Recinto come barriera fisica, naturale, come le montagne, i fiumi o gli steccati. Ma anche come barriera convenzionale, come una frontiera. Frontiere che sono lentamente sparite, superate dalla politica e dagli scambi economici. Da tante frontiere, ad un'unica frontiera, da tanti recinti ad un unico recinto, internazionale, che avvolge la nostra contemporaneità

Category: Asia

Indonesia: Pancasila

Testo di Roberto Di Ferdinando

arti-lambangriI recenti attentati terroristici in Indonesia hanno fatto commentare agli analisti internazionali, che questi rappresentano un attacco ai principi fondanti del paese asiatico (con i suo oltre 200 milioni di abitanti è il paese musulmano più popoloso al mondo). Principi che prevedono la convivenza anche tra confessioni diverse, una convivenza impossibile da accettare per gli integralisti. Si tratta della Pancasila (dal sanscrito: panca= 5 sensi e sila= principi), i 5 principi introdotti nel dopoguerra da padre della patria Sukarno, riadattati poi dal suo successore, Suharto, e fatti propri, oggi, dal Partai Demokrat, il partito attualmente al governo.
Ecco i prinicipi principi ritenuti inseparabili e interdipendenti su cui si fonda il governo indonesiano:
1) Fede nell’unico e solo Dio (in indonesiano: Ketuhanan Yang Maha Esa).    Credere in Dio, per cui tutte le religioni sono trattate allo stesso modo e hanno la libertà religiosa.
2) Giustizia e civiltà umana (in indonesiano: Kemanusiaan Yang Adil dan Beradab).
3) Unità dell’Indonesia (in indonesiano: Persatuan Indonesia).
4) Democrazia guidata dalla saggezza interiore dell’unanimità derivata dalle delibere dei rappresentanti (in indonesiano: Kerakyatan Yang Dipimpin oleh Hikmat Kebijaksanaan, Dalam Permusyawaratan Perwakilan).
5) La giustizia sociale per tutto il popolo indonesiano (in indonesiano: Keadilan Sosial bagi seluruh Rakyat Indonesia).
Questi principi sono rappresentati nello stemma dell’Indonesia (dal 1950 ufficiale), il Garuda Pancasila (l’aquilla giavanese) che nello scudo li rappresenta simbolicamente.
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Jing-Jin-Ji, la futura capitale della Cina di 110 milioni di abitanti

Beijing's Daily Life(Testo di Roberto Di Ferdinando, fonte: la Repubblica)

E’ il prossimo progetto ambizioso della Cina: costruire entro il 2025 una nuova città, “JJJ” ( Jing-Jin-Ji) la nuova capitale, di 110 milioni di abitanti ed estesa 100 mila chilometri quadrati. Il cuore del progetto prevede la fusione ed il collegamento di alcune città e villaggi già esistenti: Pechino, il porto di Tianjin, le pianure dello Yangtze, le montagne che confinano con la Mongolia e la regione dell’Hebei. La super megalopoli sarà dotata di decine di linee ferroviarie ad alta velocità, di autostrade, canali fluviali, ponti, metropolitane, aeroporti, tunnel che garantiranno spostamenti rapidi tra i vari quartieri-città della nuova capitale. Una rete di collegamenti veloce inevitabile, basti pensare che oggi per un pendolare (il 60% degli abitanti di Pechino – 8,1 milioni di persone, abita oltre il quinti anello delle circonvallazioni, quindi in piena periferia) raggiungo il luogo di lavoro dopo tre o cinque ore di viaggio (gli anziani si alzano molto prima dell’alba per fare la fila alle fermate dei bus per i loro figli e nipoti che lavorano in città garantendo loro qualche ora di sonno in più) percorrendo 50 chilometri in metropolitana. Stesse ore si impiegano per il viaggio di ritorno.
Secondo le stime dei progettisti di JJJ, la nuova rete di trasporti (treni e metro capaci di raggiungere la velocità di 300 chilometri orari) e vie di comunicazione garantirà ai pendolari un viaggio per recarsi a lavoro di non più di 50 minuti, percorrendo al massimo 100 chilometri. Infatti, la città sarà pianificata per distretti lavorativi: Pechino sarà il centro culturale e del terziario hi-tech, Tianjin della ricerca, distribuzione ed energia, Hebei della manifattura delle piccole e medie imprese, Tongzhou centro del potere politico, amministrativo e militare.
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9 agosto 1945 – La bomba atomica su Nagasaki

200708150001La temperatura nel punto di esplosione raggiunse i sessanta milioni di gradi centigradi, dieci volte più calda della superficie del sole. [...] .

La prima bomba atomica, chiamata Little Boy, ragazzino, a base di uranio, era piccola “appena” 16 chilotoni di potenza, l’equivalente di 16 mila tonnellate di tritolo. Già l’ordigno che distrusse Nagasaki, al plutonio sprigionava l’energia di 25 chilotoni” (Fonte: Corriere della Sera)

Il 9 agosto 1945, alle 11.02, sulla città portuale di Nagasaki viene sganciata la seconda bomba atomica, nome in codice Fat Man per la sua forma ovoidale. [...] L’ordigno esplose a 500 metri dal suolo nella zona industriale Urakami, sede di fabbriche di munizioni, scuole, edifici pubblici e abitazioni civili. Polverizzò tutto ciò che esisteva nel raggio di 1 km, ma l’onda d’urto produsse crolli e incendi fino a 15 km dall’epicentro. Morirono all’istante 40 mila persone su 240 mila abitanti, ma il numero totale delle vittime viene comunque stimato intorno alle 80 mila persone, incluse quelle esposte alle radiazioni nei mesi seguenti. [...]” (Fonte: Rainews)

6 agosto 1945, la bomba su Hiroshima

ansa86511720608131216_bigAlle ore 1,45 del 6 agosto 1945, il Boeing B-29 (Enola Gay), con a bordo l’ordigno atomico (Little Boy) decolla da Tinian (Isole Marianne).
Ore 8,15 su ordine del comandante Tibbets, il bombardiere Thomas Ferebee sgancia la bomba atomica su Hiroshima. Alle ore 8,16 la bomba esplode a un’altezza di 576 metri dall’obiettivo. Si alzerà un fungo atomico alto 18 chilometri, raffiche di vento a 1600 chilometri orari. La bomba (con 63 chili di Uranio 263) inghiottì ogni cosa entro il primo chilometro di diametro e provocò gravi distruzioni per altri 1,4 chilometri. La temperatura al suolo fuse ogni cosa con i suoi 3870 gradi.
Si calcolano 150.000 mila vittime tra il 6 agosto e dicembre 1945. Quasi la metà delle vittime morì immediatamente.
Francesco Merlo è andato a visitare la Città della Pace alla vigilia della commemorazione dei 70 anni dallo scoppio su Hiroshima della prima bomba atomica. Riporto di seguito alcuni passaggi dell’articolo apparso su La Repubblica del 26 luglio 2015.

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Nell’ospedale dei sopravvissuti alla bomba, nel ricovero degli hibakusha, ne vedo trecento in una volta: la più vecchia ha 103 anni, il più giovane 79. Sono quasi tutte donne, con le facce bellissime e i corpi segnati. Mai tra loro parlano della bomba che li unisce. […] E però proprio qui, in questa bella Hiroshima che non somiglia a Hiroshima, il 6 agosto prossimo il Giappone tornerà a somigliare al Giappone. Dopo settant’anni, infatti, il primo ministro Shinzo Abe verrà a celebrare la pace preparando la guerra. Verrà a dire, nella Città della Pace, che il Giappone non né più “pacifista passivo”, ma è “pacifista attivo”. Che l’esercito non sarà più offensivo e guai a chi ci prova, a partire dalla Cina e dalla Corea del Nord. Abe verrà a commemorare le vittime della bomba e per la settantesima volta chiederà scusa al mondo per i crimini di guerra, ma per la prima volta avrà accanto i generali di un esercito con il diritto di combattere, se ce ne fosse bisogno, anche fuori dai confini nazionali. […].
Akiko, un altro sopravvissuto, che ha visto <<centinaia di uomini gettarsi nel fiume e morire bruciati perché l’acqua li accendeva invece di spegnerli>> un giorno si è seduto a prendere il caffè in un angolo del Boulevard della Pace:<<Questa è la strada dove siamo scappati, lì sono inciampato in un cadavere. E ora guardo la gente camminare contenta, i giovani chiaccherano e i vecchi avanzano sicuri, i bambini scappano dalle mani dei genitori, e poi le vetrine, i grattacieli che sembrano le nuove divnità dell’aria: dove sono finito? Davvero è successo qui? O sono diventato un ombra anch’io, l’ombra di me stesso che la bomba ha distrutto?>>.
Le ombre-ombre vere – sono esposte al Museo della Pace. <<Il calore fu tale che sparirono i corpi e rimasero le ombre: questa è l’ombra di una mano su un vetro, questi sono il bacino e le gambe di un uomo che stava seduto>>. Me le mostra Mari Shimura, la bella signora giovane ed esperta che da più di venti anni raccoglie gli oggetti delle vittime, scrive la loro storia e li espone: uno zaino bianco macchiato dalla pioggia nera, unghie che ancora trattengono la terra alla quale si aggrappano, una camicetta sbrindellata, i ciuffi di capelli che “il mostro” staccava dalle teste, i famosi origami della piccola Sadako, un thermos, il triciclo di un bimbo di tre anni che il padre aveva sepolto insieme al corpicino, un cancello divelto, l’infradito di Miako e l’orologio di Kengo fermo alle 8,35. […]
E cos’è quel bottone esposto come una reliquia? Leggo la storia di Kotaro che d’istinto si gettò tra le braccia del braccia del padre che bruciava. Un attimo prima di bruciare con lui, Kotaro perse un bottone che molti mesi dopo la madre riconobbe. […]
Ci sono tutte le sapienze del nonsense in quel migliaio di aghi di cucito fusi in un solo indecifrabile ammasso e in quella bottiglia di vetro deformata e annodata dal calore. […] Forse, per capire Hiroshima, non c’è nulla di meglio del cestino per il pranzo del piccolo Toshio con dentro il riso carbonato. […]
Hibakusha è una delle tante parole che nacquero qui a Hiroshima, una parola per non dire “superstiti”, “sopravvissuti”, “scampati”. Hibakusha sono coloro – è il significato letterale – “che non morirono, ma furono esposti alle conseguenze della bomba, non necessariamente fisiche”. Sono <<coloro che non si suicidarono nonostante avessero tutte le ragioni per farlo>>. […] Shozo che spesso è immobilizzato a letto e aveva tredici anni quando perse tutta la famiglia. Della madre che non fu mai trovata, non ha mai detto <<è morta>> ma sempre <<si è perduta>>. Vide invece il padre ritornare a casa con la pelle che gli cadeva a pezzi anche dal viso: si gettò a terra dicendo che aveva freddo e sete e morì sei ore dopo. Shozo, singhiozzando, gli strofinava cetrioli sulla testa infuocata. […] << Con il cetriolo i medici “curarono” le prime vittime>> mi spiega il famoso professore Kamada, lo scienziato che dirige gli ospedali degli hibakusha: << Usarono anche un’erbetta che somiglia al tè. Non capivano le ferite, non sapevano dell’atomo. Prima della bomba c’erano 292 dottori su 350 mila abitanti. Ma il 90% dei medici morì. Gli altri fecero quello che potevano, cioè niente. Con i corpi dolenti loro malati si sdraiavano per terra mormorando “sto male, ma l’ho scampata bella”. E tutti si congratulavano con loro perché erano sopravvissuti. Poi il corpo si riempiva di macchie e di pustole, i capelli cadevano…E morivano>>.
[…] Il professore racconta di aver capito che l’atomo modificava i cromosomi già nel 1960 <<ma non potevo dirlo, e non solo perché allora la censura americana controllava tutto, ma perché non volevo terrorizzare nessuno>>. La leucemia, i rischi per la seconda generazione? <<All’inizio aumentò la natalità perché, nelle catastrofi, riprodursi è un “bene rifugio”, ma poi guardi il diagramma, la natalità diminuì sempre di più>>. Perché? <<Perché la gente aveva capito quel che i medici non capivano e cioè che le conseguenze della bomba arrivavano ai figli>>. Come l’avevano capito? <<Alcuni bambini nacquero malato o deformi, con i cheloidi sulla pelle, privi di arti…>>. […].
Nessuno è sopravvissuto a un raggio di un chilometro dall’esplosione. […]
La ricostruzione cominciò nel 1949: […] gli ospedali modello, l’aeroporto internazionale e la stazione tutta bianca, l’università, le industrie, i bouvelard ordinatissimi, i parchi, i negozi, un incredibile numero di bar, le vie calde di saké, di shochu e di vizio, le periferie dure della mafia, e la famosa squadra di baseball dei Red Carp (le carpe rosse)…. […] << Si cominciò con il portare la terra dalla montagna. Invece di scavare ed eliminare detriti, rovine e cadaveri si alzò il livello della terra di un metro. Per questo i cittadini di Hiroshima passando da qui rivolgono un pensiero d’amore o una preghiera al cimitero che calpestano>>. E dove vivevano i senza casa? <<Costruivano baracche dappertutto e spesso la polizia era costretta a farli sgomberare. […] le case popolari solo negli anni’70 rimpiazzarono tutti gli altri slums […] . Furono ridisegnati i boulevard e portati a 30 metri di larghezza con l’eccezione del Boulevard della Pace che è stato fatto di ben cento metri>>. […] Solo la Cupola resistette? <<Parzialmente i palazzi di ferro e cemento che il Giappone aveva cominciato a costruire dopo il terremoto di Tokyo del 1922>>. […] .

Ma le Nazioni Unite chi erano?

download“[…] Ma le Nazioni Unite chi erano?
Mi facevo la barba, ascoltando la radio portatile che ho sempre con me, e a sentir quella pareva che il mondo fosse ormai in mano a questo nuovo, onnipresente, saggio e giusto governo: le Nazioni Unite. Le Nazioni Unite erano in Cambogia, le Nazioni Unite avevano qualcosa da dire sull’Irak, avevano da intervenire nella ex Iugoslavia e in Africa. Le prime notizie di tutti i bollettini riguardavano loro.
Poi uscivo fuori, per le strade di Phnom Penh, e le Nazioni Unite erano soldati indonesiani (quelli responsabili del massacro di Dili nell’isola di Timor), soldati thailandesi (quelli che avevano sparato sulla folla disarmata nel centro di Bangkok); le Nazioni Unite erano anche i poliziotti di alcuni dittature africane. Tutti venuti, con un berretto azzurro in testa, a portare la democrazia e il rispetto dei diritti umani.
Una cosa le Nazioni Unite l’avevano fatta. Con la loro presenza avevano ridato fiducia agli uomini d’affari. A Phnom Penh i prezzi delle case erano alti come quelli di New York, dovunque si aprivano nuovi alberghi, ristoranti, danging e bordelli. Il processo di pace aveva reintrodotto quella logica dell’economia di mercato che non conosce principi tranne quello del profitto.
Nel giro di pochi mesi la Cambogia era diventata la meta di speculatori, perlopiù cinesi venuti da Bangkok, da Kuala Lumpur e Singapore, che, grazie all’immensa corruzione dell’apparato amministrativo locale, mettevano le mani sulle risorse del paese e nei più loschi traffici, da quello delle medicine scadute al contrabbando di auto e pietre preziose. Un uomo d’affari – americano, quello – cercava di seppellire in Cambogia le scorie nucleari che nessun altro paese voleva. […] Se la comunità internazionale avesse voluto fare qualcosa per i cambogiani, doveva metterli sotto una campana di vetro per una generazione, proteggerli dai lori vicini-nemici, thailandesi e vietnamiti, dai rapaci uomini d’affari venuti come cavallette a sfruttare l’occasione di far due soldi. Doveva anzitutto aiutarli a vivere in pace, a riscoprire se stessi…. E poi, forse, poteva anche chiedere loro se volevano avere una monarchia o una repubblica, se preferivano il partito della Mucca o del Serpente.
Invece di mandare esperti di diritto costituzionale, di economia o di comunicazione, le Nazioni Unite avrebbero dovuto mandare un gruppo di psicanalisti e di psicologi a occuparsi dello spaventoso trauma che questo popolo aveva subito. […]”
(Tiziano Terzani – Un indovino mi disse – 1995)

Carter ebbe la possibilità di distruggere l’Iran

“[...] avrei potuto distruggere l’Iran, ma non lo feci per salvaguardare la pace. Se lo avessi fatto sarei stato rieletto” Jimmy Carter in un’intervista alla TV nell’ottobre 2014 (fonte: Corriere della Sera)

con una pioggia di missili dal cielo e dal mare gli Stati Uniti erano in grado di abbattere le difese iraniane, in preda al caos dopo la rivoluzione e la caduta dello scià nel gennaio 1979. E la maggioranza del pubblico americano era pronta alla guerra: a New York e a Washington lo slogan dei dimostrati era: <<Nuke the Ayatollah!>>, lanciamo bombe atomiche  sull’Ayatollah!” (fonte: Corriere della Sera del 15 luglio 2015)

La “Comunità Internazionale”

“[...] Ebbi l’impressione  che la <<comunità internazionale>> – questa strana, indefinibile accozzaglia di gente di tutti i colori, di tutte le misure, di tutte le lingue, che in comune aveva solo l’interesse di guadagnare, come rimborso spese di un giorno, quello che un cambogiano medio guadagnava in un anno, 150 dollari USA – volesse restare in Cambogia al resto di qualsiasi compromesso.

Il destino dei cambogiani non era la grande priorità del momento. Per le nazioni Unite era prioritario portare a buon fine l’intervento in Cambogia, così da poter ripetere l’operazione altrove. [...]”

(Tiziano Terzani – Un indovino mi disse)

L’orrore in Cambogia

khmer01g“[…] Quello che era successo in Cambogia dal 1975 al 1979, sotto il regime dei Khmer Rossi, sfidava ogni fantasia dell’orrore; era più spaventoso di qualsiasi cosa un uomo potesse immaginarsi. L’intera società era stata rovesciata, le città abbandonate, le pagode distrutte, la religione abolita e la gente regolarmente massacrata in una continua orgia purificatrice. Un milione e mezzo, forse due milioni, di cambogiani – un terzo della popolazione – erano stati eliminati. Cercai quelli che avevo conosciuto e non trovai nessuno. Erano tutti finiti a <<fare da concime nei campi>>, perché anche i <<controrivoluzionari>>, dicevano i Khmer Rossi, dovevano, almeno come cadaveri, servire a qualcosa.
Viaggiai per un mese attraverso un paese martoriato a raccogliere testimonianze di quella follia. La gente era così atterrita, così inebetita dall’orrore che spesso non riusciva a raccontare o non voleva farlo. Nelle campagne mi venivano indicati <<i centri di raccolta per l’eliminazione dei nemici>> – di solito erano le vecchie scuole – dove restavano le tracce delle torture, i pozzi dove era più possibile bere perché riempiti di morti, le risaie dove a volte non si riusciva a camminare senza pestare le ossa di quelli che lì, a colpi di bastone, per risparmiare le pallottole, erano stati massacrati.
Dovunque si scoprivano nuove fosse comuni. C’erano superstiti che non riuscivano più a montare su una barca da quando avevano visto i loro familiari portati in mezzo a un lago e buttati in pasto ai coccodrilli. Altri non riuscivano più a salire su una palma perché i Khmer Rossi avevano usato gli alberi per mettere alla prova le loro vittime e decidere chi dovesse vivere e chi morire. Quelli che riuscivano ad arrivare fino in cima erano considerati contadini da utilizzare; gli latri, intellettuali da eliminare. […]”
(Tiziano Terzani – Un indovino mi disse)

L’India e la nuova politica del mare

(Testo di Roberto Di Ferdinando)

AndamanL’arcipelago delle Andamane si compone di 576 isole disposte lungo 500 chilometri nell’Oceano Indiano e distano 750 km dallo stretto di Malacca. E’ territorio indiano, dopo essere stata colonia penale britannica, le isole sono in gran parte disabitate (400.000 abitanti) e con scarse risorse naturali da sfruttare . Per decenni i governi indiani hanno trascurato questo paradiso naturalistico, che adesso, invece, è diventato un luogo strategico per le nuove ambizioni di potenza militare dell’India. Infatti, le isole sono un avamposto sullo stretto di Malacca dove transitano oltre mille navi merci alla settimana e 4/5 delle petroliere che forniscono l’oro nero alla Cina (il rivale nella regione più temuto da Nuova Delhi). Ecco che gli investimenti militari indiani sono aumentati del 30% nel settore della marina, le navi da guerra indiane che presiedono questo tratto di mare sono passate da 15 a 32, mentre sulla terra ferma dell’arcipelago sono state create basi per i droni, potenziati gli aeroporti e costruite caserme e strutture per alloggiare oltre seimila militari. Questo è il preludio di una trasformazione che ben presto queste isole dovranno subire mettendo a rischio il loro delicato equilibrio naturalistico.
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La Cina prende di mira il tempo (atmosferico)

(fonte: Corriere della Sera), testo di Roberto Di Ferdinando

pioggia - dell'orcoNon bastavano le scie chimiche, adesso i nostri cieli rischiano di essere presi di mira con cannoni e razzi carichi di ioduro d’argento. E’ la Cina ad aver scelto il nuovo obiettivo strategico: pianificare a tavolino le migliori condizioni atmosferiche per la propria economia. Sembra fantascienza, ma purtroppo è la realtà. Infatti, a Pechino esiste un “Centro di cambiamento del tempo dell’amministrazione meteorologica” che ha il compito di studiare e realizzare delle tecniche per intervenire sul tempo atmosferico. Il progetto per il momento ha ottenuto il finanziamento di 130 milioni di euro da parte del governo di Pechino da applicare nelle province del nord-est della Cina, e poi da espandere ad altre sei regioni, che garantisca piogge artificiali senza grandine. Il progetto ha avuto delle sperimentazioni positive nell’estate scorsa, quando nelle campagne del centro sud sono state disperse in cielo (“semina delle nuvole”) sostanze in grado di coagulare le molecole d’acqua in modo da creare gocce piovane. L’operazione è stata eseguita utilizzando 15.987 colpi di artiglieria e 727 razzi carichi di ioduro d’argento, in alcuni casi queste bombe “atmosferiche” sono state sganciate da veri e propri aerei bombardieri. Gli esperimenti della semina delle nuvole stanno andando avanti da oltre dieci anni, basti pensare che dal 2002 al 2011 in Cina sono state addensate artificialmente nuvole che hanno indotto 500 miliardi di tonnellate di pioggia ed i prossimi obiettivi da raggiungere per la Cina parlano di 60 miliardi di tonnellate di pioggia senza grandine, da bagnare 540 mila miliardi di metri quadrati. Poco note, invece, le conseguenze sulla salute delle persone, animali e terreno, dovute a questi bombardamenti, infatti lo ioduro d’argento è tossico, sebbene gli scienziati cinesi rivelino che un proiettile della pioggia contiene un solo grammo di ioduro ed un razzo tra gli 8 ed i 15 grammi.
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