Recinto come barriera fisica, naturale, come le montagne, i fiumi o gli steccati. Ma anche come barriera convenzionale, come una frontiera. Frontiere che sono lentamente sparite, superate dalla politica e dagli scambi economici. Da tante frontiere, ad un'unica frontiera, da tanti recinti ad un unico recinto, internazionale, che avvolge la nostra contemporaneità

Category: Globalizzazione

Rischio soia

(Fonte: Io Donna – Corriere della Sera)

soia_paraguay_7Il mangime impiegato negli allevamenti italiani si compone per l’87% di soia;  soia importata anche dal Sud America. Infatti, negli ultimi anni è aumentata in maniera vorticosa la domanda di soia, anche per la produzione di biocarburante, tanto che nei paesi latinoamericani, principali produttori,  per far fronte a tale richiesta, che porta forti guadagni, si è determinato un cambiamento, o peggio, uno stravolgimento dell’ambiente naturale e sociale di ampie regioni. Una di queste è la Paranena in Paraguay. Infatti , qui la coltivazione di soia coinvolge la maggioranza dei campi. Non solo, in Paraguay l’85% dei terreni è di proprietà del 2,6% della popolazione, e questi pochi latifondisti hanno deciso di abbattere un milione di ettari di bosco atlantico per la monocoltura della soia che rappresenta in Paraguay il 12% del PIL. E ogni anno oltre il 9% del terreno paraguaiano è convertito alla coltura della soia.  Questa trasformazione dell’ambiente ha generato conseguenze anche in ambito sociale. Basti pensare che fino a dieci anni fa, per coltivare circa 500 ettari si rendeva necessario l’impiego di 50 famiglie che potevano vivere di questo lavoro. Oggi, lo stesso spazio, coltivato a soia, può essere curato da un solo campesino. Le campagne quindi si stanno spopolando, circa 9.000 famiglie di contadini all’anno, senza più terra da coltivare, migrano verso i centri urbani carichi di speranze che saranno deluse. Chi rimane nelle campagne ed ha la fortuna di avere il lavoro nei campi, non si salva però dalla contaminazione ambientale provocata dai potenti pesticidi impiegati nella regione di Paranena. Ad esempio si usa anche il glifosato, riconosciuto dall’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro come “probabile cancerogeno”. Se non bastasse gran parte della soia coltivata in Brasile, Argentina e Paraguay, rispettivamente il 2°, 3° e 4° produttore al mondo di soia (primo in assoluto sono gli USA) è transgenica……
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Gli attentati di Parigi ed il passo che avremmo già dovuto fare…

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a cura di Massimiliano Ferrara

Alle 4,20 del 18 novembre scorso a Parigi le teste di cuoio hanno dato l’assalto, con una sparatoria, ad un covo di terroristi dove si pensava fosse asserragliato anche Abdelhamid Abaaoud, considerato la mente delle recenti stragi. Si registrano due morti: uno jihadista e una donna kamikaze che si è fatta saltare in aria all’interno dell’appartamento per non essere catturata. Altre tre persone all’interno del covo sono state prese vive ed arrestate. A questi si aggiungono quattro arrestati, di cui una donna, nelle vicinanze dell’appartamento. Se non ce ne fossimo già accorti siamo in guerra. Partiamo da una certezza: la guerra esiste anche se è un conflitto interno al mondo islamico che, sin dagli anni ’80, rivaleggia tra concezioni radicalmente diverse dell’islam. Un conflitto legato indissolubilmente ad interessi egemonici/geopolitici incarnati da varie potenze musulmane come l’Arabia Saudita, Turchia, Egitto, Iran, paesi del Golfo ecc… In realtà la guerra è all’interno dell’islam e si svolge su terreni diversi in cui sorgono ogni giorno nuovi e sempre più terribili mostri: dalla Jihad islamica egiziana, fino ad al-Qaida e Daesh[1] (Stato Islamico, Is, Isis, Daesh). In questa guerra noi occidentali non siamo i protagonisti anche se lo stiamo malauguratamente diventando. Il fine degli attentati parigini del 13 novembre è di terrorizzarci per spingerci fuori dal Medio Oriente, che rappresenta la vera posta in gioco. E’ un conflitto in cui siamo coinvolti a causa della nostra antica presenza in quelle aree e dei nostri stessi interessi. La teoria di Daesh è sempre stata palese: fondare uno Stato laddove gli Stati precedenti sono stati creati dagli stranieri per cui sono “impuri”. Daesh guerreggia per il potere riconoscendosi con l’arma dell’unica e vera religione concorrendo ad affermarsi presso la comunità dei musulmani (che include le comunità musulmane all’estero) quale unico effettivo e “costituzionale” rappresentante dell’Islam contemporaneo. E’ come una guerra politica nella religione, che manipola i segni della religione mescolando sacro e profano. Infatti Daesh, come al-Qaida, uccide soprattutto musulmani e attacca chiunque si intromette in tale conflitto. Mentre al-Qaida chiedeva la cacciata delle basi Usa dall’Arabia Saudita e puntava a prendersi quello Stato (o alternativamente il Sudan e poi l’Afghanistan in combutta coi talebani) Daesh pretende di più: conquistare il cuore della comunità dei fedeli musulmani ed esigere la fine di ogni coinvolgimento occidentale e russo in Siria e Iraq. Non ultimo, creare un nuovo Stato laddove esisteva l’antico califfato: la Mesopotamia. E’ possibile, però, notare una peculiarità spesso passata inosservata: al-Qaida si muoveva in una situazione in cui gli Stati erano ancora relativamente forti; Daesh approfitta della loro fragilità nel mondo in cui saltano le frontiere. Non esiste lo scontro tra civiltà ma c’è uno scontro dentro una civiltà, in corso da molto tempo. Inoltre ci sono due questioni rilevanti: la prima riguarda la presenza politica, economica e militare in Medio Oriente; la seconda concerne come difendere le nostre democrazie, basate sulla convivenza tra diversi, allorquando i musulmani qui residenti sono coinvolti in tale animalesca contesa? Come tutelare la nostra civiltà dai turbamenti violenti della civiltà vicina? Occorre innanzitutto proteggere la nostra convivenza interna e la qualità della nostra democrazia. Di sicuro un’Europa unita soltanto da un punto di vista monetario non aiuta a risolvere il problema. Servirebbe un serio coordinamento tra tutte le forze dell’ordine per contrastare il fenomeno dell’estremismo, soprattutto nell’ambito delle collettività immigrate di origine arabo-islamiche, che rappresentano un’importante posta in gioco del terrorismo islamico. Da constatare anche che tali attentati si ripetono proprio mentre lo Stato Islamico perde terreno in Siria. Parallelamente occorre conservare il nostro clima sociale il più sereno possibile perché mantenere la calma significa non cedere ai richiami dell’odio che desidererebbero vendetta, che per rancore trasformerebbero le nostre città in ghetti contrapposti, seminando cultura del disprezzo e inimicizia. Non bisogna cadere nel tranello (purchè molto allettante) della reazione feroce e aggressiva perché sarebbe controproducente rendere infiammato il nostro clima sociale. Così regaliamo il controllo delle comunità islamiche occidentali ai terroristi, cedendo alla loro logica dell’odio proprio in casa nostra. E’ questa la vera sfida poiché una risposta violenta farebbe il gioco dello Stato Islamico. In secondo luogo, occorre necessariamente trovare una politica univoca sulla guerra di Siria, vero crogiuolo dove si formano i terroristi. Imporre la tregua e il negoziato è una priorità strategica. Solo la fine di quel conflitto potrà aiutarci mentre aggiungere guerra a guerra produce solo effetti devastanti. Finora abbiamo commesso molti errori: l’Occidente si è diviso, alcuni governi si sono schierati, altri hanno silenziosamente fornito armi, altri ancora hanno avuto atteggiamenti ambigui, non si è parlato con una sola voce agli Stati vicini a Siria e Iraq eccetera. La fine della guerra in Siria (e nell’immediato il suo contenimento) è il vero modo per togliere linfa vitale al terrorismo mettendo in seria difficoltà lo jihadismo.

In terzo luogo, sarebbe opportuno affrontare in modo più chiaro ciò che accade in Libia, nello Yemen, in Iraq, Libano, Egitto e Tunisia… Nonostante tali crisi siano in parte collegate, vanno necessariamente tenute distinte tra loro altrimenti si cadrebbe nell’errore (auspicato dal Daesh) di considerarle tutte crisi riconducibili ad un unico conflitto. In tale impegno occorrono alleanze forti con gli Stati islamici cosiddetti moderati: un modo per trattenere anche loro dal cadere (o essere trascinati) nella trappola del jihadismo che li vuole portare sul proprio terreno. Ogni conflitto mediorientale e mediterraneo ha una storia a sé. In altre parole: restare in Medio Oriente comporta un impegno politico a vasto raggio e continuo per cui è assolutamente fondamentale conoscere, pedinare e scovare i foreign fighters. Esistono, purtroppo, cellule dormienti mai del tutto distrutte che si riattivano con estrema velocità ed in perenne collegamento con il Medioriente. Malauguratamente, attentati di questo tipo possono essere compiuti da chiunque poiché non occorre particolare addestramento ed una conoscenza approfondita di tecniche militari. Combattere il fenomeno foreign fighters corrisponde a coinvolgere le comunità islamiche che potrebbero risultare strategicamente utili per scovare gli estremisti pronti ad intervenire. Più che una guerra di religione occorrerebbe una collaborazione tra religioni.

Inoltre è basilare capire che tipo di guerra stiamo combattendo senza cadere nell’errore di combattere una guerra contro l’Islam, ciò significherebbe rendere estremista anche l’attuale ala moderata con la quale, invece, necessita cooperare. La propaganda Daesh (come quella di al-Qaeda prima) tira continuamente in ballo l’Occidente: in realtà sta parlando alla comunità musulmana per farla insorgere. Fermare e sospendere la guerra di Siria è il solo modo per combattere il proliferarsi del terrorismo. Di certo sarà un’operazione lunga e complessa, ci saranno altri attentati, ma è una soluzione lungimirante anche se si tratta di far dialogare irriducibili nemici.  Continuare il conflitto in Siria vuol dire compiacere Daesh ed i suoi strateghi che avranno sempre un alibi; un Occidente ed una Russia divisi su tutto favoriscono chi sta creando uno “Stato” alternativo. Occorrerebbe che ribelli siriani e milizie di Assad (assieme ai rispettivi alleati) capiscano che esiste il nemico comune per cui vale la pena confrontarsi. Lo Stato Islamico furbescamente si presenta alla propria comunità come “diverso”, senza alleati, patriottico, anti-neocolonialista, no-global, incontaminato da interessi stranieri ed islamico al 100%. Un eventuale, ed auspicabile,  negoziato dovrebbe portare ad una tregua immediata aprendo un dibattito realistico sul futuro della Siria. Solo in tal modo si potrà mettere in piedi un’operazione internazionale di terra, che miri a stabilizzare il paese ed a mettere Daesh in seria difficoltà, perché quest’ultimo è stato estremamente abile ad approfittare delle nostre divisioni. I recenti attentati di Parigi hanno sconvolto la nostra opinione pubblica, ci hanno trascinato nell’incubo del terrore ma, al tempo stesso, stanno ricompattando strategicamente le forze Occidentali, e ciò è un passo che avremmo già dovuto fare da diverso tempo…



[1] DAESH  o ISIS?

Daesh è un acronimo: significa “Stato Islamico dell’Iraq e del Levante”, o “della Grande Siria”. Apparentemente il significato è lo stesso di Isis ma l’accezione attribuita a Daesh è spesso dispregiativa, perché somiglia a un altro termine arabo che significa «portatore di discordia». Secondo il The Guardian , addirittura, la Francia avrebbe preferito il termine Daesh perché simile al francese dèche, cioè «rompere». Che il termine sia disprezzato dai seguaci di Abu Bakr al-Baghdadi è confermato anche dalle testimonianze di chi racconta di punizioni corporali per chi utilizza pubblicamente il nome Daesh. Di conseguenza decidere tra Stato Islamico e Daesh significa dare forma a quella realtà. Praticamente tutte le testate giornalistiche optano per Isis, per una questione di semplicità e di uniformità.

 

concetto-del-internet-di-world-wide-web-21962706La prima pagina del World Wide Web (www) in Internet fu pubblicata il 6 agosto 1991 da Tim Berners-Lee, dagli uffici del Cern di Ginevra all’indirizzo http://info.cern.ch .
Quella pagina  è ancora on line: http://info.cern.ch/hypertext/WWW/TheProject.html

Perchè anche noi siamo Charlie

L’idea di pubblicare su Recinto una breve vignetta con il motto “Je suis Charlie” mi è venuta quasi spontanea, quando ho visto in televisione le immagini dell’assalto dei criminali francesi alla sede del giornale e del supermercato kocher. Quel giorno mi trovavo per ragioni di lavoro a Bologna e stavo parlando casualmente con un amico della questione del fondamentalismo islamico, dell’immigrazione che, come noto, non è necessariamente islamista e fondamentalista, dei problemi dell’integrazione europea e delle crepe che l’Europa Comunitaria sta mostrando in questo periodo. Poi nel pomeriggio ho scoperto quanto stava accadendo. Devo dire la sincera verità: io non sapevo neppure chi fossero i giornalisti di Charlie Hebdo. Nonostante la loro notorietà nel panorama intellettuale francese, io non li conoscevo. Eppure l’idea di condividere il motto “Je suis Charlie” mi è venuta, come dicevo, immediata. Venendo al tema della satira, perchè evidentemente si è voluto colpire anche questa, se io fossi un vignettista non riuscirei probabilmente a fare satira come facevano e presumibilmente faranno i nuovi vignettisti di Charlie. Ma l’associazione a quel motto per me significa semplicemente di apprezzare e condividere il modo con cui i francesi riescono a dare punti a tutti quando la loro integrità viene toccata. La loro forza come nazione si è vista proprio in questi giorni. E mi sembra proprio che abbiano sentito il dovere di riaffermare i principi di laicità a prescindere dal fatto che le vignette fossero opportune o meno. Per me non lo erano, e non lo saranno, ma penso che se c’è qualche temerario che le scrive ben venga. Non rispettano il mio pensiero ma non le condanno neppure. Le accetto, come è giusto, in paesi democratici, accettare opinioni diverse dalle nostre. Il nostro mondo si è modellato anche su questi principi e ritengo giusto anche se a volte molto faticoso, difenderli. E, in nome di questi principi io mi sento, e credo si debba essere tutti Charlie.

Francesco Della Lunga

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La principale minaccia per l’ambiente proviene dal….cibo

(fonte: National Geographic Italia), testo di Roberto Di Ferdinando

154904804-f28ef885-79b9-4c93-8b7e-fef3a016c837National Geographic Italia ha dedicato lo speciale del numero di maggio 2014 al “Futuro del cibo”, come nutrire in modo sostenibile un mondo sempre più popolato. Infatti, dai dati riportati dal mensile, risulta che le minacce per l’ambiente non provengano dallo smog o dalle emissioni delle industrie, ma dalla produzione e trasporto del cibo. Riporto di seguito alcuni dati interessanti che si possono leggere nell’articolo: “Oggi solo il 55% delle calorie dei cibi coltivati nutre le persone; il resto alimenta il bestiame (circa il 36%) o viene trasformato in biocarburanti e prodotti industriali (circa il 9%). Benché molti di noi consumino carne, latticini e uova di animali cresciuti in allevamenti intensivi, solo una frazione delle calorie presenti nei cibi ingeriti dal bestiame finisce nella carne o nel latte che arrivano sulle nostre tavole. Per 100 calorie di cereali dati al bestiame, si ottengono solo 40 calorie di latte, 22 di uova, 12 di pollo, 10 di maiale, 3 di manzo. Se trovassimo modi più efficienti per allevare il bestiame e consumassimo meno carne, nel mondo ci sarebbe più cibo.

Ridurre gli sprechi: “Si calcola che il 25% delle calorie da cibo e fino al 50% del peso totale del cibo vadano perduti o sprecati prima di essere consumati.

(http://www.nationalgeographic.it/dal-giornale/sommari/2014/04/30/foto/national_geographic_italia_maggio_2014-2118505/1/)

 

I milionari ex combattenti high-tech israeliani

(fonte: La Stampa) – Testo di Roberto Di Ferdinando

fibra-ottica-latinaLa sua esistenza è stata rivelata nel 2010, dopo circa 60 anni di operazioni di spionaggio tecnologico altamente segreto. Si tratta dell’Unità 8200, il reparto dell’esercito israeliano che si occupa di “monitorare” le comunicazioni.
Poco sappiamo su quest’unità: fu fondata nel 1952, grazie alla concessione da parte degli USA di materiale tecnologico dismesso, con lo scopo di raccogliere dati, ha base nel deserto del Negev ed opera per proteggere Israele da attacchi cibernetici e per effettuare operazioni informatiche contro i suoi nemici.
Nel 2010 fu Aharon Yadlin, allora capo dei servizi segreti israeliani, a comunicarne l’esistenza, e proprio in quelle settimane l’Iran fu vittima del più grande attacco informatico mai subìto, che mise fuori uso per lungo tempo le centrali nucleari di Teheran.
L’unità si compone di molti specialisti del settore high-tech e la loro preparazione è elevatissima. Basti pensare che una volta che i suoi componenti vanno in pensioni, questi trovano subito una collocazione ben retribuita (s i parla di stipendi di milioni di dollari) nell’industria informatica israeliana ed occidentale (nella sola Israele esistono circa 5.000 aziende informatiche che danno lavoro a circa 230.000 persone).
Molti dirigenti di aziende high-tech provengono dalla formazione e dall’esperienza dell’Unità 8200: Yair Cohen, ex generale e comandante dell’unità, oggi è a capo della Elbit System società privata che si occupa di intelligenze informatico; Yehuda e Zonhar Zisapel ex militari, oggi a capo di una decina di start-up impegnate nei servizi tecnologici, Aharon Zevi Farjash, ex cmandante dell’8200 ed oggi a capo della società informatica Fts21, mentre altre aziende digitali, come Nice, Convers e Check-Point sono state fondate da ex veterani dell’8200.
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I “signori della guerra”

Testo di Francesco Della Lunga

Una recentissima analisi delle spese militari apparsa su Internazionale numero 1001 ci permette di scoprire, non senza sorpresa, che i “signori della guerra” non sono i famigerati capi clan che si contendono il potere negli angoli più sperduti e dimenticati del continente africano, asiatico o mediorientale, bensì vere e proprie organizzazioni dotate di efficaci ed efficienti apparati produttivi, mezzi finanziari illimitati, consigli di amministrazione. Si, perché questi signori sono signori molto particolari:  non si riuniscono nelle giungle, savane o montagne bensì nei grandi  centri direzionali o sontuosi uffici delle principali capitali europee o del cosiddetto Occidente. I “signori della guerra” di cui parliamo sono i principali fornitori di  un business che non passa mai di moda e che è probabilmente più redditizio se condotto dalla parte del fornitore ovvero dalla parte di chi produce e vende armi. Aggiungiamo anche che i venditori di armi, di buon grado, riescono più efficacemente a sfuggire alla critica delle opinioni pubbliche posto che i principali organi di informazione, in un mondo attuale caratterizzato da conflitti lontani,  non si impegnano più di tanto nella fondamentale opera di informazione. Chi sono dunque, i “signori della guerra”? Non potevano che essere i paesi civilizzati, le vecchie potenze mondiali del Novecento, quelli che al tempo della “guerra fredda” avevano veri e propri arsenali, lascito di una guerra mondiale che aveva indotto a realizzare un industria di guerra prima e poi a mantenere eserciti ed armamenti in una logica di difesa. Bisogna certamente dare atto che dalla caduta del muro ad oggi, le vecchie potenze hanno attuato un’imponente ristrutturazione e riconversione passando da attività militari a civili ma, non potendo evidentemente smantellare tutto, hanno pensato bene di creare  un “vivace” mercato degli armamenti visto che la materia prima ovvero la “domanda” di mercato non mancava. Mettiamoli allora in fila i primi dieci “signori” di questo particolarissimo mercato, il mercato della morte. Il principale produttore mondiale di armi è, neanche a farlo apposta, l’America di Obama, rimasto, volente o nolente, l’unico gendarme mondiale anche se ultimamente piuttosto riluttante in questa veste che si è dapprima ritagliato e che adesso sta, suo malgrado, mantenendo. Seguono a ruota: Cina, Russia, Giappone, India, Arabia Saudita, Regno Unito, Germania, Francia ed Italia. Interessante appare osservare come i produttori siano i vecchi attori che diedero luogo all’ultimo conflitto mondiale e che, in larga parte, formano ancora oggi il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite con  diritto di veto ovvero USA,  Cina, Russia, Regno Unito, Francia. A questi si affiancano le altre potenze come il Giappone, la Germania e l’Italia che la guerra l’avevano persa, una potenza regionale come l’India e la new entry dell’Arabia Saudita. Il mercato, come dicevamo, è assai florido. Secondo il rapporto del SIPRI (Stokolm International Peace Research Institute) di Stoccolma del 2012  tra il 2001 ed il 2010 si  sono contati ben 69 “conflitti armati”, 221 conflitti “non statali”,  127 “violenze unilaterali”. E’ soprattutto la natura dei “conflitti armati che è cambiata. I conflitti fra eserciti regolari di stati sovrani come quello fra India e Pakistan o quello fra USA ed Iraq ha lasciato il posto a conflitti interni a singoli stati e fra forze non convenzionali che originano  i cosiddetti conflitti asimmetrici. I conflitti sono definiti asimmetrici quando coinvolgono eserciti regolari da un lato ed un gruppo senza sovranità territoriale con notevole differenza in termini di armamenti, strategie militari ed obiettivi. Le principali aree calde del globo rimangono ancora il Medio Oriente esteso, l’Africa sub sahariana, l’Afghanistan, alcune zone della Birmania, Thailandia e Filippine. Non c’è dunque da meravigliarsi se i “signori della guerra” possono continuare ad alimentare il loro macabro mercato.

I Creativi Culturali

L’Espresso ha dedicato un Dossier al Neo Umanesimo con un articolo dedicato ai Creativi Culturali (vedi le immagini). Completano il Dossier anche alcune interviste tra cui anche al candidato al Nobel, Ervin Laszlo.
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Espresso – pag 112
Espresso – pag 113

15 dicembre 2012 – Una giornata storica

(testo di Roberto Di Ferdinando)
Sabato 15 dicembre 2012 al Pala Dozza di Bologna si è svolto un evento straordinario ed unico in Italia. Infatti, quasi 2.000 persone della nuova cultura etica si sono ritrovate mosse dall’interesse per l’ecologia, i diritti umani, la salute naturale, il commercio etico, la pace, la spiritualità, il volontariato…, tutti impegnati a fare Rete, ad unirsi, perché la globalizzazione possa essere più umana, pacifica e sostenibile. Tutti co-creatori del più grande “movimento di consapevolezza globale e di rinnovamento etico e sostenibile”, in modo da raggiungere quella “massa critica” capace di rendere effettivo, equo e sostenibile il cambiamento del Nostro Pianeta.
La Giornata della Consapevolezza, questo il titolo dato dagli organizzatori (il Club di Budapest che contra tra i suoi soci fondatori otto premi Nobel – http://www.clubdibudapest.it/home.html), ha visto la partecipazione dei rappresentanti di centinaia di associazioni italiane e straniere che si occupano dei temi del Nuovo Mondo. Si sono susseguiti gli interventi Ervin Laszlo (candidato al Nobel per la Pace), il dott. Nitamo Montecucco (creatore del Censimento Globale http://www.censimentoglobale.it/), Paul Hawken (creatore della Rete “Wiser Earth), delegati della “Carta della Terra” e di Avaaz. Ed ancora, Tara Ghandi, nipote del Mahatma, la Presidentessa del Costa Rica (il primo paese al mondo che ha rinunciato agli armamenti), esponenti delle minoranze tribali dell’Australia, i rappresentanti del Goi Peace Found del Giappone, Sree Tathata, Rita El Kayat (Africa) e tanti altri, tra cui personaggi del mondo dello spettacolo.
Durante la giornata è stato proiettato in anteprima mondiale il film-documentario “Globalshift”, un film che trasmette una nuova consapevolezza sul nostro ruolo nella storia e mostra il grande cambiamento globale e le potenzialità della nostra consapevolezza per creare insieme un futuro pacifico, umano e sostenibile.
Momenti molto intensi ed emozionanti le tre meditazioni che sono state guidate dal Dott. Monteccuco, capaci di creare un grande campo energetico e vibrazionale all’interno del Palazzetto. Raramente in Italia è accaduto che tante persone meditassero insieme concentrate in uno stesso luogo.
Consapevolezza ed apertura del cuore questo è il messaggio che è stato lanciato da Balogna, questa è la strada per un Mondo Nuovo.
Serenità e Consapevolezza
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Il video della giornata tratto dal sito di Repubblica
http://video.repubblica.it/edizione/bologna/bologna-la-giornata-della-consapevolezza/113855/112255

Tutti insieme, Consapevoli e con il Cuore aperto per un Nuovo Mondo
Il Dott. Nitamo Monteccuco mentre guida la meditazione collettiva sul Cuore
I protagonisti del film-documentario “Globalshift”