Recinto come barriera fisica, naturale, come le montagne, i fiumi o gli steccati. Ma anche come barriera convenzionale, come una frontiera. Frontiere che sono lentamente sparite, superate dalla politica e dagli scambi economici. Da tante frontiere, ad un'unica frontiera, da tanti recinti ad un unico recinto, internazionale, che avvolge la nostra contemporaneità

Category: Europa

II Guerra Mondiale: madre e figlia si abbracciano dopo settant’anni.

Ogni anno in questo periodo si ricordano gli orrori della Seconda Guerra Mondiale con il racconto delle bombe nucleari sganciate su Hiroshima e Nagasaki. Roberto ha postato alcuni articoli in cui si ricordano quelle lontane vicende, seppure sempre attuali. Sempre in tema di seconda guerra mondiale, è di oggi la notizia, pubblicata su Repubblica, del ricongiungimento fra una madre italiana e la figlia, di padre tedesco, a settant’anni dalla fine della guerra. La vicenda è triste, ed al tempo stesso commovente a dimostrazione ulteriore dei destini che mutano radicalmente in ogni conflitto armato. La madre italiana, che vive nei dintorni di Reggio Emilia, ha oggi 92 anni, la figlia,  cittadina tedesca, ne ha 71. La vicenda nasce verso la fine della guerra, nel 1944 quando la madre, che lavorava in Germania, rimane incinta di un soldato tedesco. La bimba viene subito tolta dal padre dalla madre naturale e vive e cresce nella famiglia di lui. La donna italiana nel frattempo, riesce a rientrare in Italia nel 1945. La madre ha sempre ritenuto che la figlia fosse morta di li a poco anche se non aveva perso del tutto le speranze di ritrovarla. Stessa cosa per la figlia che conosceva la sua vera origine ma alla quale il padre aveva rifiutato ogni genere di informazioni. Alla morte del padre la figlia, la signora Margot Bachman si è rivolta all’ITS (International Tracking Service) in Germania e, grazie anche all’aiuto della Croce Rossa (attraverso l’ufficio Restoring Family Link), è riuscita a trovare tracce della madre. Infine, notizia di oggi, pochi giorni fa è avvenuto l’incontro vicino a Reggio Emilia.

Francesco Della Lunga

Alcuni siti di interesse: https://www.its-arolsen.org/en/homepage/index.html;

http://www.cri.it/restoringfamilylinks

Letture di interesse: segnaliamo un bel romanzo di Ken Follett sulla seconda guerra mondiale, secondo volume della trilogia “The Century Trilogy”: “L’inverno del Mondo”, Mondadori, 2012.

Vita e sogni nelle cose dei profughi

coraIl fotografo Davide Monteleone, vincitore di diversi World Press Photo, per qualche tempo s’è fermato a Lampedusa. Ha documentato naufragi e approdi. Tutti diversi, ma pure molto simili, l’ultimo che cancella irrimediabilmente il precedente. «Ho cercato allora immagini che rimanessero nel tempo», spiega, e ha a suo modo catalogato i «reperti» pazientemente raccolti negli anni dalliassociazione lampedusana Askavusa.

(fonte: Corriere della Sera)
Mediterraneo Migrazioni Militarizzazione Memoria Mare Madre

pratiche di memoria politica comunità
esposizione degli oggetti dei migranti

https://portommaremediterraneomigrazionimilitarizzazione.wordpress.com/
https://askavusa.wordpress.com/con-gli-oggetti/

19 maggio – Incontro & dibattito – TURCHIA TERRA DI CONFINE: DEMOCRAZIA IN TURCHIA, IL LENTO SVILUPPO DI UN MOVIMENTO SOCIALE

MARTEDI’ 19 MAGGIO

TURCHIA TERRA DI CONFINE

h 17:00  -  Incontro & dibattito

DEMOCRAZIA IN TURCHIA, IL LENTO SVILUPPO DI UN MOVIMENTO SOCIALE

Incontro/conferenza sulla Turchia contemporanea. Intervengono Marco Perduca, rappresentante alle Nazioni Unite del partito Radicale Transnazionale, Simone Siliani, direttore di Cultura Commestibile.com, Severino Saccardi, rivista Testimonianze

La Turchia attuale è un profondo campo d’indagine del rapporto tra democrazia, islam e autoritarismo. Il processo di sviluppo degli ultimi anni ha comportato l’inserimento di grandi masse di popolazione, passate dalle campagne alla città. Masse che hanno avuto accesso alle scuole superiori e all’università e reclamano oggi diritti. Un movimento intergenerazionale e con forte presenza femminile che si batte per l’acquisizione di veri spazi di libertà e democrazia.

Caffè Letterario °Le Murate
Piazza delle Murate, Firenze
caffeletterario@lemurate.it
(+39) 055 2346872
www.lemurate.it

Siamo (ancora) tutti Charlie Hebdo?

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Articolo di Massimiliano Ferrara

Il 2 novembre 2011, prima dell’uscita del numero dedicato alla vittoria del partito fondamentalista islamico Ennhadha nelle elezioni in Tunisia, la redazione di Charlie Hebdo viene colpita da alcune bombe molotov; segnale inconfutabile del “fastidio” creato dalle vignette del settimanale satirico parigino. Il numero riguardava la biografia illustrata di Maometto, rispetto alla quale il direttore Charb affermava “La paura è il peggior nemico dell’Islam. Bisogna smettere di temere l’Islam. Credo che si possa parlare di questa religione così come si fa per tutte le altre fedi. Sarebbe opportuno smettere di trattare i musulmani che vivono in Francia come degli extra terrestri”.

Oltre la satira delle vignette, ciò che realmente si percepisce è la netta sensazione che lo “scontro di civiltà” sia sempre più imminente; uno scontro che oggi trova il suo giustificativo nella blasfemia e nell’apostasia. Per assurdo, come sostiene sul The Washington Post Fareed Zakaria, allievo del politologo Samuel P. Huntington, l’unico libro sacro che contempla la blasfemia è la Bibbia (Levitico 24:16) mentre nel Corano il
 termine blasfemia non appare mai e tantomeno si proibisce di ritrarre Maometto, 
pur esistendo diversi detti
 del Profeta, o hadith, che lo 
vietano al fine di evitare l’idolatria. Lo studioso islamico Maulana Wahiduddin 
Khan afferma che “Nell’Islam la blasfemia è oggetto di dibattito intellettuale più che di punizioni fisiche”.

Per i jihadisti la blasfemia e l’apostasia sono gravi crimini contro l’Islam da punire con la violenza e purtroppo trovano vasta diffusione nel mondo musulmano anche tra i cosiddetti Paesi “moderati”. In effetti la legislazione di molti Paesi a maggioranza musulmana prevede norme contro la blasfemia e l’apostasia, che in qualche realtà vengono applicate (vedi Pakistan, Bangladesh, Malaysia, Egitto, Turchia, Sudan) attuando un uso punitivo e persecutorio delle leggi. Alla base vi è un uso distorto della politica che molto spesso, purtroppo, agisce per emarginare le opposizioni avvicinandosi alle frange fondamentaliste.

Una politica di forti interessi economico-strategici che trova un terreno fertile proprio in Medio Oriente. Molto probabilmente per comprendere i fatti di Parigi occorre, brevemente, evidenziare alcune anomalie della strage di Parigi senza essere tacciati di “complottismo”.

Nonostante i fatti dell’11 settembre, il massacro di Atocha a Madrid o le bombe multiple che hanno colpito Londra, mai prima d’ora si è assistito ad una manifestazione così imponente. “La grande marcia repubblicana” dell’11 gennaio scorso dei Capi di Stato a Parigi rappresenta la presa di coscienza dell’Europa di trovarsi di fronte al pericolo del terrorismo religioso per cui, giustamente, ci si indigna per la violenza e la disumanità riservata alle vittime dei massacri. Non è mancata, però, la polemica per l’assenza del presidente americano Obama. A Parigi c’erano tutti da Netanyahu, a Cameron, Abu Mazen, Merkel e Renzi. Ma non Obama, né Kerry o Biden bensì l’ambasciatore in Francia, Jane Hartley con l’attorney General Eric Holder e il vice segretario del dipartimento di Homeland Security, Alejandro Mayorkas, per prendere parte con i funzionari francesi a un summit sul terrorismo. La Casa Bianca non ha commentato né l’assenza di Obama né le polemiche.

Di fronte a questo tipo di manifestazioni appare evidente la mancanza di “reciprocità” se si pensa agli oltre 200 mila siriani (di cui più di 70 mila morti nel solo 2014) deceduti nella guerra contro il regime dittatoriale di Assad; una guerra finanziata anche da Paesi europei e da alcuni Capi di Stato presenti a Parigi (vedi il fratello dell’Emiro del Qatar Mohammed bin Hamad bin Khalifa Al Thani che, il 14 marzo 2014 scorso al Center for a New American Security, il sottosegretario del Tesoro USA David Cohen ha accusato  di essere il punto di partenza dei fondi utilizzati per finanziare Hamas, lo Stato Islamico e le altre principali formazioni del terrore islamista. Per Cohen i destinatari di questi fondi sono spesso gruppi terroristi tra cui il Fronte di Al Nusra, affiliazione siriana di Al Qaida e lo Stato Islamico di Iraq e Siria (Isis). Recentemente l’ex Segretario di Stato Americano, Hillary Clinton, in un’intervista rilasciata a Jeffrey Goldberg del giornale web The Atlantic ha ammesso: “L’Isis è roba nostra, ma ci è sfuggita di mano. È stato un fallimento. Abbiamo fallito nel voler creare una guerriglia anti Assad credibile. Era formata da islamisti, da secolaristi, da gente nel mezzo. Il fallimento di questo progetto ha portato all’orrore a cui stiamo assistendo”. Insomma, l’Isis, quello che oggi viene ritenuto “il male assoluto”, è in realtà una creatura americana creata dalla Cia.

Proprio i legami tra la Cia, i servizi segreti israeliani e francesi “molto probabilmente” sono alla base degli incresciosi accadimenti di Parigi per cui, al di là delle recenti tesi complottiste, è doveroso sottolineare alcune anomalie riscontrate nella strage di Charlie Hebdo. Si ricorda che la forzatura del complottismo si palesa ogni qual volta ci si imbatte in un avvenimento che, direttamente o indirettamente, riguarda gli USA. Ma, nel caso degli avvenimenti di Parigi, effettivamente non tutto è proprio chiaro.

Innanzitutto l’episodio della carta d’identità «smarrita» sembrerebbe un depistaggio, certificando i fratelli Kouachi come gli esecutori. Ma poi, di chi era la carta d’identità smarrita? Secondo le prime notizie, era di Hamyd Mourad, un diciottenne, fratello di una fidanzata di uno dei Kouachi, presentatosi immediatamente alla stazione di Polizia di Charleville-Mézières, oltre 200 chilometri a nord est di Parigi, chiarendo l’equivoco: era regolarmente a scuola durante gli attacchi al civico 10 in Rue Nicolas-Appert. In un secondo momento la gendarmeria precisa che la carta d’identità dimenticata era di Said Kouachi, uno dei fratelli e la BBC, immediatamente, pubblica il documento.

Per molti analisti militari, gli attentatori immortalati nel video sembrano veri professionisti con un addestramento militare molto avanzato. Escono dall’edificio con efficienza chirurgica uccidendo il poliziotto a sangue freddo, utilizzando i kalashnikov con estrema precisione, muovendosi in maniera rapida, controllata, dimenticando la carta d’identità all’interno dell’autovettura…

I terroristi, come di consueto, non sono stati catturati vivi, vedi ad esempio la tragedia di Tolosa, e si auto-accusano poco prima di morire.

Il geopolitico francese esperto di Medio Oriente, Thierry Meyssan, definisce il comportamento dei killer “non assimilabile all’ideologia Jihadista” poichè i veri membri Fratelli Musulmani di Al Qaeda o Isis “non si sarebbero limitati ad uccidere i vignettisti ma avrebbero distrutto gli archivi del giornale, tutti gli oggetti che offendono il loro Dio”, e non sarebbero fuggiti in presenza della Polizia “ma avrebbero compiuto la loro missione fino in fondo, morendo sul campo”.

Inoltre Meyssan afferma che il loro abbigliamento non era di classico stampo jihadista poiché indossavano una tenuta da commando militare completamente nera e con cappucci.

Il 9 gennaio, uno degli assassini, Cherif Kouachi, dopo aver contattato il network BFM-TV afferma telefonicamente, con un’agghiacciante tranquillità, di essere inviato in missione da “Al Qaeda in Yemen e di essere stato nello Yemen in passato”. Inoltre, l’altro terrorista di colore, Coulibaly, contatta la redazione di BFM e, dopo aver ammazzato già quattro ostaggi, afferma di essersi “sincronizzato con gli assassini di Charlie Hebdo: loro Charlie Hebdo, io i poliziotti”, definendosi membro dello Stato Islamico, organizzazione tuttavia rivale di Al Qaeda.

Eppure, nonostante il Grande Fratello parigino, nessuna telecamera cittadina è riuscita a riprendere i malviventi, se non alcuni civili con i telefonini.

I terroristi pluriassassini erano ben conosciuti alle forze dell’ordine francesi, erano stati anche arrestati ma rimessi in libertà nonostante effettuavano con una certa disinvoltura diversi viaggi nello Yemen, in Siria… Tra l’altro i media francesi sostengono che “Coulibaly era già noto ai servizi dell’antiterrorismo francese. Sia lui che Cherif Kouachi, uno dei due autori della strage a Charlie Hebdo, erano fra i principali discepoli dello jihadista Djamel Beghal, condannato per terrorismo, che faceva proseliti per gli estremisti takfir, una setta all’interno della comunità salafita”. Per di più, i due fratelli erano nella lista nera USA dei terroristi più pericolosi…

Sia per Meyssan che per il quotidiano statunitense McClatchy vi sono dei legami tra gli attentatori parigini e David Drugeon, al vertice di al-Qaeda in Francia. Originariamente i media evidenziavano il legame di Said e Cherif Kouachi con la Siria, mentre di seguito si afferma che i due fratelli francesi agissero per conto del ramo Yemenita di al-Qaeda, finanziati da Anwar al-Awlaki, l’imam radicale ucciso da un drone americano proprio in Yemen nel 2011. Secondo Mikael Thalen, giornalista investigativo, al-Awlaki era ben conosciuto come triplo agente segreto della CIA e, secondo McClatchy, “Drugeon, creduto da molti esperti un agente dell’intelligence francese prima di legarsi ad al-Qaeda, è stato accusato di aver ideato l’attacco del ‘lupo solitario’ a Tolosa nel 2012 contro soldati francesi e bersagli ebrei”.

Il Pentagono lo reputava un bersaglio prioritario ed il ministro della Difesa francese è stato costretto a negare qualsiasi legame con i servizi segreti. Considerando questi legami atipici ed il fatto stesso che i fratelli Kouachi erano noti dal 2005 ai servizi francesi, affiora una storia intricata ed ambigua, che fa pensare ad un’operazione “false flag”. Thierry Meyssan propende per la teoria della strage parigina come miccia per far scoppiare una guerra civile in Francia piuttosto che accreditare la tesi della vendetta Jihadista sottolineando che la strategia dello “Scontro di civiltà” formulata da Bernard Lewis non è nata al Cairo, a Ryad o a Kaboul ma tra Washington e Tel Aviv.

Nelle stragi di Parigi sembrerebbe esserci lo zampino della polizia e dei servizi segreti, francesi in primo luogo, ma non solo. Si rappresenta ciclicamente l’immagine di piccoli delinquenti d’imprecisa origine musulmana (o franco-algerini) che, una volta in carcere per droga o altri reati, vengono indottrinati, radicalizzati che entrano in contatto con personaggi di spicco della jihad islamica. Alcuni, formati militarmente, vengono arruolati per combattere Assad in Siria secondo le direttive del governo di Parigi mentre altri, diventano infiltrati negli ambienti più radicali dell’estremismo jihadista svolgendo spesso ruoli di informatori, pronti anche al doppio gioco. Il tutto sotto l’attenta regia dei servizi segreti francesi.

Secondo McClatchy i fratelli Kouachi sarebbero legati ai servizi francesi. Come Mohammed Mehra, pericoloso jihadista, morto dopo un assedio delle teste di cuoio durato circa 30 ore. Anche lui francese d’origine algerina, 24 anni, reo di aver massacrato tre soldati francesi e poi quattro ebrei di una scuola ebraica a Tolosa, nel 2012. Aveva viaggiato molto in Afghanistan in Pakistan, in Israele… anche lui nella lista nera del governo di Washington e, apparentemente, un assassino solitario. Secondo McClatchy i fratelli Kouachi, come Mehra, erano al servizio dei francesi ed  entrambi “reclutati dall’artificiere del sotto-gruppo Khorasan di Al Qaeda”.

L’anno scorso, lo stesso McClatchy aveva rivelato l’esistenza di un infiltrato francese nelle file di Al Qaeda in Siria, stesso gruppo Khorasan. Non era un musulmano, si chiamava David Drugeon, e per la Cia era un militare francese “convertito” all’Islam; la DGSE smentisce fermamente.

Di recente, però, il 6 novembre 2014, Fox News annunciava che David Drugeon era stato ucciso da un drone americano, a Sarmada (Siria), e non da jihadisti che avevano scoperto la sua vera natura. Fox News reiterava l’accusa secondo cui Drugeon lavorava per i servizi francesi.

Un omicidio alquanto anomalo ed estremamente mirato. Ma come mai questo intreccio di servizi segreti e fuochi incrociati?

I francesi, con sei milioni di cittadini musulmani, hanno un importante bacino dal quale attingere potenziali informatori o infiltrati nelle file jihadiste che combattono in Siria o Iraq, “materiale” ritenuto fondamentale per il Quai d’Orsay o lo stesso DGSE.

E’ molto probabile che queste spie sono venute a conoscenza di qualcosa che non avrebbero dovuto scoprire; se raccogliessero prove compromettenti sugli aiuti che gli americani forniscono al DAESH, o ad altre frange terroristiche in stretti rapporti con il Dipartimento di Stato?

Inoltre, sulla lotta al terrorismo jihadista, con i jihadisti che vengono armati e finanziati da europei ed americani per abbattere il regime laico di Assad la situazione non è chiara; lo stesso Assad in un’intervista a Le Figaro afferma che “Chiunque contribuisca a finanziare e rafforzare il terrorismo (parola con cui Assad solitamente designa le forze ribelli) è nemico del popolo siriano. Il popolo francese non è nostro nemico, ma i suoi politici sì. E fino a quando i politici saranno ostili al popolo siriano, lo Stato francese sarà nostro nemico. E ci saranno ripercussioni negative sugli interessi della Francia”.

Gli americani hanno voluto punire i francesi eliminando Drugeon? Per l’accademico statunitense Alan Dershowitz i francesi gratificano i terroristi e sono il “Paese peggiore nel gioco con i terroristi”, alludendo a collusioni, collaborazioni che agli americani non piacciono. Ma allora, è possibile intuire che forse anche gli israeliani hanno voluto punire i francesi – i servizi – per qualcosa che non gli è piaciuto?

Facciamo un passo indietro: l’eccidio al museo ebraico di Bruxelles, il 24 maggio 2014. Un uomo estremamente ben addestrato (come i massacratori di Charlie Hebdo) entra con una borsa da ginnastica da cui estrae un kalashnikov; spara ed uccide tre persone, se ne esce tranquillo e deciso, con aitanza militare, a piedi, e fa sparire le sue tracce.  Due degli uccisi, i coniugi Emanuel e Miriam Riva, erano agenti del Mossad, e il lavoro al museo era la loro copertura.

Il terrorista si chiamava Mehdi Nemmouche, 29 anni, francese di origine algerina ed anche lui reduce dai combattimenti siriani a fianco dei jihadisti, poi tornato in Francia. Dopo la strage a Bruxelles, raggiunge in treno Marsiglia, mille chilometri più a sud, per consegnarsi alla polizia. Con tutte le sue armi, il kalashnikov, un revolver cal-38, una maschera antigas, 330 proiettili, ricambi per le armi ed una macchina fotografica.

Il Belgio esige da tempo la sua estradizione, ad oggi, mai concessa. Nemmouche sapeva benissimo che gli conveniva consegnarsi a Marsiglia anziché a Bruxelles; un vero professionista, come quelli che hanno sterminato Charlie Hebdo e che, probabilmente, non hanno perso alcuna carta d’identità.

Forse stiamo assistendo ad una serie di vendette e ritorsioni fra servizi segreti? Atti di una guerra ben lontani dalla versione limpida e chiara passata dai media? Tutto ciò non è dato saperlo.

Di certo, come sostiene lo scrittore italo-siriano Shady Hamadi, “sarà proprio questa nostra incapacità a considerare tutti i morti uguali, perché ci preoccupiamo solo della nostra civiltà, a condannarci ed a fornire il terreno fertile su cui il fanatismo, oggi islamico e domani chissà, attecchirà. In sostanza manca il riconoscimento dell’altro, del suo diritto al dolore e all’umanità”.

Forse proprio per questi motivi non tutti siamo Charlie.

Massimiliano Ferrara, PhD in Storia, Istituzioni e Relazioni internazionali dei Paesi extraeuropei presso l’Università degli Studi di Pisa, Deaf Education Teacher, autore di “Ante Pavelič, il duce croato” (Ed. Kappavu 2008) e di diversi saggi su Limes, Rivista di Studi Politici Internazionali, Nike, I Viaggi di Erodoto, Nuova Storia Contemporanea, Periferia, Studi Senesi, Globus. Assistant professor e seminarista in Demografia ed Etnodemografia presso la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università degli Studi di Siena.

La Marsigliese

” [...] Alle armi, cittadini
Formate i vostri battaglioni
Marciamo, marciamo! (Marciate, marciate!)
Che un sangue impuro
Imbeva i nostri solchi! [...] ”

Da “La Marsigliese”, inno della Francia:

Perchè anche noi siamo Charlie

L’idea di pubblicare su Recinto una breve vignetta con il motto “Je suis Charlie” mi è venuta quasi spontanea, quando ho visto in televisione le immagini dell’assalto dei criminali francesi alla sede del giornale e del supermercato kocher. Quel giorno mi trovavo per ragioni di lavoro a Bologna e stavo parlando casualmente con un amico della questione del fondamentalismo islamico, dell’immigrazione che, come noto, non è necessariamente islamista e fondamentalista, dei problemi dell’integrazione europea e delle crepe che l’Europa Comunitaria sta mostrando in questo periodo. Poi nel pomeriggio ho scoperto quanto stava accadendo. Devo dire la sincera verità: io non sapevo neppure chi fossero i giornalisti di Charlie Hebdo. Nonostante la loro notorietà nel panorama intellettuale francese, io non li conoscevo. Eppure l’idea di condividere il motto “Je suis Charlie” mi è venuta, come dicevo, immediata. Venendo al tema della satira, perchè evidentemente si è voluto colpire anche questa, se io fossi un vignettista non riuscirei probabilmente a fare satira come facevano e presumibilmente faranno i nuovi vignettisti di Charlie. Ma l’associazione a quel motto per me significa semplicemente di apprezzare e condividere il modo con cui i francesi riescono a dare punti a tutti quando la loro integrità viene toccata. La loro forza come nazione si è vista proprio in questi giorni. E mi sembra proprio che abbiano sentito il dovere di riaffermare i principi di laicità a prescindere dal fatto che le vignette fossero opportune o meno. Per me non lo erano, e non lo saranno, ma penso che se c’è qualche temerario che le scrive ben venga. Non rispettano il mio pensiero ma non le condanno neppure. Le accetto, come è giusto, in paesi democratici, accettare opinioni diverse dalle nostre. Il nostro mondo si è modellato anche su questi principi e ritengo giusto anche se a volte molto faticoso, difenderli. E, in nome di questi principi io mi sento, e credo si debba essere tutti Charlie.

Francesco Della Lunga

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“Leonardi, il capo scorta di Moro, ci invidiava le auto blindate, che al presidente della Dc erano state negate”

9788898689965Augusto Menichelli, oggi 85enne, per 15 anni è stato l’autista personale di Enrico Berlinguer. Lunedì prossimo uscirà nelle librerie, edito da Wingsbert, il libro scritto da Menichelli, dal titolo “In auto con Berlinguer”. Aldo Cazzullo lo ha intervistato per conto de Il Corriere della Sera, (http://www.corriere.it/politica/14_dicembre_11/quando-br-pedinavano-berlinguer-8d938f20-80ff-11e4-98b8-fc3cd6b38980.shtml) e riporto qui alcuni passaggi interessanti e curiosi di quest’intervista
In riferimento al rapimento di Moro, Menichelli racconta: “Con il maresciallo Leonardi, il capo scorta di Moro, eravamo amici. Ci invidiava le auto blindate, che al presidente della Dc erano state negate. Berlinguer aveva avuto la prima macchina blindata d’Italia: gli operai di Pisa ci avevano dato il vetro, i compagni di Roma avevano messo le lastre d’acciaio alle portiere. A lui non poteva accadere quel che accadde a Moro: oltre alla blindata e all’auto della polizia, c’era sempre un’altra macchina del partito, ogni volta diversa per confondere le Br, che ci precedeva o ci affiancava. E se fossero riusciti a rapirlo, i compagni l’avrebbero trovato, avessero dovuto setacciare tutta Roma. I poliziotti di scorta erano iscritti al partito: uno di nascosto, l’altro apertamente. Lo trasferirono a Udine per punizione. Allora intervenne Pecchioli: “Almeno mandatelo a casa sua”. Così fu trasferito a Lecce. Comunque le Br ci pedinavano. […] “. E segnalo anche un altro passaggio dell’intervista: “[…] Tra i giovani, i prediletti erano Bassolino e Angius. D’Alema era segretario della Fgci, ma non gli piaceva così tanto: troppo presuntuoso […]”
Roberto Di Ferdinando

Parole e parole

I Dieci Comandamenti contengono 279 parole, la Dichiarazione Americana d’Indipendenza 300 parole, le disposizioni della Comunità Europea sull’importazione di caramelle 25.911 parole.” (“Settimanale Panorama del 01/11/2012, pag. 56.”)

 

La crisi in Crimea e la politica internazionale

bandiera ucrainaPolitica internazionale e realpolitik nella crisi Ucraina

In questi giorni la crisi in Crimea sembra aver preso una strada decisiva verso l’annessione di questo lembo di terra fino ai ieri ucraina alla Russia. Il referendum delle scorse ore ha sancito in maniera decisiva questo passaggio che è stato prontamente accolto da Putin. I prossimi mesi ci diranno se questo passaggio diverrà irreversibile. La situazione in Crimea ha offerto la possibilità, agli interessati di questioni internazionali, di ricordare come agiscono le potenze, al di là dei dettati del moderno diritto internazionale. Interessante, a questo proposito, è un’intervista pubblicata oggi da Repubblica all’esperto di storia diplomatica Andrew Bacevich, docente all’Università di Boston. Secondo Bacevich le proteste degli USA e dell’Unione Europea, al di là delle sanzioni proclamate, non saranno particolarmente efficaci. L’annuncio delle sanzioni sono il minimo che l’Occidente poteva offrire all’Ucraina ed alle proprie opinioni pubbliche, peraltro assai disinteressate in un periodo di crisi economica come l’attuale. E d’altra parte i governi europei e lo stesso Obama, al di là delle dichiarazioni ufficiali, sembrano poco propensi ad avventurarsi in un teatro, come quello russo, che storicamente non è mai stato in cima all’agenda politica se non, appunto, nell’Ottocento. In realtà, la Russia ha troppi interessi nella regione per rinunciare alla Crimea, oltre alla volontà di mantenere un certo atteggiamento di rinata potenza mondiale. Ed anche gli europei e gli Stati Uniti non hanno grandi interessi a forzare troppo la mano: gli ex paesi comunisti che erano sotto il controllo dell’ex Urss oggi sono tutti saldamente nel campo occidentale, alcuni già da tempo dentro l’UE e dentro la NATO. Quindi, rispetto ai tempi della Guerra Fredda, l’Occidente ha già abbondantemente vinto la sua guerra. Secondo Bacevich la Russia oggi fa la voce grossa per mantenere legato al proprio territorio appena il 5% dei paesi che un tempo erano la “cintura di sicurezza” da utilizzare in caso di aggressione occidentale. Le sanzioni comunque, a dispetto di quanto avvenuto anche nel recente passato (Iran dopo il golpe di Khomeini, Iraq di Saddam Hussein dopo l’aggressione al Kuwait tanto per citare i casi più recenti e clamorosi) ed in un passato molto prossimo (per citare il nostro paese, ricordate le sanzioni inflitte all’Italia dalla Società delle Nazioni dopo l’aggressione all’Etiopia nel 1936?) potrebbero anche funzionare visto che oggi, rispetto ai casi citati, esiste un intreccio inestricabile di investimenti (soprattutto in titoli da parte degli investitori istituzionali) che, se bloccati, potrebbero realmente danneggiare Mosca. Intanto, oltre alle già citate sanzioni, oggi Washington afferma che la Russia uscirà dal G8. I prossimi mesi ci racconteranno gli sviluppi della crisi che ha, non dimentichiamolo, una seconda crisi passata in sottofondo ma non meno legata, quella siriana.

Francesco Della Lungabandiera ucraina