Recinto come barriera fisica, naturale, come le montagne, i fiumi o gli steccati. Ma anche come barriera convenzionale, come una frontiera. Frontiere che sono lentamente sparite, superate dalla politica e dagli scambi economici. Da tante frontiere, ad un'unica frontiera, da tanti recinti ad un unico recinto, internazionale, che avvolge la nostra contemporaneità

Category: Medio Oriente

La guerra sporca

Guerra_Golfo“[…] Che cosa non si doveva vedere nel primo golfo nella cosiddetta guerra asettica e i collateral damages? Corre il 1991. Quando arrivo al Joint Information Bureau di Dhahran, Arabia Saudita orientale, debbo sottoscrivere per le “ground rules”, le “regole di comportamento sul terreno”, per ottenere il badge e l’accredito. Eccole: “Dovrete sempre essere accompagnati da una scorta militare, non sono autorizzate visite alle unità al fronte senza scorta militare, è proibito filmare o fotografare soldati feriti o uccisi, è proibito dare informazioni sul tipo di armi, equipaggiamenti, spostamenti, consistenza numerica delle unità, è proibito identificare le località o basi dalle quali partono specifiche missioni di guerra, è proibito divulgare informazioni sulla consistenza e l’armamento delle forze nemiche, è proibito menzionare in dettaglio le perdite subite dalle forze della coalizione, sono vietate le interviste non concordate”. Uno sparuto gruppetto di giornalisti italiani fugge. Infrangendo le regole, si insedia a Hafr al Batin, sede della guarnigione più vicina alla prima linea. Così poi siamo riusciti ad arrivare a Kuwait City il giorno dopo i marines americani. Il 2 marzo 1991, un sabato pomeriggio, sentiamo l’inviato della Bbc che racconta per radio il massacro avvenuto nella notte tra il 25 e il 26 febbraio sul Mutlaa Ridge, un’altura a nord della capitale del Kuwait. Lì si è addensato un ingorgo colossale di iracheni in fuga dopo l’invito ad andarsene lanciato per radio da Saddam Hussein. Molti hanno rapito cittadini dell’emirato e li hanno costretti a seguirli. Speravano che fossero le loro polizze di assicurazione sulla vita. L’aviazione alleata ha scaricato un inferno di bombe, comprese quelle a grappolo, cassette che si aprono a una altezza predeterminata e seminano piccole mine. […]<<I Desert Rats inglesi stanno seppellendo i corpi in fretta in fosse comuni, come se avessero avuto l’ordine di farli sparire>>. […] vede una corriera rovesciata. Tutt’intorno sulla sabbia sono sparse carogne di pecore intatte. Non sono trapassate da schegge, non sono mutilate. Sembra che siano state inchiodate sul posto da una forza oscura, potente, letale. L’autista è riverso sul volante. Indossa una tunica che è rimasta candida, nessuna macchia di sangue, nessuna bruciatura, nessun strappo. Sono le vittime delle Fuel Auir Explosive, sganciate da elicotteri o da Hercules MC-130. Le F.A.E. liberano nell’aria una miscela di propano e di napalm che viene incendiata da un missile. L’onda d’urto fa esplodere le mine interrate e assorbe ossigeno facendo morire per soffocamento anche chi è protetto dal cemento armato di un bunker […]”.
(Lorenzo Bianchi, inviato del Quotidiano Nazionale, su DESK – 2015)

Gli attentati di Parigi ed il passo che avremmo già dovuto fare…

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a cura di Massimiliano Ferrara

Alle 4,20 del 18 novembre scorso a Parigi le teste di cuoio hanno dato l’assalto, con una sparatoria, ad un covo di terroristi dove si pensava fosse asserragliato anche Abdelhamid Abaaoud, considerato la mente delle recenti stragi. Si registrano due morti: uno jihadista e una donna kamikaze che si è fatta saltare in aria all’interno dell’appartamento per non essere catturata. Altre tre persone all’interno del covo sono state prese vive ed arrestate. A questi si aggiungono quattro arrestati, di cui una donna, nelle vicinanze dell’appartamento. Se non ce ne fossimo già accorti siamo in guerra. Partiamo da una certezza: la guerra esiste anche se è un conflitto interno al mondo islamico che, sin dagli anni ’80, rivaleggia tra concezioni radicalmente diverse dell’islam. Un conflitto legato indissolubilmente ad interessi egemonici/geopolitici incarnati da varie potenze musulmane come l’Arabia Saudita, Turchia, Egitto, Iran, paesi del Golfo ecc… In realtà la guerra è all’interno dell’islam e si svolge su terreni diversi in cui sorgono ogni giorno nuovi e sempre più terribili mostri: dalla Jihad islamica egiziana, fino ad al-Qaida e Daesh[1] (Stato Islamico, Is, Isis, Daesh). In questa guerra noi occidentali non siamo i protagonisti anche se lo stiamo malauguratamente diventando. Il fine degli attentati parigini del 13 novembre è di terrorizzarci per spingerci fuori dal Medio Oriente, che rappresenta la vera posta in gioco. E’ un conflitto in cui siamo coinvolti a causa della nostra antica presenza in quelle aree e dei nostri stessi interessi. La teoria di Daesh è sempre stata palese: fondare uno Stato laddove gli Stati precedenti sono stati creati dagli stranieri per cui sono “impuri”. Daesh guerreggia per il potere riconoscendosi con l’arma dell’unica e vera religione concorrendo ad affermarsi presso la comunità dei musulmani (che include le comunità musulmane all’estero) quale unico effettivo e “costituzionale” rappresentante dell’Islam contemporaneo. E’ come una guerra politica nella religione, che manipola i segni della religione mescolando sacro e profano. Infatti Daesh, come al-Qaida, uccide soprattutto musulmani e attacca chiunque si intromette in tale conflitto. Mentre al-Qaida chiedeva la cacciata delle basi Usa dall’Arabia Saudita e puntava a prendersi quello Stato (o alternativamente il Sudan e poi l’Afghanistan in combutta coi talebani) Daesh pretende di più: conquistare il cuore della comunità dei fedeli musulmani ed esigere la fine di ogni coinvolgimento occidentale e russo in Siria e Iraq. Non ultimo, creare un nuovo Stato laddove esisteva l’antico califfato: la Mesopotamia. E’ possibile, però, notare una peculiarità spesso passata inosservata: al-Qaida si muoveva in una situazione in cui gli Stati erano ancora relativamente forti; Daesh approfitta della loro fragilità nel mondo in cui saltano le frontiere. Non esiste lo scontro tra civiltà ma c’è uno scontro dentro una civiltà, in corso da molto tempo. Inoltre ci sono due questioni rilevanti: la prima riguarda la presenza politica, economica e militare in Medio Oriente; la seconda concerne come difendere le nostre democrazie, basate sulla convivenza tra diversi, allorquando i musulmani qui residenti sono coinvolti in tale animalesca contesa? Come tutelare la nostra civiltà dai turbamenti violenti della civiltà vicina? Occorre innanzitutto proteggere la nostra convivenza interna e la qualità della nostra democrazia. Di sicuro un’Europa unita soltanto da un punto di vista monetario non aiuta a risolvere il problema. Servirebbe un serio coordinamento tra tutte le forze dell’ordine per contrastare il fenomeno dell’estremismo, soprattutto nell’ambito delle collettività immigrate di origine arabo-islamiche, che rappresentano un’importante posta in gioco del terrorismo islamico. Da constatare anche che tali attentati si ripetono proprio mentre lo Stato Islamico perde terreno in Siria. Parallelamente occorre conservare il nostro clima sociale il più sereno possibile perché mantenere la calma significa non cedere ai richiami dell’odio che desidererebbero vendetta, che per rancore trasformerebbero le nostre città in ghetti contrapposti, seminando cultura del disprezzo e inimicizia. Non bisogna cadere nel tranello (purchè molto allettante) della reazione feroce e aggressiva perché sarebbe controproducente rendere infiammato il nostro clima sociale. Così regaliamo il controllo delle comunità islamiche occidentali ai terroristi, cedendo alla loro logica dell’odio proprio in casa nostra. E’ questa la vera sfida poiché una risposta violenta farebbe il gioco dello Stato Islamico. In secondo luogo, occorre necessariamente trovare una politica univoca sulla guerra di Siria, vero crogiuolo dove si formano i terroristi. Imporre la tregua e il negoziato è una priorità strategica. Solo la fine di quel conflitto potrà aiutarci mentre aggiungere guerra a guerra produce solo effetti devastanti. Finora abbiamo commesso molti errori: l’Occidente si è diviso, alcuni governi si sono schierati, altri hanno silenziosamente fornito armi, altri ancora hanno avuto atteggiamenti ambigui, non si è parlato con una sola voce agli Stati vicini a Siria e Iraq eccetera. La fine della guerra in Siria (e nell’immediato il suo contenimento) è il vero modo per togliere linfa vitale al terrorismo mettendo in seria difficoltà lo jihadismo.

In terzo luogo, sarebbe opportuno affrontare in modo più chiaro ciò che accade in Libia, nello Yemen, in Iraq, Libano, Egitto e Tunisia… Nonostante tali crisi siano in parte collegate, vanno necessariamente tenute distinte tra loro altrimenti si cadrebbe nell’errore (auspicato dal Daesh) di considerarle tutte crisi riconducibili ad un unico conflitto. In tale impegno occorrono alleanze forti con gli Stati islamici cosiddetti moderati: un modo per trattenere anche loro dal cadere (o essere trascinati) nella trappola del jihadismo che li vuole portare sul proprio terreno. Ogni conflitto mediorientale e mediterraneo ha una storia a sé. In altre parole: restare in Medio Oriente comporta un impegno politico a vasto raggio e continuo per cui è assolutamente fondamentale conoscere, pedinare e scovare i foreign fighters. Esistono, purtroppo, cellule dormienti mai del tutto distrutte che si riattivano con estrema velocità ed in perenne collegamento con il Medioriente. Malauguratamente, attentati di questo tipo possono essere compiuti da chiunque poiché non occorre particolare addestramento ed una conoscenza approfondita di tecniche militari. Combattere il fenomeno foreign fighters corrisponde a coinvolgere le comunità islamiche che potrebbero risultare strategicamente utili per scovare gli estremisti pronti ad intervenire. Più che una guerra di religione occorrerebbe una collaborazione tra religioni.

Inoltre è basilare capire che tipo di guerra stiamo combattendo senza cadere nell’errore di combattere una guerra contro l’Islam, ciò significherebbe rendere estremista anche l’attuale ala moderata con la quale, invece, necessita cooperare. La propaganda Daesh (come quella di al-Qaeda prima) tira continuamente in ballo l’Occidente: in realtà sta parlando alla comunità musulmana per farla insorgere. Fermare e sospendere la guerra di Siria è il solo modo per combattere il proliferarsi del terrorismo. Di certo sarà un’operazione lunga e complessa, ci saranno altri attentati, ma è una soluzione lungimirante anche se si tratta di far dialogare irriducibili nemici.  Continuare il conflitto in Siria vuol dire compiacere Daesh ed i suoi strateghi che avranno sempre un alibi; un Occidente ed una Russia divisi su tutto favoriscono chi sta creando uno “Stato” alternativo. Occorrerebbe che ribelli siriani e milizie di Assad (assieme ai rispettivi alleati) capiscano che esiste il nemico comune per cui vale la pena confrontarsi. Lo Stato Islamico furbescamente si presenta alla propria comunità come “diverso”, senza alleati, patriottico, anti-neocolonialista, no-global, incontaminato da interessi stranieri ed islamico al 100%. Un eventuale, ed auspicabile,  negoziato dovrebbe portare ad una tregua immediata aprendo un dibattito realistico sul futuro della Siria. Solo in tal modo si potrà mettere in piedi un’operazione internazionale di terra, che miri a stabilizzare il paese ed a mettere Daesh in seria difficoltà, perché quest’ultimo è stato estremamente abile ad approfittare delle nostre divisioni. I recenti attentati di Parigi hanno sconvolto la nostra opinione pubblica, ci hanno trascinato nell’incubo del terrore ma, al tempo stesso, stanno ricompattando strategicamente le forze Occidentali, e ciò è un passo che avremmo già dovuto fare da diverso tempo…



[1] DAESH  o ISIS?

Daesh è un acronimo: significa “Stato Islamico dell’Iraq e del Levante”, o “della Grande Siria”. Apparentemente il significato è lo stesso di Isis ma l’accezione attribuita a Daesh è spesso dispregiativa, perché somiglia a un altro termine arabo che significa «portatore di discordia». Secondo il The Guardian , addirittura, la Francia avrebbe preferito il termine Daesh perché simile al francese dèche, cioè «rompere». Che il termine sia disprezzato dai seguaci di Abu Bakr al-Baghdadi è confermato anche dalle testimonianze di chi racconta di punizioni corporali per chi utilizza pubblicamente il nome Daesh. Di conseguenza decidere tra Stato Islamico e Daesh significa dare forma a quella realtà. Praticamente tutte le testate giornalistiche optano per Isis, per una questione di semplicità e di uniformità.

 

L’assalto di Daesh alla Francia e la risposta dell’Unione Europea

A cura di Francesco Della Lunga

Al di là di quelli che saranno poi gli sviluppi delle indagini francesi e dall’azione delle intelligence di Francia e Belgio rileviamo con interesse l’opinione espressa lo scorso 14 novembre alla trasmissione della 7, Otto e Mezzo, condotta dalla Gruber dagli ospiti intervenuti, l’ex Presidente del Consiglio italiano Enrico Letta, oggi professore alla PSIA (Paris School of International Affairs), Massimo Cacciari, filosofo ed ex politico ed il Generale Vincenzo Camporini (Istituto Affari Internazionali).

L’analisi condotta in questo breve spazio televisivo ha messo in evidenza alcuni punti:

-        Necessità di dare una risposta ai cittadini europei (perché è pacifico che sia la comunità occidentale in generale e quella europea esposta all’attacco di Daesh) in termini di sicurezza e che questo debba e possa essere fatto con una risposta specifica o non ordinaria, introducendo misure che potrebbero anche limitare la certezza dei diritti individuali;

-        Necessità di dare una risposta di “sistema”, come detto da Cacciari e Letta e condiviso anche dal Generale, nel senso che la risposta può essere vincente solo se ci sarà “più Europa” e meno “stati nazione”;

-        Necessità di valutare al meglio tutti gli scenari presenti e futuri per evitare che l’Occidente debba rimanere sotto lo scacco di gruppi di terroristi sanguinari ed in un vortice continuo di terrore;

-        Necessità di valutare e decidere le risposte in un ambito strategico e geopolitico ben determinato, con un obiettivo fortemente condiviso.

Proviamo a riassumere un po’ questi quattro punti riportando le posizioni espresse.

La risposta ai cittadini europei deve avvenire in termini di sicurezza, senza che il venir meno della stessa possa mettere in crisi il normale svolgimento della vita quotidiana. Per far questo viene auspicato il massimo coinvolgimento, a livello centrale europeo e con un forte coordinamento, di tutte le intelligence. Veniva fatto notare come un fenomeno come quello parigino sia probabilmente la sconfitta dell’intelligence giacché le azioni condotte dai terroristi ieri a Parigi lasciano pensare ad una attenta pianificazione e preparazione che è totalmente sfuggita alle forze di polizia. Mentre, in casi di terrorismo, quando nulla succede, è certamente da ascrivere anche a merito dell’intelligence che, come noto, quando agisce, lo fa senza che si abbiano notizie. Il coordinamento delle forze di polizia e dei servizi dei paesi europei pare dunque la prima risposta che tutti gli analisti e soprattutto i cittadini dovrebbero auspicarsi.

La risposta di “sistema” è forse quella più complessa da attuare perché ad oggi appare totalmente da costruire ma è anche quella che può dare il migliore risultato possibile, ovvero la scomparsa di questo fenomeno. Sia Cacciari che Letta hanno in qualche modo condannato le parole del leader della Lega Nord Salvini secondo il quale ci sarebbe da dichiarare guerra all’IS. La guerra sul terreno è il maggiore spauracchio di tutti i leader europei e di tutte le loro opinioni pubbliche. Interessante, da questo punto di vista, l’osservazione di Letta, secondo la quale le opinioni pubbliche europee non sono da tempo più abituate a condividere e sopportare una guerra sul campo con tutto quello che ne consegue. D’altra parte, la guerra fatta soltanto con i droni è una guerra che non si può vincere. La risposta di “sistema”, come dice Cacciari, riguarda tutti gli aspetti, da quelli politici a quelli militari. Ma la risposta militare non può rimanere avulsa da una strategia politica di lungo periodo che cerchi di individuare gli scenari futuri perché altrimenti le conseguenze sarebbero ancora peggiori. Negli ultimi anni abbiamo assistito al fallimento di interventi militari, peraltro senza l’intervento sul terreno di truppe europee o Nato o Statunitensi in alcuni teatri quali la Siria, la Libia ed in generale tutta l’area mediorientale attraversata prima dalle primavere e poi dall’affermazione dell’IS o Daesh. La risposta di “sistema” dovrebbe dunque essere attuata dispiegando tutte le risorse possibili sotto un unico coordinamento, quello europeo. Ad oggi abbiamo ancora la presenza della Nato, due ex grandi potenze come la Gran Bretagna e la Francia con dispositivi militari certamente integrati in quello Nato ma comunque ancora con forti velleità di dimostrare la propria forza anche senza questo ombrello, istituzioni europee deboli che non sono in grado di organizzare una risposta militare senza il sostegno Nato e, in ultima analisi, statunitense. Il lavoro da fare quindi appare enorme, ma di fronte agli eventi di Parigi si dovrà necessariamente rispondere riorganizzando i dispositivi di sicurezza e quelli militari portandoli sotto il controllo politico europeo. Questo significherà certamente abbandonare l’idea che ci ha cullati fino ad oggi e durante gli ultimi settant’anni con la consolazione dell’intervento americano e riappropriandoci del nostro comune destino. Una scelta che inevitabilmente potrà avvenire solo se a livello politico l’Europa sarà in grado di fare ora il salto di qualità.

Il terzo punto si lega invece alla risposta che occorre dare al fenomeno migratorio. Molti leader politici nazionali hanno legato le minacce alla sicurezza sul territorio interno alla presenza di terroristi fuggiti dalle aree di crisi. Mentre gli analisti argomentano dicendo che occorre fare attenzione a fare di tutta l’erba un fascio. In Europa la presenza islamica ormai è forte ed è radicata in quasi tutte le nazioni. I fenomeni degli ultimi due anni stanno però rischiando di mettere a rischio la coesione sociale. Anche in questo caso si è notato una risposta individuale al fenomeno con qualche caso di clamoroso ripensamento (ad esempio in Germania questa estate, di fronte alla massiccia invasione di profughi dalla Grecia e dalla Turchia si è prima aperto le porte a tutti, per poi richiudere le frontiere) e senza la mancanza assoluta di condivisione e coordinamento. L’Italia è stata lasciata sola di fronte agli sbarchi, la Francia a chiuso le frontiere a Ventimiglia scordandosi di Shenghen, gli inglesi hanno cercato di bloccare gli sbarchi e lasciare gli immigrati in terra francese. Per non parlare del governo ungherese che ha issato l’ennesimo muro di filo spinato in Europa, ai propri confini con la Serbia. Ma una soluzione deve essere trovata perché il cittadino normale si sente solo ed abbandonato e soprattutto sente di perdere la propria sicurezza di fronte alla presenza di persone di origini diverse che non capisce e che recepisce come una minaccia anche al proprio futuro. La coesione sociale rischia di essere minata da questi fenomeni e se l’Europa non trova una risposta efficace il futuro della costruzione comunitaria appare ad altissimo rischio.

Sull’ultima questione trattata, ci sembra rilevante il pensiero di Letta che si lega, ancora una volta, al tema dell’impreparazione europea ad una guerra sul terreno. In questo senso rilevante diventa il ruolo russo che, negli ultimi giorni ha preso vigore grazie ad alcune dichiarazioni del Presidente Putin che si sarebbe detto disposto a dislocare truppe in Siria. Per Letta potrebbe essere un passo obbligato valutare la posizione russa in termini di “realpolitik”. Se gli europei non sono ancora in grado di affrontare una guerra sul terreno, potrebbero accettare di buon grado la presenza russa su un territorio irto di insidie come quello siriano, senza peraltro esporsi direttamente. Nonostante il peso che un’alleanza esplicita con un interlocutore ritenuto fino ad oggi inaffidabile e contrario alla maggioranza dei valori europei potrebbe comportare, sembra quasi inevitabile rivolgersi anche ad attori “scomodi” almeno fino a che l’Europa non sarà in grado di rispondere con una sola voce al pericolo sempre più vicino di Daesh.

Palestinesi proteggono agente israeliana

palestinesi_difendono_agente_israelianaNella foto di Shaul Golan, fotografo del giornale israeliano Yedioth Ahronoth, sono immortalati due uomini, palestinesi, che con i propri corpi, ed a mani alzate, fanno da scudo ad una poliziotta israeliana presa di mira con lancio di sassi da parte di coloni israeliani. I due palestinesi hanno poi scortato l’agente lontano dalla zona. L’agente era intervenuta insieme ai suoi colleghi per sedare gli scontri tra coloni israeliani e contadini palestinese nell’insediamento di Esh Kodesh, occupata illegalmente dai coloni.

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(Fonte: Corriere della Sera)

Siamo (ancora) tutti Charlie Hebdo?

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Articolo di Massimiliano Ferrara

Il 2 novembre 2011, prima dell’uscita del numero dedicato alla vittoria del partito fondamentalista islamico Ennhadha nelle elezioni in Tunisia, la redazione di Charlie Hebdo viene colpita da alcune bombe molotov; segnale inconfutabile del “fastidio” creato dalle vignette del settimanale satirico parigino. Il numero riguardava la biografia illustrata di Maometto, rispetto alla quale il direttore Charb affermava “La paura è il peggior nemico dell’Islam. Bisogna smettere di temere l’Islam. Credo che si possa parlare di questa religione così come si fa per tutte le altre fedi. Sarebbe opportuno smettere di trattare i musulmani che vivono in Francia come degli extra terrestri”.

Oltre la satira delle vignette, ciò che realmente si percepisce è la netta sensazione che lo “scontro di civiltà” sia sempre più imminente; uno scontro che oggi trova il suo giustificativo nella blasfemia e nell’apostasia. Per assurdo, come sostiene sul The Washington Post Fareed Zakaria, allievo del politologo Samuel P. Huntington, l’unico libro sacro che contempla la blasfemia è la Bibbia (Levitico 24:16) mentre nel Corano il
 termine blasfemia non appare mai e tantomeno si proibisce di ritrarre Maometto, 
pur esistendo diversi detti
 del Profeta, o hadith, che lo 
vietano al fine di evitare l’idolatria. Lo studioso islamico Maulana Wahiduddin 
Khan afferma che “Nell’Islam la blasfemia è oggetto di dibattito intellettuale più che di punizioni fisiche”.

Per i jihadisti la blasfemia e l’apostasia sono gravi crimini contro l’Islam da punire con la violenza e purtroppo trovano vasta diffusione nel mondo musulmano anche tra i cosiddetti Paesi “moderati”. In effetti la legislazione di molti Paesi a maggioranza musulmana prevede norme contro la blasfemia e l’apostasia, che in qualche realtà vengono applicate (vedi Pakistan, Bangladesh, Malaysia, Egitto, Turchia, Sudan) attuando un uso punitivo e persecutorio delle leggi. Alla base vi è un uso distorto della politica che molto spesso, purtroppo, agisce per emarginare le opposizioni avvicinandosi alle frange fondamentaliste.

Una politica di forti interessi economico-strategici che trova un terreno fertile proprio in Medio Oriente. Molto probabilmente per comprendere i fatti di Parigi occorre, brevemente, evidenziare alcune anomalie della strage di Parigi senza essere tacciati di “complottismo”.

Nonostante i fatti dell’11 settembre, il massacro di Atocha a Madrid o le bombe multiple che hanno colpito Londra, mai prima d’ora si è assistito ad una manifestazione così imponente. “La grande marcia repubblicana” dell’11 gennaio scorso dei Capi di Stato a Parigi rappresenta la presa di coscienza dell’Europa di trovarsi di fronte al pericolo del terrorismo religioso per cui, giustamente, ci si indigna per la violenza e la disumanità riservata alle vittime dei massacri. Non è mancata, però, la polemica per l’assenza del presidente americano Obama. A Parigi c’erano tutti da Netanyahu, a Cameron, Abu Mazen, Merkel e Renzi. Ma non Obama, né Kerry o Biden bensì l’ambasciatore in Francia, Jane Hartley con l’attorney General Eric Holder e il vice segretario del dipartimento di Homeland Security, Alejandro Mayorkas, per prendere parte con i funzionari francesi a un summit sul terrorismo. La Casa Bianca non ha commentato né l’assenza di Obama né le polemiche.

Di fronte a questo tipo di manifestazioni appare evidente la mancanza di “reciprocità” se si pensa agli oltre 200 mila siriani (di cui più di 70 mila morti nel solo 2014) deceduti nella guerra contro il regime dittatoriale di Assad; una guerra finanziata anche da Paesi europei e da alcuni Capi di Stato presenti a Parigi (vedi il fratello dell’Emiro del Qatar Mohammed bin Hamad bin Khalifa Al Thani che, il 14 marzo 2014 scorso al Center for a New American Security, il sottosegretario del Tesoro USA David Cohen ha accusato  di essere il punto di partenza dei fondi utilizzati per finanziare Hamas, lo Stato Islamico e le altre principali formazioni del terrore islamista. Per Cohen i destinatari di questi fondi sono spesso gruppi terroristi tra cui il Fronte di Al Nusra, affiliazione siriana di Al Qaida e lo Stato Islamico di Iraq e Siria (Isis). Recentemente l’ex Segretario di Stato Americano, Hillary Clinton, in un’intervista rilasciata a Jeffrey Goldberg del giornale web The Atlantic ha ammesso: “L’Isis è roba nostra, ma ci è sfuggita di mano. È stato un fallimento. Abbiamo fallito nel voler creare una guerriglia anti Assad credibile. Era formata da islamisti, da secolaristi, da gente nel mezzo. Il fallimento di questo progetto ha portato all’orrore a cui stiamo assistendo”. Insomma, l’Isis, quello che oggi viene ritenuto “il male assoluto”, è in realtà una creatura americana creata dalla Cia.

Proprio i legami tra la Cia, i servizi segreti israeliani e francesi “molto probabilmente” sono alla base degli incresciosi accadimenti di Parigi per cui, al di là delle recenti tesi complottiste, è doveroso sottolineare alcune anomalie riscontrate nella strage di Charlie Hebdo. Si ricorda che la forzatura del complottismo si palesa ogni qual volta ci si imbatte in un avvenimento che, direttamente o indirettamente, riguarda gli USA. Ma, nel caso degli avvenimenti di Parigi, effettivamente non tutto è proprio chiaro.

Innanzitutto l’episodio della carta d’identità «smarrita» sembrerebbe un depistaggio, certificando i fratelli Kouachi come gli esecutori. Ma poi, di chi era la carta d’identità smarrita? Secondo le prime notizie, era di Hamyd Mourad, un diciottenne, fratello di una fidanzata di uno dei Kouachi, presentatosi immediatamente alla stazione di Polizia di Charleville-Mézières, oltre 200 chilometri a nord est di Parigi, chiarendo l’equivoco: era regolarmente a scuola durante gli attacchi al civico 10 in Rue Nicolas-Appert. In un secondo momento la gendarmeria precisa che la carta d’identità dimenticata era di Said Kouachi, uno dei fratelli e la BBC, immediatamente, pubblica il documento.

Per molti analisti militari, gli attentatori immortalati nel video sembrano veri professionisti con un addestramento militare molto avanzato. Escono dall’edificio con efficienza chirurgica uccidendo il poliziotto a sangue freddo, utilizzando i kalashnikov con estrema precisione, muovendosi in maniera rapida, controllata, dimenticando la carta d’identità all’interno dell’autovettura…

I terroristi, come di consueto, non sono stati catturati vivi, vedi ad esempio la tragedia di Tolosa, e si auto-accusano poco prima di morire.

Il geopolitico francese esperto di Medio Oriente, Thierry Meyssan, definisce il comportamento dei killer “non assimilabile all’ideologia Jihadista” poichè i veri membri Fratelli Musulmani di Al Qaeda o Isis “non si sarebbero limitati ad uccidere i vignettisti ma avrebbero distrutto gli archivi del giornale, tutti gli oggetti che offendono il loro Dio”, e non sarebbero fuggiti in presenza della Polizia “ma avrebbero compiuto la loro missione fino in fondo, morendo sul campo”.

Inoltre Meyssan afferma che il loro abbigliamento non era di classico stampo jihadista poiché indossavano una tenuta da commando militare completamente nera e con cappucci.

Il 9 gennaio, uno degli assassini, Cherif Kouachi, dopo aver contattato il network BFM-TV afferma telefonicamente, con un’agghiacciante tranquillità, di essere inviato in missione da “Al Qaeda in Yemen e di essere stato nello Yemen in passato”. Inoltre, l’altro terrorista di colore, Coulibaly, contatta la redazione di BFM e, dopo aver ammazzato già quattro ostaggi, afferma di essersi “sincronizzato con gli assassini di Charlie Hebdo: loro Charlie Hebdo, io i poliziotti”, definendosi membro dello Stato Islamico, organizzazione tuttavia rivale di Al Qaeda.

Eppure, nonostante il Grande Fratello parigino, nessuna telecamera cittadina è riuscita a riprendere i malviventi, se non alcuni civili con i telefonini.

I terroristi pluriassassini erano ben conosciuti alle forze dell’ordine francesi, erano stati anche arrestati ma rimessi in libertà nonostante effettuavano con una certa disinvoltura diversi viaggi nello Yemen, in Siria… Tra l’altro i media francesi sostengono che “Coulibaly era già noto ai servizi dell’antiterrorismo francese. Sia lui che Cherif Kouachi, uno dei due autori della strage a Charlie Hebdo, erano fra i principali discepoli dello jihadista Djamel Beghal, condannato per terrorismo, che faceva proseliti per gli estremisti takfir, una setta all’interno della comunità salafita”. Per di più, i due fratelli erano nella lista nera USA dei terroristi più pericolosi…

Sia per Meyssan che per il quotidiano statunitense McClatchy vi sono dei legami tra gli attentatori parigini e David Drugeon, al vertice di al-Qaeda in Francia. Originariamente i media evidenziavano il legame di Said e Cherif Kouachi con la Siria, mentre di seguito si afferma che i due fratelli francesi agissero per conto del ramo Yemenita di al-Qaeda, finanziati da Anwar al-Awlaki, l’imam radicale ucciso da un drone americano proprio in Yemen nel 2011. Secondo Mikael Thalen, giornalista investigativo, al-Awlaki era ben conosciuto come triplo agente segreto della CIA e, secondo McClatchy, “Drugeon, creduto da molti esperti un agente dell’intelligence francese prima di legarsi ad al-Qaeda, è stato accusato di aver ideato l’attacco del ‘lupo solitario’ a Tolosa nel 2012 contro soldati francesi e bersagli ebrei”.

Il Pentagono lo reputava un bersaglio prioritario ed il ministro della Difesa francese è stato costretto a negare qualsiasi legame con i servizi segreti. Considerando questi legami atipici ed il fatto stesso che i fratelli Kouachi erano noti dal 2005 ai servizi francesi, affiora una storia intricata ed ambigua, che fa pensare ad un’operazione “false flag”. Thierry Meyssan propende per la teoria della strage parigina come miccia per far scoppiare una guerra civile in Francia piuttosto che accreditare la tesi della vendetta Jihadista sottolineando che la strategia dello “Scontro di civiltà” formulata da Bernard Lewis non è nata al Cairo, a Ryad o a Kaboul ma tra Washington e Tel Aviv.

Nelle stragi di Parigi sembrerebbe esserci lo zampino della polizia e dei servizi segreti, francesi in primo luogo, ma non solo. Si rappresenta ciclicamente l’immagine di piccoli delinquenti d’imprecisa origine musulmana (o franco-algerini) che, una volta in carcere per droga o altri reati, vengono indottrinati, radicalizzati che entrano in contatto con personaggi di spicco della jihad islamica. Alcuni, formati militarmente, vengono arruolati per combattere Assad in Siria secondo le direttive del governo di Parigi mentre altri, diventano infiltrati negli ambienti più radicali dell’estremismo jihadista svolgendo spesso ruoli di informatori, pronti anche al doppio gioco. Il tutto sotto l’attenta regia dei servizi segreti francesi.

Secondo McClatchy i fratelli Kouachi sarebbero legati ai servizi francesi. Come Mohammed Mehra, pericoloso jihadista, morto dopo un assedio delle teste di cuoio durato circa 30 ore. Anche lui francese d’origine algerina, 24 anni, reo di aver massacrato tre soldati francesi e poi quattro ebrei di una scuola ebraica a Tolosa, nel 2012. Aveva viaggiato molto in Afghanistan in Pakistan, in Israele… anche lui nella lista nera del governo di Washington e, apparentemente, un assassino solitario. Secondo McClatchy i fratelli Kouachi, come Mehra, erano al servizio dei francesi ed  entrambi “reclutati dall’artificiere del sotto-gruppo Khorasan di Al Qaeda”.

L’anno scorso, lo stesso McClatchy aveva rivelato l’esistenza di un infiltrato francese nelle file di Al Qaeda in Siria, stesso gruppo Khorasan. Non era un musulmano, si chiamava David Drugeon, e per la Cia era un militare francese “convertito” all’Islam; la DGSE smentisce fermamente.

Di recente, però, il 6 novembre 2014, Fox News annunciava che David Drugeon era stato ucciso da un drone americano, a Sarmada (Siria), e non da jihadisti che avevano scoperto la sua vera natura. Fox News reiterava l’accusa secondo cui Drugeon lavorava per i servizi francesi.

Un omicidio alquanto anomalo ed estremamente mirato. Ma come mai questo intreccio di servizi segreti e fuochi incrociati?

I francesi, con sei milioni di cittadini musulmani, hanno un importante bacino dal quale attingere potenziali informatori o infiltrati nelle file jihadiste che combattono in Siria o Iraq, “materiale” ritenuto fondamentale per il Quai d’Orsay o lo stesso DGSE.

E’ molto probabile che queste spie sono venute a conoscenza di qualcosa che non avrebbero dovuto scoprire; se raccogliessero prove compromettenti sugli aiuti che gli americani forniscono al DAESH, o ad altre frange terroristiche in stretti rapporti con il Dipartimento di Stato?

Inoltre, sulla lotta al terrorismo jihadista, con i jihadisti che vengono armati e finanziati da europei ed americani per abbattere il regime laico di Assad la situazione non è chiara; lo stesso Assad in un’intervista a Le Figaro afferma che “Chiunque contribuisca a finanziare e rafforzare il terrorismo (parola con cui Assad solitamente designa le forze ribelli) è nemico del popolo siriano. Il popolo francese non è nostro nemico, ma i suoi politici sì. E fino a quando i politici saranno ostili al popolo siriano, lo Stato francese sarà nostro nemico. E ci saranno ripercussioni negative sugli interessi della Francia”.

Gli americani hanno voluto punire i francesi eliminando Drugeon? Per l’accademico statunitense Alan Dershowitz i francesi gratificano i terroristi e sono il “Paese peggiore nel gioco con i terroristi”, alludendo a collusioni, collaborazioni che agli americani non piacciono. Ma allora, è possibile intuire che forse anche gli israeliani hanno voluto punire i francesi – i servizi – per qualcosa che non gli è piaciuto?

Facciamo un passo indietro: l’eccidio al museo ebraico di Bruxelles, il 24 maggio 2014. Un uomo estremamente ben addestrato (come i massacratori di Charlie Hebdo) entra con una borsa da ginnastica da cui estrae un kalashnikov; spara ed uccide tre persone, se ne esce tranquillo e deciso, con aitanza militare, a piedi, e fa sparire le sue tracce.  Due degli uccisi, i coniugi Emanuel e Miriam Riva, erano agenti del Mossad, e il lavoro al museo era la loro copertura.

Il terrorista si chiamava Mehdi Nemmouche, 29 anni, francese di origine algerina ed anche lui reduce dai combattimenti siriani a fianco dei jihadisti, poi tornato in Francia. Dopo la strage a Bruxelles, raggiunge in treno Marsiglia, mille chilometri più a sud, per consegnarsi alla polizia. Con tutte le sue armi, il kalashnikov, un revolver cal-38, una maschera antigas, 330 proiettili, ricambi per le armi ed una macchina fotografica.

Il Belgio esige da tempo la sua estradizione, ad oggi, mai concessa. Nemmouche sapeva benissimo che gli conveniva consegnarsi a Marsiglia anziché a Bruxelles; un vero professionista, come quelli che hanno sterminato Charlie Hebdo e che, probabilmente, non hanno perso alcuna carta d’identità.

Forse stiamo assistendo ad una serie di vendette e ritorsioni fra servizi segreti? Atti di una guerra ben lontani dalla versione limpida e chiara passata dai media? Tutto ciò non è dato saperlo.

Di certo, come sostiene lo scrittore italo-siriano Shady Hamadi, “sarà proprio questa nostra incapacità a considerare tutti i morti uguali, perché ci preoccupiamo solo della nostra civiltà, a condannarci ed a fornire il terreno fertile su cui il fanatismo, oggi islamico e domani chissà, attecchirà. In sostanza manca il riconoscimento dell’altro, del suo diritto al dolore e all’umanità”.

Forse proprio per questi motivi non tutti siamo Charlie.

Massimiliano Ferrara, PhD in Storia, Istituzioni e Relazioni internazionali dei Paesi extraeuropei presso l’Università degli Studi di Pisa, Deaf Education Teacher, autore di “Ante Pavelič, il duce croato” (Ed. Kappavu 2008) e di diversi saggi su Limes, Rivista di Studi Politici Internazionali, Nike, I Viaggi di Erodoto, Nuova Storia Contemporanea, Periferia, Studi Senesi, Globus. Assistant professor e seminarista in Demografia ed Etnodemografia presso la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università degli Studi di Siena.

I milionari ex combattenti high-tech israeliani

(fonte: La Stampa) – Testo di Roberto Di Ferdinando

fibra-ottica-latinaLa sua esistenza è stata rivelata nel 2010, dopo circa 60 anni di operazioni di spionaggio tecnologico altamente segreto. Si tratta dell’Unità 8200, il reparto dell’esercito israeliano che si occupa di “monitorare” le comunicazioni.
Poco sappiamo su quest’unità: fu fondata nel 1952, grazie alla concessione da parte degli USA di materiale tecnologico dismesso, con lo scopo di raccogliere dati, ha base nel deserto del Negev ed opera per proteggere Israele da attacchi cibernetici e per effettuare operazioni informatiche contro i suoi nemici.
Nel 2010 fu Aharon Yadlin, allora capo dei servizi segreti israeliani, a comunicarne l’esistenza, e proprio in quelle settimane l’Iran fu vittima del più grande attacco informatico mai subìto, che mise fuori uso per lungo tempo le centrali nucleari di Teheran.
L’unità si compone di molti specialisti del settore high-tech e la loro preparazione è elevatissima. Basti pensare che una volta che i suoi componenti vanno in pensioni, questi trovano subito una collocazione ben retribuita (s i parla di stipendi di milioni di dollari) nell’industria informatica israeliana ed occidentale (nella sola Israele esistono circa 5.000 aziende informatiche che danno lavoro a circa 230.000 persone).
Molti dirigenti di aziende high-tech provengono dalla formazione e dall’esperienza dell’Unità 8200: Yair Cohen, ex generale e comandante dell’unità, oggi è a capo della Elbit System società privata che si occupa di intelligenze informatico; Yehuda e Zonhar Zisapel ex militari, oggi a capo di una decina di start-up impegnate nei servizi tecnologici, Aharon Zevi Farjash, ex cmandante dell’8200 ed oggi a capo della società informatica Fts21, mentre altre aziende digitali, come Nice, Convers e Check-Point sono state fondate da ex veterani dell’8200.
RDF

Lo shale gas, nuova frontiera delle risorse energetiche e nuove preoccupazioni ambientali

Foto tratta da: www.greenstyle.it

Foto tratta da: www.greenstyle.it

Testo di Roberto Di Ferdinando (fonte: Avvenire)

Lo shale gas, o scisto (si legga: http://www.recintointernazionale.it/2011/12/il-gas-di-scisto/) è il gas intrappolato nelle rocce di argilla, che le nuove tecnologie permettono adesso di estrarre, a costi relativamente bassi, a profondità di oltre tre chilometri. L’estrazione avviene, a tali profondità e condizioni, anche per il petrolio.
Secondo le rivelazioni di Pira, la società di consulenza in ambito di energie, lo sfruttamento di tali “nuove” risorse e giacimenti, nel 2014 permetterà agli USA di diventare il primo produttore di idrocarburi al mondo, superando l’Arabia Saudita, fino ad oggi considerata il serbatoio energetico del mondo, e lasciando alla Cina il primato del paese importatore di petrolio greggio. Uno sconvolgimento nel panorama geopolitico e non solo.
Gli USA diventeranno così autonomi riguardo l’approvvigionamento energetico, e non a caso il loro interesse nelle questioni Medio Orientali (dove si concentrano le maggiori risorse di petrolio) si è negli ultimi tempi ridotto. Anche se è vero che l’economia (e quindi anche la politica) a stelle e strisce ha interesse che non vi siano situazioni di crisi economiche e politiche a livello internazionale, mantenendo così e comunque un occhio attento a questa regione, ma si riduce notevolmente, anche come arma di pressione, il tema del petrolio del golfo arabo (si veda anche: http://www.recintointernazionale.it/2013/04/gli-usa-si-sganciano-dal-medio-oriente/)
Inoltre, negli Stati Uniti già oggi l’energia costa poco per fini industriali, se poi gli USA potranno accedere agli enormi giacimenti di gas scisto, diventeranno sempre più attraenti, tanto che sarà più vantaggioso per le industrie petrolchimiche anche europee delocalizzare in America.
Gli USA hanno un ulteriore vantaggio, infatti la normativa federale al momento non limita la sperimentazione e l’estrazione dello shale gas, mentre in Europa tale ricerca ed attività è tutt’ora limitata. Infatti, l’estrazione di questo gas avviene tramite il fracking, una tecnica per spaccare gli scisti di argilla e liberare il gas dal sottosuolo. Una tecnica molto invasiva che richiede il pompaggio di gas che, non è stato ancora dimostrato, una volta liberati potrebbero inquinare le falde acquifere. Il Parlamento europeo nel 2012 ha approvato delle mozioni in cui si chiede una legislazione stringente in materia di shale gas. Nello scorso ottobre la stessa istituzione comunitaria ha esteso l’obbligo di valutare le conseguenze sul territorio anche agli idrocarburi non convenzionali. Ma contro questa “prudenza” comunitaria si stanno schierando i paesi dell’est europeo, che siedono su enormi giacimenti di shale gas, ed hanno trovato nella Gran Bretagna un buon alleato; infatti, il premier Cameron in estate si è espresso così:”non possiamo perdere l’occasione del fracking.” Lo shale gas rischia di entrare in Europa da Londra.
RDF

Israele-Iran: ci siamo alla guerra?

(fonte: Corriere della Sera), a cura di Roberto Di Ferdinando

Se ne parla da anni, dal 2008, e ritorna prepotente ad ogni vigilia delle elezioni presidenziali negli USA, cioè il possibile attacco di Israele all’Iran. Ma qualcosa sembra essere cambiato, in negativo. Nei precedenti “allarmi”, si parlava che la risposta militare israeliana al progetto nucleare iraniano sarebbe stata attuata entro pochi mesi, e poi passavano anni, adesso, invece, si parla di “attacco imminente”, di “poche settimane”, che in sostanza sarebbero pochi mesi. E la notizia dello scontro è credibile, infatti i futures del greggio nell’ultima settimana sono aumentati, la Banca Centrale d’israele ha indicato realistico, tra gli scenari negativi dell’attuale crisi finanziaria, un attacco all’Iran, ed i media israeliani stanno mettendo la notizia in prima pagina da alcuni giorni. Secondo fonti israeliane e statunitensi (National Intelligence Estimate) le capacità nucleari iraniane sono aumentate e dal 1° ottobre Teheran potrà contare su 250 kg di uranio arricchito al 20%, superando così i limiti consentiti ed ottenendo l’armamento per almeno 4 bombe nucleari da lanciare su territorio israeliano tramite i missili Shahab-3. Israele quindi pensa ad un attacco preventivo, e tre sono le strategie d’offesa: F15I e F16I volerebbero prima verso Nord, chiedendo l’autorizzazione del sorvolo alla Turchia, per poi dirigersi, una volta entrati nel cielo iraniano, verso il sud del paese sciita, oppure i caccia israeliani attraverserebbero Giordania e Iraq, per colpire subito al cuore le centrali iraniani, od ancora attaccherebbero prima gli obiettivi strategici dal sud, passando dall’Arabia Saudita, che però non sembra disposta a concedere autorizzazioni al sorvolo del proprio territorio. Altro dubbio dei politici e militari israeliani è se a fine mandato e con una campagna elettorale in corso Obama appoggerebbe l’attacco israeliano all’Iran? Molti ritengono che non potrebbe non schierarsi a fianco di Israele, ma questo potrebbe costargli la rielezione. Quindi niente è certo, tranne l’instabilità della regione.
RDF

Un minuto di silenzio

(fonte: Corriere della Sera), a cura di Roberto Di Ferdinando

Ilana Romano è la vedova di Yossef Romano, sollevatore di pesi israeliano, ucciso, insieme ad altri dieci suoi compagni, nel settembre del 1972 a Monaco, nel villaggio Olimpico, per mano dei terroristi palestinesi di Settembre Nero. Dal 1976, dalle Olimpiadi di Montreal, Ilana è sempre stata presente ai Giochi Olimpici successivi (non si recò a Mosca nel 1980 perché Israele non vi prendeva parte) per ricordare in silenzio  l’eccidio di quegli atleti. E ci sarà anche a Londra, ancora una volta in silenzio e tenendosi per mano con Ankie Spitzer, un’altra vedova di quel settembre 1972. Ed anche a Londra Ilena chiederà un minuto di silenzio ufficiale per quegli undici uomini. Nessun riferimento alla loro nazionalità, ma solo un semplice e rispettoso ricordo di un minuto “come figli delle Olimpiadi, gli sportivi che andarono a Monaco in pace e ritornarono nelle bare”. Un appello che molto probabilmente cadrà ancora una volta nel vuoto, infatti, nonostante Sebastian Coe, presidente del comitato organizzatore di Londra 2012, abbia annunciato di voler celebrare le vittime durante la cerimonia di apertura, un netto e fermo divieto è giunto, invece, dal belga Jacques Rogge, il capo del CIO. Ed all’interno del comitato olimpico anche Alex Gilady, rappresentante israeliano, si è espresso contrario al minuto di silenzio, perché potrebbe “danneggiare lo spirito di armonia e spingere alcune nazioni a boicottare i Giochi”. Eppure, Gilady, fa notare la Romano, in quel settembre del 1972 era anche lui a Monaco quale giornalista sportivo e ritornò in patria con lo stesso aereo che rimpatriò le 11 salme. Ad oggi quindi l’unica celebrazione ufficiale in programma sarà quella del 6 agosto, quando la delegazione israeliana ricorderà, come ha sempre fatto in ogni Olimpiade, gli atleti israeliani uccisi.
Intanto la Romano e la Spitzer si sono attivate in questi anni per raccogliere  firme in favore dell’istituzione del minuto di silenzio, chissà se basteranno a far cadere il silenzio-oblio voluto dal CIO.
Anche in Italia è partita un’iniziativa di raccolta firme per il minuto di silenzio: http://www.amicidisraele.org/2012/07/solo-un-minuto-per-favore/ .
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Non c’è pace neanche per il caviale

(fonte: Corriere della Sera), a cura di Roberto Di Ferdinando

Sembra che Israele e Iran non riescano proprio a trovare un tema su cui andare d’accordo, perfino sul caviale devono contendersi e confrontarsi aspramente.
Andiamo per ordine. Fino ad alcuni anni fa il 95% del caviale presente sulle tavole di tutto il mondo proveniva dal Mar Caspio e la maggioranza di questo non era d’allevamento. L’Iran era uno dei più importanti esportatori di caviale, era, perché adesso la sua posizione dominante nel mercato mondiale delle uova di storione è minacciata dai nuovi produttori, tra cui Israele che ha visto difatti aumentare del 25% la produzione ed esportazione di questo pregiato alimento. Nei kibbuz del Nord, grazie alle acque montane è fiorita la storionicoltura, agevolata anche dalle conoscenze vendute ad Israele da consulenti russi, curiosamente sono russi anche i tecnici che stanno fornendo (servizio ben remunerato) il know-how al programma atomico iraniano. A rendere sempre più dinamica la produzione israeliana di caviale, anche il divieto, per un ebreo osservante, secondo le regole kosher dell’alimentazione, di  mangiare le uova di qualsiasi pesce. Ecco quindi che quasi tutto il caviale israeliano è esportato, divenendo il principale rivale per quello iraniano.
Ma la guerra alimentare tra Israele e Iran non si gioca solo sul caviale, infatti già in passato avevamo denunciato la polemica tra Gerusalemme e Teheran per via dei pistacchi. Infatti Israele ne è un grande importatore dalla Giordania e dall’Egitto, senza però sapere (o far finta di sapere) che quei pistacchi, in verità, provengono dall’Iran. A tal proposito si veda il nostro post: http://recintointernazionale.blogspot.it/2008/06/notizie-dal-medio-oriente-iran-israele.html .
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