Recinto come barriera fisica, naturale, come le montagne, i fiumi o gli steccati. Ma anche come barriera convenzionale, come una frontiera. Frontiere che sono lentamente sparite, superate dalla politica e dagli scambi economici. Da tante frontiere, ad un'unica frontiera, da tanti recinti ad un unico recinto, internazionale, che avvolge la nostra contemporaneità

Category: Europa

Cos’è il bilancio dell’UE?

fondiueIl bilancio dell’UE è uno strumento importante che traduce le politiche europee in realtà concrete. Finanzia le azioni che gli
Stati membri non possono finanziare da soli o che è possibile finanziare a costi inferiori riunendo le risorse. Il bilancio
è adottato seguendo una procedura democratica: è preparato dalla Commissione europea (l’organo esecutivo dell’UE), viene
poi discusso e approvato dal Consiglio dell’UE (che rappresenta gli Stati membri, compresa l’Italia) e dal Parlamento europeo
(dove i deputati eletti democraticamente rappresentano l’Italia). Una volta adottato, è gestito congiuntamente dagli
Stati membri dell’UE e dalla Commissione o direttamente dalla Commissione. Nella pratica, l’80 % del bilancio dell’UE
è gestito dalle amministrazioni nazionali o regionali. Mediante sovvenzioni, prestiti e altre forme di finanziamento, fornisce
sostegno finanziario a centinaia di migliaia di beneficiari, fra cui studenti, scienziati, organizzazioni non governative, piccole
e medie imprese, città e regioni, solo per citare alcuni esempi.
Da dove provengono i fondi? Il bilancio dell’UE è finanziato in larga misura dalle «risorse
proprie», che hanno tre fonti: innanzitutto, i dazi doganali sulle importazioni provenienti dai paesi extra UE e i contributi
nel settore dello zucchero; una piccola parte dell’imposta sul valore aggiunto (IVA) applicata nell’UE e, infine, i contributi di
ogni Stato membro, direttamente proporzionali alla sua quota di reddito nazionale lordo (RNL) dell’UE, che sono la principale
fonte di entrate per il bilancio dell’UE (76 % nel 2012). Gli Stati membri dell’UE hanno adottato questo sistema all’unanimità
per un periodo di sette anni e i parlamenti nazionali hanno ratificato questa decisione. Il sistema intende garantire un
livello di entrate affidabile e sufficiente per il bilancio dell’UE, tenendo conto al tempo stesso della capacità di pagamento
dei singoli paesi. Ogni Stato membro contribuisce quindi secondo la propria ricchezza. Tra le altre fonti di entrate
figurano le tasse sugli stipendi del personale dell’UE, le sanzioni imposte alle imprese che non hanno rispettato le norme della concorrenza e gli interessi bancari. Non esiste un’imposta diretta europea. Sono i paesi membri che controllano i rispettivi sistemi fiscali.
(Il bilancio dell’UE nel mio paese Italia, UE)

I numeri della Svizzera

svizzera-OLYCOM-kT9G--835x437@IlSole24Ore-WebLa Svizzera non ha il mare, ha un clima non molto piacevole e non è ricca di capolavori artistici; eppure è uno tra i primi paesi al mondo in cui la qualità di vita è molto alta.
Alcuni numeri della Svizzera: ha 8 milioni di abitanti , uno svizzero su cinque ha meno di vent’anni ed uno su sei ne ha più di 65 di anni. Uno su cento è dedito all’agricoltura e sette su dieci opera nel settore dei servizi. Ha un PIL di 660 miliardi di euro, quindi un reddito pro capite di 80.000 euro (ottavo paese più ricco al mondo). La Svizzera è neutrale ed ha 24 accordi di libero scambio con 33 paesi. Il 10% della popolazione risiede all’estero, un terzo della popolazione è composta da immigrati o figli d’immigrati, ed ogni giorno arrivano circa 250.000 frontalieri ed è aperta all’accoglienza di rifugiati politici.
Il 38% degli svizzeri è cattolico, il 28% appartiene alla Chiesa evangelica riformista. Zurigo è la terza piazza finanziaria al mondo e  la sua Borsa la quinta in Europa. 120.000 persone sono impiegate nel settore bancario (dal 1° gennaio 2017 è caduto il tanto famoso segreto bancario svizzero) e il 22% degli svizzeri investe in polizze assicurative sulla vecchiaia, disoccupazione, invalidità e malattie.
230 imprese lavorano nel settore delle biotecnologie, impiegando nel settore 20 mila lavoratori. Il 2,9% del PIL è investito in ricerca e sviluppo. Gli svizzeri occupano il secondo posto, dietro ai giapponesi, per il numero di brevetti registrati.
RDF
(fonte:  Style Magazine- Corriere della Sera)

Pan-Europe

Addio Europa il piano Kalergi  32862Eu 567r col ch Origins_large[…] Richard Nikolaus Coudenhove-Kalergi, uno studioso e politico austriaco (seppur nato a Tokyo nel 1894 da padre diplomatico austro-ungarico, e da madre giapponese di famiglia samurai, e scomparso in terra austriaca, a Schruns nel 1972), che parte dal convincimento – per lui corrispondente a qualcosa di simile ad un’elementare constatazione di fatto – che il nostro continente stava attraversando una fase di crisi molto grave, perché insisteva nostalgicamente a ripensare alla propria storia passata anziché decidersi a <<guardare avanti>>, per cambiare strategia e cercare così di reggere il non facile confronto con gli altri protagonisti del mondo contemporaneo.
Fondatore ed animatore dell’Unione Pan-europea fin dal 1923, Coudenhove-Kalergi pubblica in francese, lo stesso anno, un libro-documento intitolato Pan-Europe, dove elabora <<un grande progetto per l’Europa unita>> partendo da quella che lui stesso considera la situazione esistente. <<L’Europa scrive fin dalla prima pagina – passa da una crisi all’altra vacillando, senza guida e senza meta>> , e aggiunge che <<mentre nelle altre parti del mondo si fanno ogni giorno pasi avanti, l’Europa affonda nella confusione giorno per giorno>> precisando che <<la causa della decadenza dell’Europa è politica non biologica>>, perché non sono i popoli europei a essere  <<affetti da senilità>> ma lo è <<il loro sistema politico>>. Da qui l’idea di dare vita alla Pan-Europa, per chiarire che <<l’Europa deve aiutare se stessa costituendo, come obiettivo pratico, una unione politico-economica>>
(Arturo Colombo, Il progetto della «Pan-Europa» di Coudenhove-Kalergi, in La Nuova Antologia di
Aprile-Giugno 2015, pag. 86)

Perché la Francia è l’obiettivo principale del terrorismo? Perché?

di Roberto Di Ferdinando

13754482_879973948813534_7083326432684226143_nL’attentato di Nizza mi fa pensare che la Francia sia l’obiettivo principale del terrorismo internazionale di matrice islamica. Infatti, dal gennaio 2015 si sono susseguiti numerosi attacchi terroristici in suolo francese che hanno provocato centinaia di morti. Perché? Sinceramente non lo so e, forse, non c’è un perché, forse. E’ vero che storicamente la Francia è stata ed è ancora oggi meta principale di immigrazione da paesi arabi e da paesi a maggioranza musulmana. Al di là del fatto che cultura araba e religione musulmana non hanno nessun nesso con il terrorismo, comunque gli attentatori provengo da quei paesi oppure sono francesi di seconda o terza generazione figli o nipoti di immigrati provenienti sempre da quei paesi (sembra quindi un problema anche di mancata integrazione sociale). E’ vero anche che l’attentatore di Nizza non era un credente, e che la sua scellerata azione sia stata mossa più da motivi e disagio personali. Ma anche la Gran Bretagna, la Svezia, la Germania, l’Austria, l’Olanda, il Belgio e la stessa Italia sono destinazioni dell’immigrazione da questi paesi arabi eppure non si è verificata, fortunatamente, una serie di attentati simili a quelli accaduti Oltralpe (solo il Belgio ha subito un attentato kamikaze e con molte vittime). Forse, per un potenziale terrorista che proviene da un paese africano o asiatico di lingua francese e di influenza francese ha più possibilità di passare inosservato in Francia (o appunto in Belgio).La Francia forse ha avuto e sta avendo più difficoltà nel garantire un’integrazione sociale più equa per questo tipo di immigrazione? Forse, ma ricordiamoci che anche nella civilissima Stoccolma vi sono quartieri ghetto dove anche le ampie garanzie sociali scandinave hanno difficoltà a raggiungere gli immigrati. E situazioni simili di disagio di integrazione ci sono in Germania, in Belgio ed in parte anche in Italia.
Allora, forse, occorre ricordare che Francia e Belgio, le principali vittime degli attacchi terroristici, hanno praticato nella loro storia un’occupazione coloniale molto agguerrita, anche in quei paesi arabi e/o musulmani da cui proviene l’immigrazione, concedendo l’indipendenza solo dopo dei conflitti civili sanguinosi. E quindi, potrebbero essere percepiti come in debito verso quel mondo arabo e africano che soggiogarono: una sorta di vendetta? E ancora, gli ultimi governi francesi hanno fatto scelte di politica estera che hanno visto l’impiego della forza militare (Libia, Mali, Siria) e della pressione commerciale (in Africa e in Asia) tali da far passare la Francia, forse, agli occhi di parte del mondo arabo, come un paese neocolonialista. Forse, la Francia paga anche una sua forte crisi economica che l’ha fatta vedere quale potenza (?) in difficoltà e quindi più attaccabile. Infatti, insieme alla Grecia, al Portogallo e all’Italia, è uno dei malati critici dall’Europa. I buoni rapporti con Berlino hanno sottratto la Francia dai riflettori della gogna mediatica comunitatia per i suoi conti in rosso. È crisi anche sociale con tutte le tensioni interne dovute alla tanto ostraggiata riforma del lavoro. La crisi ha colpito anche le istruzioni con il presidente Hollande che ha un gradimento del 5% e la macchina statale bloccata tra fondi pubblici assottigliati e riforme miope. Proprio da queste pagine alcuni mesi fa denunciai come la riforma dei servizi segreti francesi fosse stata controproducente tanto che in Francia si ha la percezione che manchi un vero sistema di prevenzione del terrorismo. Quindi, forse una o tutte od altre ancora di queste cause ha reso la Francia l’obiettivo principale degli attentati. Ma non dimentichiamo che il fine ultimo del terrorismo di matrice islamica non è conquistare o abbattere l’Occidente (sarebbe impossibile), anzi, gli attentati in Europa e negli USA servono da vetrina per far capire ai governi e regnanti arabi che se si colpisce una potenza europea nessuno può sentirsi al sicuro per di più tra le ricche oligarchie arabe. E un attività terroristica per fare proselitismo tra i giovani arabi scontenti in Europia o nei loro paesi per le condizioni sociali precarie in cui devono vivere, e da usare per far crollare le poco democratice istituzioni della penisola araba per realizzare l’islam: la comunità religiosa e politica musulmana. Quindi l’obiettivo finale non è l’Occidente, ma noi paghiamo con proprie vite una guerra interna araba…Forse.
RDF

Farnesina, la ‘fuga’ dei diplomatici

30658-la-farnesinaNell’articolo di Pietro Romano, pubblicato su Panorama del 27 aprile 2016, si denuncia l’esodo degli ambasciatori italiani dal Ministero degli Esteri verso altri settori della Pubblica Amministrazione o dell’alta imprenditoria privata. Questo sarebbe un ulteriore atto della polemica che da alcuni mesi si è creata tra il nostro corpo diplomatico ed il Governo. Infatti, le feluche denunciano il fatto che si stia attuando un’”occupazione” governativa della Farnesina: Elisabetta Belloni, molto vicina al sottosegretario di Renzi, Lotti, è stata nominata a guidare la macchina burocratica del Ministero, Armando Varricchio, ex consigliere di Renzi, è stato inviato all’ambasciata a Washington, mentre al politico, quindi non ad un diplomatico (nomina irrituale), Carlo Calenda, è stato affidata la delicata rappresentanza di Bruxelles. E così, i nostri diplomatici, ritenuti funzionari di alto e qualificato profilo, cedono alle lusinghe, anche remunerative, del mondo privato o di altri ambienti pubblici. Alcuni esempi: l’ambasciatore Michele Valensise, segretario generale del Ministero degli Esteri, è stato nominato vice presidente esecutivo del gruppo Astaldi, dove già siede un altro ex diplomatico, Luigi Cavalchini Garofoli. Francesco Paolo Fulci è presidente di Ferrero, Rinaldo Petrignani fino a pochi mesi fa era consulente di Boeing, Vincenzo Petrone è presidente di Fincantieri, Riccardo Sessa della Società per il Traforo del Monte Bianco, Giuseppe Scognamiglio ad Unicredit. Nel settore pubblico Giampiero Massolo è direttore del Dipartimento delle informazioni per la Sicurezza, Giovanni Castellaneta è presidente della Sace, banca per il credito all’esportazione, e Pier benedetto Francese è alla camera di Commercio di Vercelli.
Roberto Di Ferdinando

Lezioni di parità per i rifugiati

(testo tratto dal Corriere della Sera)

volantino
La guida con le «regole base» distribuito ai rifugiati in Austria (qui in arabo, c’è in tedesco, farsi e inglese).
Comprende informazioni sulla parità di genere. Ecco la traduzione di alcune didascalie:
Donne e uomini in Austria hanno gli stessi diritti.
Le donne decidono la propria vita, proprio come gli uomini
Ognuno ha il diritto di essere trattato con rispetto.
La violenza è proibita in Austria.
Anche in famiglia non è tollerato alcun tipo di violenza!
In Austria, uomini e donne godono degli stessi diritti.
Una donna può decidere da sola chi sposare e quando.
E può vivere con un uomo anche se non è sposata.
Allo stesso modo, ogni uomo può scegliere la propria moglie o partner
Sostieni i tuoi figli nel percorso scolastico e di formazione.
Con una buona istruzione, avranno una migliore possibilità di trovare un buon lavoro da grandi
Intervieni quando assisti a un’ingiustizia! Il coraggio civile è molto importante in Austria
Le coppie dello stesso sesso in Austria sono consentite.
Le donne possono vivere con le donne e gli uomini con gli uomini
Sono previsti corsi di sport e di nuoto a scuola. Ragazze e ragazzi devono partecipare
La violenza contro i bambini è severamente proibita

I servizi segreti francesi (ed italiani) pagano una cattiva riforma

SERVIZI-SEGRETI(fonte Panorama), testo a cura di Roberto Di Ferdinando
Luciano Tirinnanzi, direttore di Lookout News, quotidiano di geopolitica, intelligence e sicurezza, ha pubblicato un proprio articolo, su Panorama del 25 novembre 2015, alla luce dei tragici eventi di Parigi, in cui evidenza come una riforma dei servizi segreti francesi del 2014, abbia indebolito la sfida contro il terrorismo in Francia.
Infatti, il sistema di sicurezza francese, prima del 2014, aveva un’organizzazione simile a quello italiano. A Parigi  la sicurezza interna era affidata a due servizi, la DsT e la Rg, che riferivano direttamente al Capo della Polizia. Con la riforma, i due servizi sono stati sostituiti da un unico, la Dgsi, che risponde, invece, al ministro dell’Interno, prendendo una connotazione più “politica” che tecnica, che mirano ad un’attività di breve corso senza una strategia di ampio respiro e lungimiranza.
L’Italia, sempre come riporta Tirinnanzi, la riforma dei servizi segreti è avvenuta nel 2008, determinando, qui, invece, una burocratizzazione del servizio: ogni attività, anche di basso profilo, dev’essere messa per iscritto, e dev’essere vagliata da pareri legali. Inoltre, Tirinnanzi denuncia la mancata collaborazione e scambio di informazioni tra AISI (servizi interni) e AISE (servizi esterni), e l’aver puntato più sulle nuove tecnologie, tralasciando le attività classiche sul campo.
RDF

Gli attentati di Parigi ed il passo che avremmo già dovuto fare…

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a cura di Massimiliano Ferrara

Alle 4,20 del 18 novembre scorso a Parigi le teste di cuoio hanno dato l’assalto, con una sparatoria, ad un covo di terroristi dove si pensava fosse asserragliato anche Abdelhamid Abaaoud, considerato la mente delle recenti stragi. Si registrano due morti: uno jihadista e una donna kamikaze che si è fatta saltare in aria all’interno dell’appartamento per non essere catturata. Altre tre persone all’interno del covo sono state prese vive ed arrestate. A questi si aggiungono quattro arrestati, di cui una donna, nelle vicinanze dell’appartamento. Se non ce ne fossimo già accorti siamo in guerra. Partiamo da una certezza: la guerra esiste anche se è un conflitto interno al mondo islamico che, sin dagli anni ’80, rivaleggia tra concezioni radicalmente diverse dell’islam. Un conflitto legato indissolubilmente ad interessi egemonici/geopolitici incarnati da varie potenze musulmane come l’Arabia Saudita, Turchia, Egitto, Iran, paesi del Golfo ecc… In realtà la guerra è all’interno dell’islam e si svolge su terreni diversi in cui sorgono ogni giorno nuovi e sempre più terribili mostri: dalla Jihad islamica egiziana, fino ad al-Qaida e Daesh[1] (Stato Islamico, Is, Isis, Daesh). In questa guerra noi occidentali non siamo i protagonisti anche se lo stiamo malauguratamente diventando. Il fine degli attentati parigini del 13 novembre è di terrorizzarci per spingerci fuori dal Medio Oriente, che rappresenta la vera posta in gioco. E’ un conflitto in cui siamo coinvolti a causa della nostra antica presenza in quelle aree e dei nostri stessi interessi. La teoria di Daesh è sempre stata palese: fondare uno Stato laddove gli Stati precedenti sono stati creati dagli stranieri per cui sono “impuri”. Daesh guerreggia per il potere riconoscendosi con l’arma dell’unica e vera religione concorrendo ad affermarsi presso la comunità dei musulmani (che include le comunità musulmane all’estero) quale unico effettivo e “costituzionale” rappresentante dell’Islam contemporaneo. E’ come una guerra politica nella religione, che manipola i segni della religione mescolando sacro e profano. Infatti Daesh, come al-Qaida, uccide soprattutto musulmani e attacca chiunque si intromette in tale conflitto. Mentre al-Qaida chiedeva la cacciata delle basi Usa dall’Arabia Saudita e puntava a prendersi quello Stato (o alternativamente il Sudan e poi l’Afghanistan in combutta coi talebani) Daesh pretende di più: conquistare il cuore della comunità dei fedeli musulmani ed esigere la fine di ogni coinvolgimento occidentale e russo in Siria e Iraq. Non ultimo, creare un nuovo Stato laddove esisteva l’antico califfato: la Mesopotamia. E’ possibile, però, notare una peculiarità spesso passata inosservata: al-Qaida si muoveva in una situazione in cui gli Stati erano ancora relativamente forti; Daesh approfitta della loro fragilità nel mondo in cui saltano le frontiere. Non esiste lo scontro tra civiltà ma c’è uno scontro dentro una civiltà, in corso da molto tempo. Inoltre ci sono due questioni rilevanti: la prima riguarda la presenza politica, economica e militare in Medio Oriente; la seconda concerne come difendere le nostre democrazie, basate sulla convivenza tra diversi, allorquando i musulmani qui residenti sono coinvolti in tale animalesca contesa? Come tutelare la nostra civiltà dai turbamenti violenti della civiltà vicina? Occorre innanzitutto proteggere la nostra convivenza interna e la qualità della nostra democrazia. Di sicuro un’Europa unita soltanto da un punto di vista monetario non aiuta a risolvere il problema. Servirebbe un serio coordinamento tra tutte le forze dell’ordine per contrastare il fenomeno dell’estremismo, soprattutto nell’ambito delle collettività immigrate di origine arabo-islamiche, che rappresentano un’importante posta in gioco del terrorismo islamico. Da constatare anche che tali attentati si ripetono proprio mentre lo Stato Islamico perde terreno in Siria. Parallelamente occorre conservare il nostro clima sociale il più sereno possibile perché mantenere la calma significa non cedere ai richiami dell’odio che desidererebbero vendetta, che per rancore trasformerebbero le nostre città in ghetti contrapposti, seminando cultura del disprezzo e inimicizia. Non bisogna cadere nel tranello (purchè molto allettante) della reazione feroce e aggressiva perché sarebbe controproducente rendere infiammato il nostro clima sociale. Così regaliamo il controllo delle comunità islamiche occidentali ai terroristi, cedendo alla loro logica dell’odio proprio in casa nostra. E’ questa la vera sfida poiché una risposta violenta farebbe il gioco dello Stato Islamico. In secondo luogo, occorre necessariamente trovare una politica univoca sulla guerra di Siria, vero crogiuolo dove si formano i terroristi. Imporre la tregua e il negoziato è una priorità strategica. Solo la fine di quel conflitto potrà aiutarci mentre aggiungere guerra a guerra produce solo effetti devastanti. Finora abbiamo commesso molti errori: l’Occidente si è diviso, alcuni governi si sono schierati, altri hanno silenziosamente fornito armi, altri ancora hanno avuto atteggiamenti ambigui, non si è parlato con una sola voce agli Stati vicini a Siria e Iraq eccetera. La fine della guerra in Siria (e nell’immediato il suo contenimento) è il vero modo per togliere linfa vitale al terrorismo mettendo in seria difficoltà lo jihadismo.

In terzo luogo, sarebbe opportuno affrontare in modo più chiaro ciò che accade in Libia, nello Yemen, in Iraq, Libano, Egitto e Tunisia… Nonostante tali crisi siano in parte collegate, vanno necessariamente tenute distinte tra loro altrimenti si cadrebbe nell’errore (auspicato dal Daesh) di considerarle tutte crisi riconducibili ad un unico conflitto. In tale impegno occorrono alleanze forti con gli Stati islamici cosiddetti moderati: un modo per trattenere anche loro dal cadere (o essere trascinati) nella trappola del jihadismo che li vuole portare sul proprio terreno. Ogni conflitto mediorientale e mediterraneo ha una storia a sé. In altre parole: restare in Medio Oriente comporta un impegno politico a vasto raggio e continuo per cui è assolutamente fondamentale conoscere, pedinare e scovare i foreign fighters. Esistono, purtroppo, cellule dormienti mai del tutto distrutte che si riattivano con estrema velocità ed in perenne collegamento con il Medioriente. Malauguratamente, attentati di questo tipo possono essere compiuti da chiunque poiché non occorre particolare addestramento ed una conoscenza approfondita di tecniche militari. Combattere il fenomeno foreign fighters corrisponde a coinvolgere le comunità islamiche che potrebbero risultare strategicamente utili per scovare gli estremisti pronti ad intervenire. Più che una guerra di religione occorrerebbe una collaborazione tra religioni.

Inoltre è basilare capire che tipo di guerra stiamo combattendo senza cadere nell’errore di combattere una guerra contro l’Islam, ciò significherebbe rendere estremista anche l’attuale ala moderata con la quale, invece, necessita cooperare. La propaganda Daesh (come quella di al-Qaeda prima) tira continuamente in ballo l’Occidente: in realtà sta parlando alla comunità musulmana per farla insorgere. Fermare e sospendere la guerra di Siria è il solo modo per combattere il proliferarsi del terrorismo. Di certo sarà un’operazione lunga e complessa, ci saranno altri attentati, ma è una soluzione lungimirante anche se si tratta di far dialogare irriducibili nemici.  Continuare il conflitto in Siria vuol dire compiacere Daesh ed i suoi strateghi che avranno sempre un alibi; un Occidente ed una Russia divisi su tutto favoriscono chi sta creando uno “Stato” alternativo. Occorrerebbe che ribelli siriani e milizie di Assad (assieme ai rispettivi alleati) capiscano che esiste il nemico comune per cui vale la pena confrontarsi. Lo Stato Islamico furbescamente si presenta alla propria comunità come “diverso”, senza alleati, patriottico, anti-neocolonialista, no-global, incontaminato da interessi stranieri ed islamico al 100%. Un eventuale, ed auspicabile,  negoziato dovrebbe portare ad una tregua immediata aprendo un dibattito realistico sul futuro della Siria. Solo in tal modo si potrà mettere in piedi un’operazione internazionale di terra, che miri a stabilizzare il paese ed a mettere Daesh in seria difficoltà, perché quest’ultimo è stato estremamente abile ad approfittare delle nostre divisioni. I recenti attentati di Parigi hanno sconvolto la nostra opinione pubblica, ci hanno trascinato nell’incubo del terrore ma, al tempo stesso, stanno ricompattando strategicamente le forze Occidentali, e ciò è un passo che avremmo già dovuto fare da diverso tempo…



[1] DAESH  o ISIS?

Daesh è un acronimo: significa “Stato Islamico dell’Iraq e del Levante”, o “della Grande Siria”. Apparentemente il significato è lo stesso di Isis ma l’accezione attribuita a Daesh è spesso dispregiativa, perché somiglia a un altro termine arabo che significa «portatore di discordia». Secondo il The Guardian , addirittura, la Francia avrebbe preferito il termine Daesh perché simile al francese dèche, cioè «rompere». Che il termine sia disprezzato dai seguaci di Abu Bakr al-Baghdadi è confermato anche dalle testimonianze di chi racconta di punizioni corporali per chi utilizza pubblicamente il nome Daesh. Di conseguenza decidere tra Stato Islamico e Daesh significa dare forma a quella realtà. Praticamente tutte le testate giornalistiche optano per Isis, per una questione di semplicità e di uniformità.

 

L’assalto di Daesh alla Francia e la risposta dell’Unione Europea

A cura di Francesco Della Lunga

Al di là di quelli che saranno poi gli sviluppi delle indagini francesi e dall’azione delle intelligence di Francia e Belgio rileviamo con interesse l’opinione espressa lo scorso 14 novembre alla trasmissione della 7, Otto e Mezzo, condotta dalla Gruber dagli ospiti intervenuti, l’ex Presidente del Consiglio italiano Enrico Letta, oggi professore alla PSIA (Paris School of International Affairs), Massimo Cacciari, filosofo ed ex politico ed il Generale Vincenzo Camporini (Istituto Affari Internazionali).

L’analisi condotta in questo breve spazio televisivo ha messo in evidenza alcuni punti:

-        Necessità di dare una risposta ai cittadini europei (perché è pacifico che sia la comunità occidentale in generale e quella europea esposta all’attacco di Daesh) in termini di sicurezza e che questo debba e possa essere fatto con una risposta specifica o non ordinaria, introducendo misure che potrebbero anche limitare la certezza dei diritti individuali;

-        Necessità di dare una risposta di “sistema”, come detto da Cacciari e Letta e condiviso anche dal Generale, nel senso che la risposta può essere vincente solo se ci sarà “più Europa” e meno “stati nazione”;

-        Necessità di valutare al meglio tutti gli scenari presenti e futuri per evitare che l’Occidente debba rimanere sotto lo scacco di gruppi di terroristi sanguinari ed in un vortice continuo di terrore;

-        Necessità di valutare e decidere le risposte in un ambito strategico e geopolitico ben determinato, con un obiettivo fortemente condiviso.

Proviamo a riassumere un po’ questi quattro punti riportando le posizioni espresse.

La risposta ai cittadini europei deve avvenire in termini di sicurezza, senza che il venir meno della stessa possa mettere in crisi il normale svolgimento della vita quotidiana. Per far questo viene auspicato il massimo coinvolgimento, a livello centrale europeo e con un forte coordinamento, di tutte le intelligence. Veniva fatto notare come un fenomeno come quello parigino sia probabilmente la sconfitta dell’intelligence giacché le azioni condotte dai terroristi ieri a Parigi lasciano pensare ad una attenta pianificazione e preparazione che è totalmente sfuggita alle forze di polizia. Mentre, in casi di terrorismo, quando nulla succede, è certamente da ascrivere anche a merito dell’intelligence che, come noto, quando agisce, lo fa senza che si abbiano notizie. Il coordinamento delle forze di polizia e dei servizi dei paesi europei pare dunque la prima risposta che tutti gli analisti e soprattutto i cittadini dovrebbero auspicarsi.

La risposta di “sistema” è forse quella più complessa da attuare perché ad oggi appare totalmente da costruire ma è anche quella che può dare il migliore risultato possibile, ovvero la scomparsa di questo fenomeno. Sia Cacciari che Letta hanno in qualche modo condannato le parole del leader della Lega Nord Salvini secondo il quale ci sarebbe da dichiarare guerra all’IS. La guerra sul terreno è il maggiore spauracchio di tutti i leader europei e di tutte le loro opinioni pubbliche. Interessante, da questo punto di vista, l’osservazione di Letta, secondo la quale le opinioni pubbliche europee non sono da tempo più abituate a condividere e sopportare una guerra sul campo con tutto quello che ne consegue. D’altra parte, la guerra fatta soltanto con i droni è una guerra che non si può vincere. La risposta di “sistema”, come dice Cacciari, riguarda tutti gli aspetti, da quelli politici a quelli militari. Ma la risposta militare non può rimanere avulsa da una strategia politica di lungo periodo che cerchi di individuare gli scenari futuri perché altrimenti le conseguenze sarebbero ancora peggiori. Negli ultimi anni abbiamo assistito al fallimento di interventi militari, peraltro senza l’intervento sul terreno di truppe europee o Nato o Statunitensi in alcuni teatri quali la Siria, la Libia ed in generale tutta l’area mediorientale attraversata prima dalle primavere e poi dall’affermazione dell’IS o Daesh. La risposta di “sistema” dovrebbe dunque essere attuata dispiegando tutte le risorse possibili sotto un unico coordinamento, quello europeo. Ad oggi abbiamo ancora la presenza della Nato, due ex grandi potenze come la Gran Bretagna e la Francia con dispositivi militari certamente integrati in quello Nato ma comunque ancora con forti velleità di dimostrare la propria forza anche senza questo ombrello, istituzioni europee deboli che non sono in grado di organizzare una risposta militare senza il sostegno Nato e, in ultima analisi, statunitense. Il lavoro da fare quindi appare enorme, ma di fronte agli eventi di Parigi si dovrà necessariamente rispondere riorganizzando i dispositivi di sicurezza e quelli militari portandoli sotto il controllo politico europeo. Questo significherà certamente abbandonare l’idea che ci ha cullati fino ad oggi e durante gli ultimi settant’anni con la consolazione dell’intervento americano e riappropriandoci del nostro comune destino. Una scelta che inevitabilmente potrà avvenire solo se a livello politico l’Europa sarà in grado di fare ora il salto di qualità.

Il terzo punto si lega invece alla risposta che occorre dare al fenomeno migratorio. Molti leader politici nazionali hanno legato le minacce alla sicurezza sul territorio interno alla presenza di terroristi fuggiti dalle aree di crisi. Mentre gli analisti argomentano dicendo che occorre fare attenzione a fare di tutta l’erba un fascio. In Europa la presenza islamica ormai è forte ed è radicata in quasi tutte le nazioni. I fenomeni degli ultimi due anni stanno però rischiando di mettere a rischio la coesione sociale. Anche in questo caso si è notato una risposta individuale al fenomeno con qualche caso di clamoroso ripensamento (ad esempio in Germania questa estate, di fronte alla massiccia invasione di profughi dalla Grecia e dalla Turchia si è prima aperto le porte a tutti, per poi richiudere le frontiere) e senza la mancanza assoluta di condivisione e coordinamento. L’Italia è stata lasciata sola di fronte agli sbarchi, la Francia a chiuso le frontiere a Ventimiglia scordandosi di Shenghen, gli inglesi hanno cercato di bloccare gli sbarchi e lasciare gli immigrati in terra francese. Per non parlare del governo ungherese che ha issato l’ennesimo muro di filo spinato in Europa, ai propri confini con la Serbia. Ma una soluzione deve essere trovata perché il cittadino normale si sente solo ed abbandonato e soprattutto sente di perdere la propria sicurezza di fronte alla presenza di persone di origini diverse che non capisce e che recepisce come una minaccia anche al proprio futuro. La coesione sociale rischia di essere minata da questi fenomeni e se l’Europa non trova una risposta efficace il futuro della costruzione comunitaria appare ad altissimo rischio.

Sull’ultima questione trattata, ci sembra rilevante il pensiero di Letta che si lega, ancora una volta, al tema dell’impreparazione europea ad una guerra sul terreno. In questo senso rilevante diventa il ruolo russo che, negli ultimi giorni ha preso vigore grazie ad alcune dichiarazioni del Presidente Putin che si sarebbe detto disposto a dislocare truppe in Siria. Per Letta potrebbe essere un passo obbligato valutare la posizione russa in termini di “realpolitik”. Se gli europei non sono ancora in grado di affrontare una guerra sul terreno, potrebbero accettare di buon grado la presenza russa su un territorio irto di insidie come quello siriano, senza peraltro esporsi direttamente. Nonostante il peso che un’alleanza esplicita con un interlocutore ritenuto fino ad oggi inaffidabile e contrario alla maggioranza dei valori europei potrebbe comportare, sembra quasi inevitabile rivolgersi anche ad attori “scomodi” almeno fino a che l’Europa non sarà in grado di rispondere con una sola voce al pericolo sempre più vicino di Daesh.

Curiosità e ritratti dei protagonisti del vertice Nato del 1991 descritti nel diario privato di Giovanni Spadolini

Il presidente degli Stati Uniti George Bush senior partecipa al vertice NATOIl 7 novembre 1991, a margine del vertice NATO che si svolge a Roma, l’allora Presidente delle Repubblica, Francesco Cossiga, ospita al Quirinale, per la tradizionale cena, i capi di Stato e di governo dei paesi membri. Giovanni Spadolini, presidente del Senato, vi partecipa e descrive, nel suo diario privato, alcuni momenti della cena oltre che alcuni suoi protagonisti. Il testo è in parte ripreso da un articolo a firma del prof. Cosimo Ceccuti, pubblicato recentemente sul Quotidiano Nazionale.

Il vertice vede il rilancio della Germania, guidata dal cancelliere Kohl, grazie anche alla sua riunificazione tra est ed ovest. La Francia, invece, è preoccupata per la ripresa tedesca e della Nato, e non a caso Spadolini osserva e descrive così il presidente francese Mitterand :<<spettrale, molto invecchiato ed estremamente bianco e diverso da come l’avevo lasciato a Parigi. Si vede che ha avuto il colpo dell’unificazione tedesca e di questo rilancio della Nato che va tutto contro il prestigio della Francia>>. Spadolini e Mitterand converseranno in quell’occasione revocando i loro incontri di studio del 1958 presso la biblioteca Marucelliana, quando Mitterand si recava a Firenze per studiare i Medici e Lorenzo il Magnifico, il suo personaggio storico preferito.
Spadolini poi descrive <<un altro vecchio amico, sempre festoso quando mi incontra>>: il premier spagnolo, il socialista Felipe Gonzalez, che il presidente del Senato aveva incontrato per la prima volta nella sede del partito repubblicano, subito dopo la fine del regime franchista. Nella cena di Roma, Spadolini e Gonzalez parlano di storia <<gli ricordo l’antisemitismo, l’antiebraismo del regime di Franco. Egli mi chiarisce che Franco non fu antisemita personalmente; anzi la famiglia di Franco (dato che io ignoravo) era di origine parzialmente semita. Durante la guerra nazista assicurò una certa protezione agli ebrei e si sforzò sempre di non partecipare alle battaglie del nazismo. Gli domando: ma la divisione Azul, così si chiamava, mandata in Russia da Franco per combattere i comunisti, non si macchiò di nefandezze nella lotta agli ebrei russi e comunque alle popolazioni sovietiche? Altra risposta patriottica di questo esponente socialista antifranchista: “No: la divisione Azul non si macchiò di nessun delitto” Ho molti dubbi che questo sia vero. Ma è molto importante che il capo del governo spagnolo, erede di una tradizione che vede quarant’anni di oscurantismo reazionario e fascista in Spagna parli con tale rispetto del passato del suo Paese>>.
A tavola Spadolini siede alla destra dell’allora presidente USA, George Bush ed alla sinistra del presidente Cossiga. Bush chiede a Spadolini notizie storiche su Mussolini, dimostrando una scarsa conoscenza del periodo storico tra i più importanti per gli stessi Stati Uniti. Bush chiede: <<”Mussolini quando è morto?” “E’ morto nel 1945, il 28 aprile”. “Ha fatto in tempo Hitler ad essere informato della sua morte nel bunker, perché Hitler morì giorni dopo”. “Si ritiene, anche se non abbiamo le prove, che l’uccisione di Mussolini sia stata portata a conoscenza del Fuhrer” “Senta mi dica una cosa – mi chiede il presidente degli Stati Uniti – ma è morto a Roma?” “No, Roma era stata liberata dagli alleati. E’ morto a Milano alla fine di aprile, nel momento culminante della lotta di liberazione”. Altra domanda di Bush: “Ma lo sbarco di Anzio era già avvenuto e le forze americane dove erano?” “Le forze americane erano insieme alle forze volontarie italiane nell’alta Italia, stavano liberando la valle padana, erano giunte a Milano, da dove Mussolini scappò proprio perché era il capo di quella che allora si chiamava ‘repubblica sociale italiana’, ormai ridotta soltanto alle province padane” “Ah – commenta Bush – Mussolini scappò, e come fu ucciso?” “Fu ucciso dai partigiani italiani che erano le forze della liberazione. E’ vero che gli inglesi e gli americani volevano entrambi catturare e processare Mussolini come un criminale di guerra. E proprio per evitare questo obiettivo fu ucciso in territorio italiano sul lago di Garda”>>.
RDF