventuravano.

In primavera iniziarono manifestazioni popolari contro la presenza (occupazione) francese, la provincia di Tamaulipas insorse. Juarez riescì a far infiltrare propri uomini tra i reparti di volontari che appoggiavano i francesi e nelle retrovie francesi oppure accedendo al sistema di telegrafia che i francesi avevano realizzato per comunicare con le province più lontane; il controllo del paese diventava molto difficile. Le iniziali certezze di Napoleone III, vittoria degli Stati del Sud degli USA, rapida affermazione di Massimiliano in Messico ed eliminazione della resistenza liberale, erano naufragate; occorreva quindi disimpegnarsi dal Messico per evitare conseguenze peggiori.

Gli Stati Uniti

L’avanzata francese era coincisa con la scelta di Washington di porsi neutrale riguardo la guerra messicana, una scelta imposta dalla guerra di Secessione. Ma il 9 aprile 1865 gli Stati Confederati si arrendevano con-segnando la vittoria agli Stati del Nord, una vittoria pagata cara con l’uccisione, il 14 aprile, di Lincoln. Dopo tutto ciò come avrebbero continuato gli Stati Uniti a vedere la presenza europea in Messico? Il neo presiden-te, Andrei Johnson ed il Segretario di Stato, già di Lincoln, William H. Seward, confermarono la neutralità.

Ma sull’argomento l’amministrazione americana era divisa; il generale Grant, eroe nordista, vincitore della guerra civile e futuro Presidente, e numerosi ministri simpatizzavano per i liberali messicani, tanto che 40.000 soldati statunitensi, comandati dal generale maggiore Philip Sheridan, furono inviati sul confine messicano, per far credere ai francesi di una prossima invasione. Tale operazione era stata voluta autonomamente dal generale Grant, il quale aveva avuto la disponibilità all’utilizzo dei militari da Johnson, ma solo perché questi sapeva che i soldati dovevano essere impiegati per pattugliare il confine dagli sbandati sudisti.

Nonostante gli americani Bazaine decise di attaccare Juarez per eliminare il problema dei liberali e conse-gnare a Massimiliano il Messico intero e quindi ritirarsi. L’offensiva francese costrinse Jaurez, rimasto con solo 800 uomini, a ripiegare ancora più a nord, al El Paso, a 1.700 km dalla capitale; qui i francesi non osa-rono stanarlo preoccupati della reazione di Washington; ad El Paso Juarez ricevette infatti la visita di ufficiali statunitensi, di base poco dopo il confine.

Ulteriori aiuti a Juarez provennero sempre da Grant che ordinò a Sheridan di fornire ai messicani 30.000 moschetti oltre a cannoncini Weitzel, prelevandoli dai magazzini lungo il Rio Grande e di inviare oltre confine piccoli reparti di soldati americani, composti solo da uomini di colore. Il 5 gennaio 1866 agli ordini del gene-rale Crawford i reparti di colore attaccarono la guarnigione francese di Mejía, alla foce del Rio Grande, riti-randosi solo due giorni dopo. Anche i congedati dell’esercito dell’Unione si recarono in Messico come volontari per combattere a fianco dei liberali, attratti anche dalle paghe promesse da Romero, l’ambasciatore di Juarez a Washington. A New York nella 10^ Avenue fu istituito un ufficio di arruolamento per chi avesse voluto combattere a fianco di Juarez.

Napoleone III si convinse che gli USA avrebbero potuto ben presto abbandonare la loro neutralità. Il 21 gen-naio l’Imperatore francese prese la decisione ormai da tempo scritta, di fronte all’Assemblea Nazionale pro-clamò il ritiro delle truppe francesi dal Messico. Il piano di rientro prevedeva che ad ottobre 9.000 soldati francesi sarebbero partiti ed altri 9.000 lo avrebbero fatto nel marzo 1867. Massimiliano non informato da Napoleone III protestò per il mancato rispetto delle garanzie promesse; mentre Bazaine, avuta la conferma del prossimo ritiro, per limitare i danni, evacuò Chihuahua e concentrò più a sud i propri reparti, molti legio-nari invece scelsero di passare dalla parte dei liberali.

Si allentava così l’assedio a Juarez, che iniziò a marciare verso sud, riconquistando le località lasciate dai francesi; questi infatti si ritiravano e combattevano solo se attaccati, mentre i messicani non li attaccavano sapendo del loro imminente ritiro.

L’isolamento di Massimiliano

Massimiliano poteva contare adesso solo sui volontari europei, una forza però troppo esigua per controllare il paese, inviò così propri agenti in Europa per arruolare altri uomini. 4.000 furono presi in Austria, ma il 15 maggio 1866, alla vigilia della partenza per il Messico dal porto di Trieste, questi volontari furono bloccati dalle minacce di Seward di rompere i rapporti con l’Austria, questa allora proibì che agenti messicani svol-gessero attività di arruolamento sul proprio territorio. Non solo, ritirò la propria forza dal Messico, coloro che vi rimasero lo fecero come volontari.

L’isolamento diplomatico di Massimiliano aumentò in seguito ad altri eventi: era morto il duca di Morny, Lord Palmerston era stato sostituito da Lord Russell che non avrebbe mai appoggiato la Francia contro gli USA in un’eventuale guerra per il Messico, infine era deceduto anche re Leopoldo di Belgio. Intanto gli Stati Uniti revocavano la loro posizione di neutralità perché l’opinione pubblica mal tollerava l’atteggiamento europeo in Messico, e Seward, saputo del ritiro francese adottò un atteggiamento più fermo verso la Francia e Massimiliano.

Il 9 luglio l’Imperatrice Carlotta decise quindi di lasciare il Messico per recarsi prima a Parigi e poi a Roma, per cercare di ottenere nuovi aiuti per Massimiliano. Non sarebbe più tornata. In seguito ai rifiuti ricevuti in Europa in lei si manifestarono i primi segni di pazzia, infatti dopo poche settimane le sue condizioni di salute peggiorarono tanto che Leopoldo II, suo fratello, decise di farla rientrare in Belgio. Massimiliano perdeva così anche gli affetti più cari.

In estate Napoleone III, decise di fare rientrare tutte le truppe a marzo del 1867, anche quelle che dovevano abbandonare il paese ad ottobre 1866, tranquillizzando Washington sul fatto che la scelta del rinvio era do-vuta ad evitare che lo scaglionamento indebolisse troppo la forza francese lasciandola indifesa alla vendetta liberale. A conferma di ciò Napoleone III informò Seward che avrebbe svolto attività di convincimento presso Massimiliano perché abdicasse, e per evitare che il Messico cadesse nel caos propose invano che gli USA occupassero il paese, tutelando però gli interessi degli stranieri. Comunque nelle prime settimane del 1867 i francesi iniziano a smobilitare da Città del Messico.

Il 25 novembre Massimiliano rifiutò di abdicare e decise di rimanere a capo del suo esiguo esercito, 21.000 soldati contro i 70.000 di Juarez. il 13 febbraio partì con 9.000 uomini verso nord per affrontare Juarez rag-giungendo il 9 febbraio la cittadina di Querétaro. I liberali, informati dell’azione imperiale, il 6 marzo con 35.000 uomini assediarono la città. Massimiliano avrebbe avuto una via di salvezza, infatti a Veracruz una nave era ad attenderlo per portarlo in Europa, ma l’Imperatore decise di non approfittarne. I francesi che sta-vano concludendo le operazioni d’imbarco a Veracruz, non intervennero in suo aiuto, il 13 marzo tutti i solda-ti francesi avevano abbandonato il paese. Bazaine rientrò in Francia, a Tolone, a fine aprile senza che fosse accolto da alcuna particolare ed ufficiale riconoscenza; Napoleone III voleva dimenticare al più presto l’Impero del Messico.

I liberali nel frattempo riconquistavano Puebla, Diaz puntava a Città del Messico, mentre Querétaro non a-vrebbe resistito a lungo; infatti il 14 maggio i liberali entrarono in città. Massimiliano fu arrestato e rinchiuso nel locale convento dei frati cappuccini. Qui fu informato che una corte marziale lo avrebbe processato con l’imputazione di tradimento ai danni della repubblica messicana. Il 13 giugno, presso il teatro cittadino, si svolse il processo, Massimiliano malato non si presentò in aula, presenti invece i suoi coimputati, Miramón ed il generale Tomás Mejía. Il giorno successivo la corte emanò la sentenza: condanna a morte tramite fuci-lazione per i tre da eseguirsi il giorno 16 giugno, in quanto vi era fretta di eliminare la minaccia Massimiliano. Gli avvocati difensori chiesero la grazia a Juarez, il quale concesse solo il rinvio dell’esecuzione al 19 giu-gno. Nell’attesa della sua esecuzione Massimiliano lesse la Storia d’Italia di Cesare Cantù, scrisse a sua madre, e stabilì che avrebbe affrontato la morte avendo alla sua destra Miramón, in riconoscenza del suo valore, ed alla sua sinistra Mejía.

Il tragico epilogo

Nei giorni precedenti l’esecuzione alcuni paesi si mossero per salvare la vita all’Imperatore, sebbene nessun paese avesse rapporti diplomatici con il Messico di Juarez. Pertanto le suppliche furono avanzate agli USA per poi girarle al governo liberale messicano. Garibaldi dall’Italia e Victor Hugo dalla Francia, sostenitori del-la causa liberale, scrissero a Juarez di graziare Massimiliano; anche la stampa statunitense si mosse per sostenerne la grazia. Ma Juarez era convinto che rimanendo in vita Massimiliano avrebbe continuato a pre-tendere il trono del Messico e sarebbe stato sempre un punto di riferimento per i conservatori messicani. L’esecuzione andava eseguita. Alle ore 6 del 19 giugno Massimiliano, indossando una rendigote nera ed un cappello bianco, fu condotto sul colle di Cerro del las Campanas, dove ad attenderlo vi erano 3.000 soldati e 50 spettatori. Scendendo di carrozza consegnò al suo inserviente il cappello ed il fazzoletto perché li consegnasse a sua madre. I tre condannati furono riuniti e posti di fronte al plotone d’esecuzione, ma in maniera diversa da come stabilito alla vigilia: Massimiliano a sinistra, Miramón al centro e Mejía a destra. Massimiliano chiese se fosse possibile regalare a ciascuno dei sei componenti del plotone una moneta d’oro e nel consegnarle li pregò di prendere bene la mira e colpire al cuore e non al viso in modo che sua madre potesse vederlo per l’ultima volta. Come ultima volontà invece fece un breve discorso in spagnolo che si concluse con “Viva il Messico!”; dopo di che fu dato l’ordine di sparare. Sei colpi, tre mortali, centrarono l’ex Imperatore, Miramón e Mejía furono colpiti in un secondo momento mentre gridavano: “Dio benedica l’Imperatore!” Alle 6.40 tutto era finito.

Il 21 giugno cadeva Città del Messico, il 15 luglio Juarez fece il suo ingresso trionfale nella capitale.

Dopo due mesi, la salma di Massimiliano fu imbarcata sul Novara per essere condotta in patria. Giunse pri-ma a Trieste e poi a Vienna dove fu seppellita nella cripta della Cappella dei Cappuccini; Francesco Giusep-pe non si abbandonò a grandi dimostrazioni di dolore, mentre Carlotta, alienata dalla pazzia, non fu in grado di assistere alla cerimonia.

Il destino tragico si accanì anche su gli altri protagonisti: Juarez eletto Presidente morì d’infarto nel 1872, la stessa sorte che era toccata a Gutierrez, deceduto a Città del Messico solo poche settimane dopo Massimi-liano. Napoleone III invece morì in esilio, la guerra persa contro la Prussia nel 1870 aveva posto fine definiti-vamente anche alla monarchia francese.

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– APPROFONDIMENTI–

Massimiliano e Carlotta

Ferdinando Giuseppe Massimiliano nacque il 6 luglio 1832 a Schönbrunm (Austria) da Sofia di Baviera e da Francesco Carlo, Arciduca d’Asburgo. Il fratello di Massimiliano, Francesco Giuseppe, nato nel 1830, sareb-be diventato Imperatore d’Austria-Ungheria nel 1848, all’abdicazione dello zio Ferdinando I, che non aveva eredi, ed alla rinuncia del padre.

Francesco Giuseppe era ordinato, metodico ed interessato alle vicende militari; Massimiliano invece era un sognatore, con inclinazioni artistiche, un cattolico praticante con un alto senso dell’onore e nutriva una gran-de ammirazione verso il fratello Imperatore. Credeva nella monarchia assoluta, ma non escludeva la possibi-lità di costituire assemblee popolari e per questo criticò la politica repressiva del cugino Ferdinando II, re di Napoli, e quella austriaca nei Balcani. Massimiliano era alto e snello, con una carnagione chiara, occhi az-zurri, capelli e barba biondi dorati, usava portare, secondo la moda del periodo, la barba lunga divisa nel mezzo ed a punta ai lati. Nel 1850 entrò in Marina in forza al comando della flotta dell’Adriatico; visitò l’Alba-nia, la Grecia, la Turchia, la Spagna e la Francia. Qui, a Parigi, fece il suo primo incontro con Napoleone III. L’impressione fu negativa; Massimiliano giudicava l’Imperatore di Francia privo di d’alcuna nobiltà. Visitò il Belgio di re Leopoldo, di cui conobbe la figlia, la sedicenne Carlotta che sposò nel 1857. Nello stesso anno Francesco Giuseppe, intenzionato a adottare in Italia una politica più liberale ed a sostituire il novantenne Radetzsky, nominò il fratello viceré del Lombardo-Veneto. Durante questa carica, Massimiliano cercò invano di conquistarsi la simpatia dei sudditi con promesse di maggior autonomia, ma con lo scoppio della guerra del 1859 (Francia e Piemonte contro l’Austria), Massimiliano fu inviato a Venezia al comando della flotta. Alla fine della guerra si recò prima a Madera e poi in Brasile per studi naturalistici, la sua passione; al rientro si occupò della costruzione del castello di Miramare, presso Trieste, un esotico edificio, mai completato, che divenne la residenza ufficiale della coppia fino alla loro partenza per il Messico. Dal 1861 il loro rapporto matrimoniale entrò in crisi, Carlotta, insistette perché Massimiliano accettasse il trono messicano, auspicando per il marito potere e gloria; Massimiliano invece era più interessato ai viaggi di studio. In Messico il rapporto naufragò, Massimiliano tradì la moglie con altre donne, contraendo anche la sifilide; alcune cronache riportano infatti che nel 1917, a Parigi, fu fucilato un messicano, biondo e di carnagione chiara, di nome Sedano, con l’accusa di essere una spia tedesca. Sedano, da un’indagine sarebbe risultato essere il figlio che Massimiliano avrebbe avuto da una giardiniera del palazzo imperiale di Città del Messico, con la quale l’Imperatore aveva intrattenuto una lunga relazione.

Carlotta inoltre non poteva avere figli, quindi per dare un erede all’Impero, nel 1865, Massimiliano decise di adottare Augustín Iturbide, il nipote di un ex Imperatore messicano, in seguito ad un accordo con la madre del piccolo, la statunitense Alice Green. Questa però, al momento di consegnare il figlio, si rifiutò inutilmente di cederlo e fu espulsa. Massimiliano riconsegnò il piccolo alla madre naturale solo nel febbraio del 1867, quando l’Impero messicano, in dissoluzione, non avrebbe più avuto bisogno di principi.

Carlotta soffrì molto il difficile rapporto instauratosi con il marito tanto che, negli ultimi mesi della sua permanenza in Messico, iniziarono a manifestarsi in lei segni di squilibrio che si sarebbero scatenati in pazzia al suo rientro in Europa. Nel soggiorno a Roma, nell’autunno del 1867, si sentiva minacciata, vedeva ovunque nemici che volevano avvelenarla. Si recò in udienza dal Papa senza essere stata invitata e si rifiutò di abbandonare la sede papale per paura di essere assassinata. Il Papa mosso a compassione fece dormire Carlotta in un convento di suore, per la prima volta una donna dormiva in Vaticano. Fatta rientrare immediatamente in Belgio, dopo aver vissuto isolata per sessant’anni in un castello di campagna, morì pazza nel 1927 ad 86 anni.

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Gli eroi di Camerone

Gli eroi di Camerone

Il 29 aprile 1863, il comando francese in Messico ordinò alla 3^ Compagnia del I° Battaglione della Legione Straniera di scortare da Veracruz a Puebla una carovana, costituita da 60 carri e 150 muli, che trasportava rifornimenti e 3 milioni di franchi d’oro. La Compagnia, normalmente composta da 112 legionari e 3 ufficiali, decimata dalla febbre gialla poté impiegare solo 62 uomini, in prevalenza polacchi, italiani, tedeschi e spa-gnoli, senza nessun ufficiale. Il capitano Danjou, eroe di Crimea, dove aveva perso la mano destra, sostituita da una protesi di legno sempre coperta da un guanto bianco, si offrì volontario per il comando della missione, rifiutando i rinforzi.

Il 30 aprile, al fine di perlustrare il percorso della marcia, la Compagnia si mise in movimento precedendo la carovana. Alle ore 7, con gli uomini schierati in doppia fila lungo i lati della strada, la colonna attraversò le rovine del piccolo villaggio abbandonato di Camerone. Appena fuori il villaggio, sulle alture circostanti, Dan-jou vide apparire numerosi soldati messicani a cavallo, questi erano stati informati della missione francese dall’efficiente rete spionistica allestita dal governo di Juarez. Il capitano decise di far ripiegare i propri uomini presso le rovine di Camerone, schierando la Compagnia in un rettangolo presso della vegetazione, in modo da impedire alla cavalleria nemica di caricare. Strategia questa usata dalla Legione in Africa contro le tribù locali, ma mai adottata contro un così numeroso avversario; i messicani infatti erano 2.000 (800 cavalieri e 1.200 fanti). Nel ripiegamento i francesi persero 16 uomini. I legionari inoltre conquistarono una buona posizione difensiva tra le rovine, riuscendo a respingere i successivi attacchi della cavalleria. Dopo un ora i legionari erano senza acqua e con poche munizioni a disposizione, infatti i muli con l’equipaggiamento erano caduti in mano ai messicani, mentre la carovana con l’oro, che per sicurezza durante la marcia era rimasta più indietro, nel momento in cui udì gli spari messicani, ripiegò in fretta verso la base, salvando il prezioso carico. Lo scontro si protrasse fino al pomeriggio, i messicani mossero continui assalti postazione francese senza mai sfondarla. Alle ore 11 Danjou era stato colpito mortalmente da un cecchino, mentre alle 14 moriva il suo vice-comandnate, il tenente Villain. Il comando passò al sottotenente Maudet che alle ore 17 era rimasto solo con 12 legionari. I messicani cercarono di stanare i francesi dando fuoco alla zona, ma i legionari riuscirono a spegnere il fuoco. Un ora dopo resistevano Maudet, il caporale francese Maine ed i soldati semplici Wenzel, tedesco, Katan, polacco, Constatin, austriaco e Leonhart, svizzero, ognuno con una sola cartuccia a disposizione.. Rimaneva quindi una sola possibilità, la carica suicida. Maudet ordinò il fuoco al suo ordine e poi di seguirlo nella breccia per la carica finale. Maine, Katan, assieme ad un ferito, gli unici superstiti, furono fatti prigionieri.

All’alba del giorno successivo un reparto di soccorso francese entrò in Camerone ormai troppo tardi; furono seppelliti i morti, ma mancò all’appello il corpo del capitano Danjou, di cui fu rinvenuta solo la protesi di le-gno, che raccolta fu inviata al quartier generale della Legione a Sidi-bel-Ablès, in Algeria, divenendo la reli-quia più sacra del Corpo. Dal 1962, dopo il trasferimento della Legione dall’Algeria alla Francia, la mano di Danjou è conservata nel museo del Comando della Legione Sraniera ad Aubagne, presso Marsiglia; ogni anno il 30 aprile la Francia commemora solennemente gli eroi di Camerone.

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Bibliografia Orientativa:

J. Ridley, Massimiliano e il sogno del Messico, Rizzoli, Milano, 1993.

C. Bruni, Massimiliano: Sangue e orrori di una rivoluzione messicana, De Vecchi, Milano, 1966.

R. O’Condor, Il trono di cactus: la tragedia di Massimiliano e Carlotta, Club degli Editori, Milano, 1973.

L.R. Loseri (a cura di), Massimiliano: rilettura di un’esistenza-Atti del Convegno, Trieste 4-6 marzo 1987, E-dizioni della Laguna, Monfalcone, 1992.

J. Haslip, Massimiliano e Carlotta, Longanesi, Milano, 1982.

(Nella foto il Castello di Miramare, presso Trieste)

Chiarezza anche sulla morte di Pablo Neruda

(fonte: La Stampa), a cura di Roberto Di Ferdinando

Il giudice cileno Mario Carroza, lo stesso che alcune settimana fa ha fatto riesumare la salma dell’ex presidente Allende per fare chiarezza sulla sua morte (suicidio od omicidio? – vedi il post del 30 maggio 2011), ha acquisito le cartelle cliniche ed i documenti sanitari del poeta cileno Pablo Neruda, premio Nobel per la letteratura nel 1971 e morto di tumore nel 1973. Carozza anche in questo caso vuole indagare se Neruda morì per cause naturali o il regime di Pinochet fu responsabile della sua morte. Neruda infatti era amico intimo di Salvator Allende e suo ambasciatore a Parigi, e fu proprio Allende a convincere Neftali Ricardo Reyes (il vero nome di Neruda) a rientrare in patria per curarsi il tumore alla prostata. Successivamente al suo rientro si verificò il golpe di Pinochet, era l’11 settembre 1973. Neruda in quelle ore fu condotto per motivi di sicurezza in clinica, qui la versione fino ad ora conosciuta ci racconta che Neruda morì il 23 settembre a causa della gravità della sua malattia. Ma due testimoni diretti hanno raccontato che le cose andarono diversamente. Manuel Araya, ex autista ed assistente di Neruda, ha riferito che il poeta quando giunse in clinica era in buone condizioni, ed il 22 settembre gli disse che poco prima era entrato un medico che gli aveva fatto un’iniezione allo stomaco. Il giorno dopo Neruda morì. Avvelenato? A confermare la versione di Araya, anche Gonzalo Martinez, ex ambasciatore messicano nel Cile di Allende, che fu molto presente negli ultimi giorni di vita del poeta. Infatti il Messico stava programmando da giorni la fuga di Neruda, il presidente messicano, Echevarria, attivò il suo diplomatico perché portasse in salvo a Città del Messico il poeta e sua moglie. Ma la loro partenza fu ritardata di due giorni ed il poeta nel frattempo morì. Secondo Araya, Pinochet, preoccupato che Neruda, rifugiandosi all’estero, potesse diventare il leader dell’opposizione al suo regime, lo fece uccidere con un’iniezione letale. Adesso anche la salma di Neruda sarà riesumata per le indagini del caso. Oggi in Cile si cerca di fare luce su 727 morte sospette del primo periodo della dittatura dei militari, anche sulla fine dell’ex presidente democristiano, Eduardo Frey, deceduto nella stessa clinica di Neruda, nel 1980).
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I gemelli di Candido Godoi

(fonte: Sette-Corriere della Sera), a cura di Roberto Di Ferdinando

Candido Godoi è una cittadina brasiliana del Rio Grande do Soul, lontano dagli itinerari del tradizionale turismo che ha due particolarità: l’80% della popolazione è di origine tedesca, l’altra, più sorprendente, l’alta percentuale di parti gemellari. Infatti nel mondo si verifica un parto gemellare ogni cento, a Candido Godoi, dagli anni Sessanta, invece, la percentuale di nascita di gemelli è uno ogni 5 parti, quindi altissima. Non solo, i gemelli nati sono in stragrande maggioranza, biondi e con gli occhi azzurri. Ad oggi non vi è una spiegazione scientifica di questo fenomeno, ma nel frattempo le autorità locali stanno sfruttando il fatto per promuovere la città, qui infatti ogni anno in febbraio si celebra la festa internazionale dei gemelli e si vendono ai turisti le bottigliette dell’Agua de Fertilidade di una fonte del luogo. Ma qualcosa si sta muovendo alla ricerca della verità. Il dottor Da Silva e lo storico giornalista argentino, Jorge Camarasa, hanno avanzato un’ipotesi. Negli anni in cui il fenomeno dei parti gemellari si è manifestato nella città brasiliana, era qui presente Joseph Mengele, il medico di Auschwitz, che aveva trovato rifugio in America Latina dopo la liberazione della Germania e la caduta del Reich. Infatti, Mengele ad Auschwitz aveva effettuato esperimenti genetici, con esiti sempre mortali, su 226 coppie di gemelli tra i due e gli otto anni. Lo scopo di questi esperimenti era quello di trovare il segreto per permettere alle donne tedesche di partorire gemelli per fornire così più soldati alla Germania e creare a tavolino la razza perfetta. Non vi è comunque, oggi, nessuna conferma del legame tra Mengele e l’alta percentuale di parti gemellari a Candido Godoi, ma solo terribili supposizioni.
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Allende, suicidio od omicidio?

(fonte: Corriere della Sera), a cura di Roberto Di Ferdinando

La settimana scorsa a Santiago del Cile è stata riesumata la salma dell’ex presidente cileno Salvador Allende, morto l’11 settembre 1973, il giorno del golpe militare. La riesumazione è stata decisa dal giudice cileno Mario Carroza che sta portando avanti le indagini sulle violenze e le violazioni dei diritti umani commessi dal regime Pinochet. Il giudice vuole fare chiarezza sulle ultime ore di Allende. Secondo la versione ufficiale, basata anche sulla testimonianza diretta del dottor Patricio Guijon, l’ultima persona a vedere in vita il presidente, Allende si suicidò pur di non cadere nelle mani dei militari. Dopo l’inizio del golpe, infatti, Allende si ritirò nel palazzo presidenziale della Moneda e chiese a tutti di abbandonare l’edificio. Guijon entrò per caso nella sala del presidente mentre Allende, con il mitra stretto tra le ginocchia, si sparò il colpo in viso. Guijon fu arrestato dal regime militare e rilasciato solo un anno più tardi. Ma molti non hanno mai creduto al suo racconto, c’è, infatti, chi sostiene che furono i militari golpisti ad assassinare Allende, od altri ancora raccontano che l’ex presidente avrebbe sì cercato di uccidersi, ma non riuscendoci avrebbe chiesto ad un suo collaboratore di sparare il colpo mortale. L’indagine adesso cercherà di fare chiarezza.
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Cuba: la dittatura dei novantenni

(fonte: Corriere della Sera) a cura di Roberto Di Ferdinando

Nel recente 6° Congresso del Partito Comunista Cubano (PCC), il primo dopo 14 anni, i dirigenti del partito hanno stabilito nuove regole per le cariche elettive statali e del partito stesso, difatti non potranno durare per più di dieci anni. A capo del PCC oggi vi è Raul Castro, fratello di Fidel, che lo sostituisce da tre anni, quando il Leader Maximo si dimise per problemi di salute. Raul ha 80 anni e quindi potrà stare in sella al partito e guidare il paese, dietro le indicazioni del fratello Fidel (84 anni), per ancora dieci anni, cioè quando sarà novantenne; se invece la regola sarà retroattiva, e quindi saranno scalati i tre anni già trascorsi, Raul rimarrà in carica fino a 2018, cioè fino ad 87 anni. Se Raul dovesse dimettersi nei prossimi anni, lo sostituirebbero, salvo indicazioni diverse di Fidel, José Ramòn Machado, 80 anni, Primo vicepresidente del partito e, terzo nella linea di successione, Ramiro Valdés, 79 anni, Secondo Vicepresidente, che rimarrebbero al potere per ulteriori 10 anni, oltrepassando i novant’anni di età. Una dittatura della quarta età. La sensazione, non molto celata è che i protagonisti della rivoluzione cubana non vogliano lasciare la guida (il potere) del paese che hanno creato. Difatti, non esiste una nuova generazione di leader pronta a sostituire i vecchi barbudos, o meglio, non è mai stato consentito che alcuni giovani politici potessero uscire allo scoperto; nel 2009, Carlos Lage e Felipe Pérez Roque, designati quali delfini di Fidel, furono esautorati ed i “vecchi” ripresero la guida del partito e del paese.
Il proseguimento dei lavori del Congresso si è svolto a porte chiuse, i risultati trascurabili: il socialismo a partito unico rimane inamovibile, le aperture all’iniziativa privata minime e poi si è parlato di molta economia, teorica ovviamente.
RDF

Su la testa, Argentina! – Desaparecidos e recupero della memoria storica – 2^ Edizione


Esaurita la prima tiratura, l’autore ha preparato questa nuova edizione aggiornata al 31 dicembre 2010: dai desaparecidos al ritorno alla democrazia, dalla condanna dell’impunità al
recupero della memoria storica ai grandi processi contro i torturatori

Il Libro
Il libro affronta molti argomenti: analizza i meccanismi repressivi della dittatura più feroce della storia argentina, quella degli anni 1976-1983 (campi di concentramento clandestini, torture, desaparecidos); traccia un profilo storico dell’atteggiamento tenuto da società civile e istituzioni nei confronti dei desaparecidos, dal ritorno della democrazia nel 1983 fino ai giorni nostri; documenta la situazione in corso in Argentina per quanto riguarda la tutela dei diritti umani, la lotta contro l’impunità e il recupero della memoria storica.
Esplora, inoltre, un fenomeno del tutto dimenticato della storia italiana: la tragedia di migliaia di nostri connazionali desaparecidos in Argentina negli anni della dittatura militare, tra il silenzio indifferente di società e Stato italiani e i collegamenti con la Loggia P2. Focalizza l’attenzione su questo dramma italiano, anche tramite le testimonianze dirette dei familiari e di alcuni sopravvissuti e analizzando i tre processi svolti dalla magistratura
italiana tra il 1997 e il 2010

L’AUTORE
ORLANDO BARONCELLI, laureato in Giurisprudenza, è redattore di «Testimonianze», per cui scrive di politica estera e diritti umani, e collaboratore di «Diario»: per entrambe le riviste ha seguito soprattutto le storie dei desaparecidos italoargentini e la lunga lotta dei familiares per scoprire la verità e ottenere giustizia. Su questi argomenti è stato relatore in numerose conferenze e convegni. Docente di diritti umani e diritti dei popoli nel progetto Scuola-Territorio della Provincia di Firenze rivolto alle medie superiori, nel 2004 è stato curatore del libro Percorsi per minori stranieri. Problemi e prospettive edito dal Comune di Firenze. Dal 1996 è il responsabile dell’Argentina per il “Centro Studi e Iniziative America Latina” di Firenze.

E’ RECINTO INTERNAZIONALE che ringrazia Orlando Baroncelli per averci inserito nei ringraziamenti del suo libro. Grazie Orlando!!!!!

Il mistero dell’isola che non c’era

Nel Golfo del Messico sembra scomparsa un piccolissima isola, ma dall’importanza strategica enorme
(fonte. Corriere della Sera), a cura di Roberto Di Ferdinando

Il miracolo cileno

Le operazioni di recupero ed il salvataggio dei 33 minatori hanno confermato l’efficienza e lo sviluppo del Cile, ormai da alcuni anni un modello per il Sudamerica.
(fonte: Corriere della Sera), a cura di Roberto Di Ferdinando