Recinto come barriera fisica, naturale, come le montagne, i fiumi o gli steccati. Ma anche come barriera convenzionale, come una frontiera. Frontiere che sono lentamente sparite, superate dalla politica e dagli scambi economici. Da tante frontiere, ad un'unica frontiera, da tanti recinti ad un unico recinto, internazionale, che avvolge la nostra contemporaneità

Category: Economia Internazionale

Il Maghreb verso il libero scambio

Testo di Francesco Della Lunga

Una delle aree economiche che da sempre hanno interessato il nostro paese è quella dei paesi africani che si affacciano sul Mediterraneo. Senza tornare alle vicende storiche che hanno incrociato il destino di alcuni di questi paesi con il nostro nell’ultimo secolo (si pensi soprattutto alla Tunisia a cavallo fra Ottocento e Novecento e la Libia) l’area caratterizzata da Marocco, Algeria, Tunisia, Libia e Mauritania che è anche conosciuta come Maghreb, è da tempo caratterizzata da una forte spinta verso la crescita economica. Una spinta che viene dalla classe imprenditoriale ma non ancora del tutto colta dalle elites politiche. I governi di questi paesi, senza grandi eccezioni, riescono ad attrarre investimenti e capitali dall’estero, soprattutto dall’Unione Europea, senza però riuscire ad integrare i propri mercati ed a realizzare un vero e proprio mercato interno. Questa particolare situazione che rende i cinque paesi citati dipendenti in larga parte dagli investimenti stranieri, è stata evidenziata pochi giorni fa a Marrakech, in Marocco, dove oltre cinquecento imprenditori si sono ritrovati al terzo Forum delle Associazioni Industriali del Maghreb. I principali temi che sono stati affrontati e denunciati sono proprio quelli dell’integrazione economica interna che sarebbe anche resa possibile dalla creazione, ben venticinque anni fa, della Uma, ovvero l’Unione Politica fra Marocco, Algeria, Tunisia, Libia e Mauritania. Ma l’Unione Politica si è rivelata fino ad oggi un vero e proprio fallimento tenuto conto che le cinque economie sono fra le meno integrate del continente. Le frontiere, per rischi dovuti alle continue tensioni politiche e sociali ed ai contrasti che hanno caratterizzato storicamente le comunità di questi paesi, sono chiuse con dazi all’importazione scoraggianti. Il presidente degli industriali marocchini Miriem Bensalah Chaqroun, in occasione del vertice, ha affermato che l’interscambio interno fra l’area maghrebina non supera il 3% mentre tutte le altre grandi aree di scambio come quelle che vedono associate i paesi asiatici, il Mercosur, e soprattutto l’Unione Europea che rimane il modello di riferimento per questi paesi, hanno fatto segnare tassi del 24% (Asia), 15% (Mercosur) e 64% (UE). Per favorire l’interscambio fra le cinque economie le politiche da intraprendere sono molteplici e dovrebbero riguardare almeno la creazione di uno spazio economico integrato, la libertà di investimento che non discrimini operatori esteri rispetto agli autoctoni, l’armonizzazione di politiche commerciali e doganali,  l’eliminazione delle barriere alle importazioni, la cooperazione monetaria e finanziaria con l’istituzione della Banca Maghrebina degli investimenti la cui attesa operatività è comunque attesa per la fine del 2014. Altre riforme da attuare dovrebbero prevedere il riconoscimento dei titoli di studio per favorire la mobilità dei lavoratori, l’eliminazione delle doppie imposizioni, l’armonizzazione delle imposte sui redditi di impresa. Come si vede il lavoro da compiere, in termini di riforme, è assai ponderoso. Su questo ambizioso programma pesa fortemente l’instabilità politica. La Mauritania rimane un paese ancora alle prese con la questione della popolazione saharawi oltre che dal mancato controllo delle regioni più interne che oggi paiono controllate da militanti islamici vicini alla Jihad ed al fondamentalismo salafita. L’Algeria non è ancora del tutto stabilizzata, la Tunisia sta uscendo con enorme fatica dalla Primavera Islamica di due anni fa, la Libia è ancora nel pieno caos politico e sociale dopo la caduta di Gheddafi. Non c’è dubbio che la stabilizzazione dell’area potrebbe aprire nuove grandi opportunità per tutti i paesi dell’Unione, fra cui anche il nostro che mantiene comunque rapporti solidi con Marocco, Algeria, Tunisia e Libia.

Alcune notizie di questo testo sono tratte dal Sole 24 Ore del 19/02/2014

Il mondo è più felice (forse), l’Italia no

(fonte: Corriere della Sera) testo di Roberto Di Ferdinando

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Immagine tratta da: Il mondo è più felice (forse), l’Italia no

Le Nazioni Unite hanno pubblicato il “World Happiness Report” (http://unsdsn.org/files/2013/09/WorldHappinessReport2013_online.pdf), il rapporto sulla felicita percepita dai cittadini nei vari paesi del mondo. La classifica finale riporta molte conferme, alcune sorprese e giustificati dubbi. Infatti, i primi tre paesi in cui i cittadini si “sentono” più felici sono la Danimarca, la Norvegia e la Svizzera (seguono l’Olanda, la Svezia, il Canada, la Finlandia, l’Austria, l’Islanda e l’Australia). Chiudono questa graduatoria della felicità i paesi africani (ultimo è il Togo) tra cui si inserisce la Siria. E l’Italia? Siamo al 45° posto (preceduti dalla Slovenia e precedendo la Slovacchia) ed abbiamo perso 17 posti rispetto all’ultima graduatoria (2009); e la crisi finanziaria sembrerebbe essere la principale indiziata per questa rovinosa caduta.
La classifica è stilata sulla base di alcuni parametri oggettivi e su interviste effettuate a centinaia di migliaia di persone. I parametri sono il PIL e la durata media della vita, mentre tra il 2010 ed il 2012 sono state poste delle domande ad un campione di cittadini di ogni paese. E’ stato chiesto alle persone se avevano qualcuno su cui contare, quanto liberi erano di fare le loro scelte di vita, la loro percezione della corruzione e della diffusione della generosità. L’aver posto domande uguali a persone di culture diverse (oltre ad avvalersi così su parametri soggettivi) ha fatto avanzare seri dubbi sul rapporto e la classifica stilata. Infatti, non mancano alcune anomalie, per esempio Israele (11° posto), dove la minaccia del terrorismo e l’instabilità della regione sono sempre presenti, è tra i paesi dove si è più felici in assoluto, oppure, altro dato contradditorio, negli Emirati Arabi Uniti (14° posto) si è più felici che negli Stati Uniti (17°), eppure nel paese arabo la condizione della donna è confermato essere molto “triste”.
L’Italia è preceduta dalla Germania (24°), dalla Francia (25°) e dalla Spagna (38°). Per il nostro paese una particolare considerazione è venuta fuori rileggendo le risposte degli intervistati. Infatti, quello che si evince dalle interviste è che il paese ,al di là della reale crisi finanziaria ed economica, sembra non credere più che le individualità, le comunità ed il governo riescano, insieme, ad individuare e realizzare le scelte per fronteggiare la crisi. Gli italiano sembrano aver perso anche la speranza.
RDF

2050 la fine dell’umanità. Il mondo ai robot.

A cura di Francesco Della Lunga

Nel 2050 la crescita della popolazione mondiale, arrivata al culmine, inizierà inevitabilmente a decrescere. Da quel momento il mondo dovrà vivere con una popolazione sempre più vecchia, con minori nascite, in un luogo in cui i robot la faranno da padrona. Pare un film di fantascienza, ma questa prospettiva sta coinvolgendo diversi demografi e studiosi ed è stata recentemente spiegata in un articolo apparso sul Sole 24 Ore dello scorso 13 gennaio, a firma di Kevin Kelly. La crescita della popolazione ed i suoi effetti sull’economia mondiale e, in ultima analisi sulla società contemporanea e futura, ha affascinato da secoli gli studiosi e gli economisti. Non importa qua tornare a riscoprire il pensiero di Malthus anche perché la sua prospettiva, assai catastrofica, non si è mai concretizzata. Eppure aveva una sua logica. Anche la teoria esposta da Kelly pare affascinante. Egli afferma che tutti i modelli demografici, o quasi tutti, sono concordi nel rilevare una crescita della popolazione mondiale nei prossimi decenni, nonostante che nei paesi sviluppati la tendenza sia esattamente contraria. Nei paesi ad economie avanzate infatti, il tasso di sostituzione è negativo (ovvero il tasso che misura il rapporto fra le morti e le nascite) il che significa che le coppie adulte hanno mediamente un numero di figli minore a quello necessario per mantenere la stabilità della popolazione. In parole povere, se la coppia è composta da due persone, la semplice nascita di un unico figlio rende il tasso di sostituzione negativo ed è sulla base di questo assunto che, a grandi linee, si fonda l’osservazione proposta da Kelly per la crescita della popolazione nel prossimo secolo. Tutte le più grandi economie infatti stanno andando verso un tasso di sostituzione negativo. In Europa la tendenza è in atto da qualche decennio. Paesi come la Germania e l’Ucraina starebbero sperimentando un calo della popolazione a livello assoluto. Ma in generale in tutta l’Europa la situazione è identica. Popolazioni sempre più vecchie ed un tasso di sostituzione sempre più negativo. L’analisi empirica condotta su questi paesi lega indissolubilmente il tasso di crescita al sistema economico. Maggiore è il livello di sviluppo e di benessere, minore è la propensione a generare nuove nascite. Se la tendenza rimane invariata, i figli delle coppie che nascono in questi paesi, si comporteranno esattamente come i genitori e quindi si arriverà presto ad aver un numero di coppie che paradossalmente potrebbero non avere alcun figlio. Il Giappone, altra grande economia avanzata, ha una popolazione mediamente anziana. La Cina, che fino a pochi decenni fa contava famiglie numerose, oggi ha imposto il figlio unico. Attualmente, sempre secondo questo studio, i paesi in crescita demografica sarebbero ancora alcuni paesi in via di sviluppo, ma la tendenza alla diminuzione del numero dei figli ed all’invecchiamento della popolazione parrebbe già iniziata in alcuni paesi dell’Africa sub sahariana. In che mondo vivremo dunque, a partire dal 2050? Secondo Kelly appaiono esserci pochi dubbi: un mondo di anziani, con una popolazione mediamente concentrata alla generazione di servizi di assistenza ed un numero sterminato di robot che dovranno “sostituirsi” alle persone in carne ed ossa per assolvere a numerosi compiti lasciati “liberi” da coloro che avrebbero dovuto nascere. “I problemi di una popolazione umana in crescita sono reali, ma sappiamo che cosa fare; i problemi di una popolazione umana in calo indefinito in un mondo sviluppato fanno più paura perché non li abbiamo mai affrontati”. Kevin Kelly è autore di “Quello che vuole la tecnologia”, Codice, 2011.

Finanza e Corano

(fonte: Il Mondo), di Roberto Di Ferdinando

Un musulmano osservante in ambito di operazioni finanziarie e di borsa deve rispettare alcuni dettami del Corano seguendo anche le indicazioni degli Shari’ah Scholars, cioè gli interpreti del Corano in materia di finanza. Infatti, secondo le loro indicazioni un investitore musulmano potrà impiegare le proprie risorse monetarie in azioni di società ed attività che non vìolino gli insegnamenti del Corano: quindi nessun investimento in banche, assicurazioni, produttori di bevande alcoliche, di carne di maiale e di produzioni pornografiche. Invece, le attività in cui è consentito (halal) investire sono principalmente i produttori di auto e di tessili, e, se queste attività producono surplus, che è a sua volta investito in conti produttivi di interessi od imprestato ad interesse, allora il socio rispettoso della Sharia dovrà manifestare espressamente la propria disapprovazione secondo le regole previste. Inoltre, se gli introiti provengono da interessi, parte di questo guadagno deve essere donato in beneficienza. Infine la società non potrà avere degli asset non immediatamente liquidabili in quanto la Sharia non permette il semplice trading in valuta.
RDF

Si chiama Elikia la nuova speranza del Congo.

A cura di Francesco Della Lunga
Fonte: Repubblica – ADN Kronos

I botti di capodanno annunciano una notizia di un certo interesse per il Congo, paese ancora percorso da conflitti interetnici e tuttora incontrollabile in alcune delle sue regioni. Il paese africano lancia il primo “smartphone” con l’accattivante nome “Elikia”, ovvero speranza in lingua lingala. Il telefono è stato progettato interamente da un giovane congolese di 27 anni, Verone Mankou, con un investimento di circa 90 mila euro e rappresenta l’evoluzione di una prima versione, il cellulare “Way-C”, primo tablet africano. Il telefono verrà prodotto interamente in Cina a dimostrazione che il paese non può ancora sviluppare un industria di questo tipo con costi che potrebbero anche essere concorrenziali, se si pensa al valore della manodopera. In un quadro politico di elevata instabilità come quello congolese, è assai difficile che si possano creare i presupposti per la nascita di un tessuto produttivo, oltre che per un settore che vanta elevati monopoli tecnologici. Ma in questo momento il Congo può ragionevolmente sperare in un futuro diverso, partendo appunto dalle invenzioni che i suoi migliori giovani sono in grado di sviluppare.

L’in-sostenibile crescita economica africana

a cura di Francesco Della Lunga

Continuiamo a pensare che il continente africano sia ancora preda di povertà endemiche, guerre, sottosviluppo, carestie. In larga parte è ancora così, ma da dieci anni a questa parte pare che qualcosa stia cambiando. Nel primo decennio del Duemila alcuni stati africani hanno iniziato a vedere, in casa propria, la crescita economica. Abbiamo già parlato, anche sul nostro blog, della crescita del PIL a due cifre che alcuni stati africani hanno sperimentato in questi anni. Etiopia, Mozambico, Sudafrica, ad esempio, sono cresciuti in maniera significativa raggiungendo cifre di crescita che gli studiosi di economia riconducono al cosiddetto “take off” dello sviluppo economico, ovvero la crescita del PIL oltre il cinque per cento. Quello che però appare ancora più significativo, oltre alla crescita economica, è la crescita della classe media anche in questi paesi. Alla crescita della classe media si legano una serie di concetti socio economici e socio politici che farebbero ben sperare per il futuro. La classe media porta con se l’affermazione di una consapevolezza politica, sociale ed economica, anche se questi tre elementi non devono essere considerati con criterio di importanza. A ricordarci che l’Africa è il continente del futuro è un bell’articolo pubblicato oggi sul Sole24Ore che spiega come anche nel continente africano stia emergendo una classe di ben 300 milioni di nuovi e giovani consumatori. Le stime riportate evidenziano che la crescita economica si avvicinerà al 12%. Il dato è stimato sul 2015. Uno dei fattori che ha contribuito a questo salto è stato indubbiamente la diminuzione dei grandi conflitti interetnici e, in qualche caso, postcoloniali. Parlare oggi di postcolonialismo appare azzardato, ma in qualche caso non crediamo di sbagliare dicendo che alcuni paesi che hanno al loro interno risorse enormi (ci riferiamo ad esempio al caso congolese) stanno ancora dibattendosi in conflitti che sono il lascito della presenza europea. Altri invece hanno chiuso con il passato e stanno incamminandosi, sia pure con fatica, verso la crescita economica, avendo già vissuto la normalizzazione. Per tornare alla crescita, si stima che il continente africano possa diventare un nuovo grande e potenziale mercato per l’esausta economia europea, se si vorrà iniziare a pensare che il continente offre numerose opportunità. Ma gli africani, per tornare al discorso sulla classe media, sono consapevoli della loro ritrovata importanza. “Gli africani non si considerano più eterne vittime di un destino avverso, siete voi occidentali a vederci così – come ha detto un esponente del mondo della moda africano, in un recente convegno a Roma, Uchè Okonkwo di Luke Corp – Quindi, se volete venderci prodotti di moda o di lusso non devono essere di seconda scelta. Non vogliamo la vostra pietà ma la vostra considerazione ed è importante che i marchi stringano partnership produttive, oltre che distributive, con aziende africane”. La crescita economica in Africa pare davvero alle porte. Sta a noi occidentali tornare ad investire nel continente ed a cogliere le opportunità che il continente può fornire.

Gli italiani sono più ricchi dei tedeschi (?)

(fonte: Corriere della Sera), a cura di Roberto Di Ferdinando

Di questi tempi può sembrare una battuta, quasi una presa di giro, eppure secondo uno studio del gruppo assicurativo Allianz, reso pubblico la settimana scorsa, l’Italia, per ricchezza globale (rapporto sulla posizione patrimoniale e debitoria delle famiglie in 50 paesi), si colloca, nella classifica mondiale, al 12° posto, al di sopra di Francia, Austria e Germania. Lo studio rivela che alla fine del 2011 (anno in cui sono stati raccolti i dati) in Italia il reddito finanziario netto pro capite era di 42.875 euro (primi della classe gli Svizzeri con 138 mila euro di attivi finanziari pro capite, seguono il Giappone, gli USA e il Belgio, dietro l’Italia, invece, si collocano la Francia con 42.643 euro a testa, l’Austria con 40,648 euro e, al sedicesimo posto (!) la Germania con 38.521 euro). Se a questo dato aggiungiamo quello pubblicato dalla Deutsche Bank, secondo il quale il patrimonio privato (cioè dei cittadini) degli italiani ammonterebbe al 600% del PIL, mentre quello dei tedeschi è del 400% sul PIL, gli italiani sembrerebbero effettivamente più ricchi dei tedeschi. Da ar notare che nel 2012 il capitale netto dei tedeschi è aumentato dell’1,5%, non solo, sempre secondo lo studio Allianz, la ricchezza tedesca è in un crescente aumento dal 2000 (+9%), in Italia, invece è in tendenza negativa.
RDF

La “fortezza Europa” alla battaglia dell’Euro.

Pare che l’Euro, e conseguentemente il modello europeo costruito con grande fatica negli ultimi vent’anni sia arrivato al capolinea. In questi giorni i debiti pubblici di alcuni paesi dell’area UE, Italia e Spagna soprattutto, sono sotto attacco di una massiccia speculazione finanziaria. La Grecia è data ogni giorno per fallita e nessuno crede più ai numerosi tentativi di risanamento che sono stati fatti. La Germania continua a soffiare sul rigore, anche se la posizione della Merkel pare in qualche modo essere scalfita. Ma i falchi della BCE non lascerebbero scampo a Draghi che si preparerebbe alla battaglia dell’Euro in perfetta solitudine. L’Italia, dopo aver issato Monti a Palazzo Chigi pare sotto attacco, nonostante le riforme lacrime e sangue fatte in questi mesi. La Francia ha mandato Sarkozy a casa, ma Hollande sembra ancora incerto sulla posizione da prendere. Proprio ieri, un comunicato a tre fra Spagna, Francia ed Italia per rilanciare il fondo anti spread ha scatenato ulteriori illazioni. Pare un film, o forse ce lo racconteranno realmente in un film se l’Euro dovesse crollare. Secondo alcuni l’Euro sarebbe ormai la moneta di riserva che ha sostituito il dollaro nelle transazioni internazionali, e l’attacco speculativo partirebbe soprattutto dagli USA, i primi responsabili della crisi finanziaria del 2008. Se l’Euro dovesse cadere torneremo alle frontiere? Cosa accadrà se la Grecia dovesse uscire realmente nei prossimi mesi? Invitiamo i nostri amici ad esprimere le loro opinioni. Francesco Della Lunga

La nuova frontiera dello sviluppo economico: il Gran Rift africano, un possibile scenario per i prossimi cinquant’anni.

A cura di Francesco Della Lunga (fonte Sole 24 Ore)
Che cosa si dovrebbe fare quando un paese è fermo da un punto di vista economico oppure, per dirla con le parole sempre più in voga, è a “crescita zero”? Tutti i manuali di economia ci risponderebbero dicendo che bisogna fare le valige ed andare dove lo sviluppo è ancora in divenire. Più facile a dirsi che a farsi, eppure non c’è dubbio che lo sviluppo ed il rilancio dell’Europa passi inevitabilmente da scelte coraggiose che imporranno soprattutto la necessità di cercare altrove nuovi mercati dove collocare le merci e servizi. Interessante è lo studio che riporta oggi il Sole 24 Ore, studio di Hsbc dal titolo “Il mondo nel 2050: dai top 30 ai top 100”. Lo studio si avventura in una prospettiva di crescita che, lungi dall’essere certa, ipotizza la crescita tumultuosa di alcuni gruppi di paesi che oggi sono il fanalino di coda delle statistiche sulla ricchezza prodotta. L’analisi sulla crescita delle economie nazionali sfocia in tre grandi gruppi di paesi: quelli che sosterranno una crescita impetuosa, quelli che avranno una crescita significativa, quelli che non cresceranno per nulla. L’Europa purtroppo appartiene ancora all’ultimo gruppo. Pare che le nostre economie dovranno accontentarsi di un declino lento ed inesorabile nello scenario economico mondiale. Fra i paesi che rientreranno invece nel primo gruppo ce ne sono alcuni che appartengono ad un’area che RI tiene sotto osservazione da quando abbiamo iniziato a proporre i nostri temi. Ed è quella dell’Africa Orientale. Lo studio sostiene che i principali paesi che fanno parte del Gran Rift africano, per intendersi, da nord a sud, Etiopia, Kenia, Uganda, Tanzania, godranno di una crescita rapida o tumultuosa. Alcuni di questi paesi sono quelli che già avevamo segnalato come in crescita costante del PIL negli ultimi dieci anni. Le ragioni di questa crescita? Paiono essere molteplici. A dispetto infatti di una certa instabilità politica che circonda questi quattro paesi (per l’Etiopia ad esempio, a nord vi sono elementi di instabilità dovuti alle tensioni fra l’Eritrea da un lato e dal processo di consolidamento del Sud Sudan, recentemente costituitosi indipendente, ad est ed a sud la situazione somala; per il Kenia a nord est la Somalia rappresenta il principale elemento di instabilità, ad ovest si segnalano elementi di tensione generati da alcuni gruppi di ex militari e di etnie che si sono scontrate negli anni passato nella regione dei Grandi Laghi e nella RDC; l’Uganda e la Tanzania risentono anch’essi di queste dinamiche e di alcuni gruppi fondamentalisti che mirano alla destabilizzazione dell’area), vi sono pochi dubbi per gli osservatori che i destinatari della crescita del PIL saranno proprio loro perché questi paesi sono, da un punto di vista interno, relativamente stabili. Dovrebbero giocare a favore anche la transizione verso regimi democratici, la demografia, il reddito pro capite, l’istruzione, l’apertura al libero scambio. La presenza cinese ha contribuito fortemente alla crescita delle attività economiche e soprattutto ha generato lo sviluppo di un piano di infrastrutture che appare rilevante. Si va dalle strade alle reti telefoniche. Se questi quattro paesi dovessero consolidare la loro stabilità interna si potrebbero aprire degli scenari interessanti perché alcuni di questi (ad esempio l’Etiopia) necessitano di quasi tutto quanto oggi si trova in una moderna economia occidentale. Soprattutto l’uso di beni essenziali e di prima necessità come l’acqua, lo sviluppo delle reti stradali come primo elemento per uno sviluppo del territorio, lo sviluppo urbano. Nella speranza che questo possa davvero partire e che possa avvenire anche in una cornice minima di sostenibilità, preservando uno scenario naturale ancora oggi unico al mondo.
Appendice: analisi HSBC – il mondo a tre velocità:
- Crescita rapida(26): Cina, India, Filippine, Egitto, Malesia, Perù, Bangladesh, Algeria, Ucraina, Vietnam, Uzbekistan, Tanzania, Kazakistan, Equador, Etiopia, Sri Lanka, Azerbaijan, Kenya, Bolivia, Giordania, Uganda, Ghana, Paraguay, Turkmenistan, Honduras, Serbia;
- In crescita(43): Brasile, Messico, Turchia, Russia, Indonesia, Argentina, Arabia Saudita, Thailandia, Iran, Colombia, Pakistan, Cile, Venezuela, Nigeria, Romania, Rep. Ceca, Ungheria, Kuwait, Marocco, Libia, Nuova Zelanda, Rep. Dominicana, Siria, Tunisia, Libano, Slovacchia, Oman, Angola, Costa Rica, Bielorussia, Iraq, Panama, Croazia, El Salvador, Camerun, Bulgaria, Bahrain, Lituania, Bosnia Erzegovina, Lettonia, Yemen, Cipro;
- Stabili(31): USA, Giappone, Germania, Regno Unito, Francia, Canada, Italia, Corea del Sud, Spagna, Australia, Olanda, Polonia, Svizzera, Sud Africa, Austria, Svezia, Belgio, Singapore, Grecia, Israele, Irlanda, Emirati Arabi Uniti, Norvegia, Portogallo, Finlandia, Danimarca, Cuba, Qatar, Uruguay, Lussemburgo, Slovenia.
Francesco Della Lunga

Dove vivono i più ricchi del mondo

(fonte: Espansione), a cura di Roberto Di Ferdinando

Una recente ricerca-studio di Credit Suisse (Credit Suisse Global Wealth Databook 2011) ha analizzato la ricchezza globale (ricchezza finanziaria, patrimonio non finanziario e indebitamento, dati poi incrociati con età, reddito e welfare) ed ha scoperto che nel mondo:
- sono circa mille le persone che hanno un patrimonio superiore al miliardo di dollari,
- mentre circa 1.700 posseggono più di 500 milioni di dollari,
- 30.000 persone hanno un patrimonio di almeno 100 milioni di dollari,
- e 85.000 persone, invece, ne posseggono 50 di milioni di dollari.
Più della metà di questi ricchi sono distribuiti tra il Nord America e l’Europa. Il 42% è statunitense e canadese, poi ci sono i cinesi ed al terzo posto i tedeschi (4.000) seguono gli svizzeri ed i giapponesi.
In Italia invece i miliardari sono 10, e coloro che hanno oltre 50 milioni di dollari di patrimonio sono 1.800.
Secondo questo studio nel 2011 il 10% della popolazione possiede l’84% della ricchezza globale, ma dato sorprendente (allarmante) è che l’1% possiede il 44% della ricchezza mondiale, mentre c’è una metà della popolazione della Terra che possiede circa l’1% della ricchezza globale.
Le realtà più dinamiche in tema di ricchezza sono l’India e la Cina (ha più membri nel 10% più ricco dopo Usa, Giappone, Germania e Italia, pensare che nel 2000 non c’era nessun cinese in questo gruppo di “ricchi”). Invece in Africa la metà degli adulti sta nel 10% più povero del mondo ed una presenza dell’1% nel gruppo più ricco.
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