Recinto come barriera fisica, naturale, come le montagne, i fiumi o gli steccati. Ma anche come barriera convenzionale, come una frontiera. Frontiere che sono lentamente sparite, superate dalla politica e dagli scambi economici. Da tante frontiere, ad un'unica frontiera, da tanti recinti ad un unico recinto, internazionale, che avvolge la nostra contemporaneità

Category: Medio Oriente

Ma Netanyahu dice la verità?

(fonte: Corriere della Sera), a cura di Roberto Di Ferdinando

Nei giorni scorsi, Yuval Diskin, l’ex responsabile dello Shin Bet, l’agenzia di intelligence per gli affari interni dello stato di Israele, ha rilevato alla stampa israeliana di non credere più alle dichiarazioni del governo di Israele in riferimento al programma nucleare dell’Iran. Diskin, infatti, ha denunciato che il premier israeliano Netanyahu e il ministro della Difesa, Barak, stanno diffondendo notizie false sull’Iran e le sue capacità nella costruzione della bomba atomica per giustificare un prossimo attacco israeliano a Teheran (circa 200 caccia-bombardieri israeliani sono pronti per decollare all’istante). Anzi, Diskin afferma che proprio la politica aggressiva dell’attuale governo israeliano sta spingendo l’Iran a realizzare effettivamente un programma atomico, unico deterrente difensivo per il paese degli ayatollah. Il governo ha accusato Diskin di essere un clown e di agire solo per rabbia e frustrazione. Rabbia o pagliaccio, Diskin però non è il primo ex collaboratore dell’attuale governo israeliano ad accusare Netanyahu e compagnia di falsità. Già l’ex  capo di Stato maggiore Ashenazi, l’ex capo del Mossad, Dagan, l’ex capo degli 007 militari, Yadlin, l’ex consigliere della sicurezza del governo, Arad…, avevano denunciato il governo di Israele di ingannare l’opinione pubblica sulla questione della bomba atomica iraniana. Dov’è la verità?
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Israele: il paese più verde

(fonte: Sette-Corriere della Sera), a cura di Roberto Di Ferdinando

Lo stato di Israele è l’unico paese al mondo in cui la concentrazione di verde è più alta rispetto a 100 anni fa. Infatti, in Israele nell’ultimo secolo sono cresciuti 230 milioni di piante, le foreste hanno ricoperto 160 mila ettari e sono stati costituiti oltre mille parchi naturali. Questo verde è curato da 220 dighe e bacini costruiti negli ultimi 60 anni che contribuiscono al recupero di 260 milioni di metri cubi d’acqua l’anno. Merito di tutta questa attenzione alla natura è anche del Keren Kayemeth LeIsrael (KKL), la più antica organizzazione ambientalistica al mondo. La KKL, infatti, dal 1959 svolge la funzione di raccogliere fondi nel mondo da destinare alle coltivazioni in Israele; si possono donare da 15 euro (adozione di un albero) a 4.000 euro (adozione di una foresta) oltre ad acquistare con un massimo di 75 euro una quota idrica per il recupero delle acque. Circa 170 milioni di alberi presenti sul territorio israeliano sono stati donati dal KKL che punta nei prossimi 10 anni a piantare 7 milioni di piante, l’equivalente dell’attuale popolazione israeliana. Una filosofia non solo ecologica, ma che tiene conto anche delle particolari esigenze del piccolo stato medio orientale. Infatti, le conifere piantate a ridosso del deserto israeliano garantiscono una maggiore cattura di carbonio con un impiego minimo di acqua; si pensi (dati tratti dall’articolo di Sette-Corriere della Sera) che un albero di 10 metri di altezza, in 70-100 anni di vita, richiedendo annualmente 285 mm di acqua piovana, può annullare tra i 500 e gli 800 kg di carbonio, tre volte la quantità di quella catturata dalle foreste Occidentali, inoltre le nuove piantagioni favoriranno l’aumento dell’umidità e quindi la diminuzione anche di 4 gradi  delle calde temperature del deserto del Negev. Non solo, in Israele è all’avanguardia anche la ricerca nell’ambito del recupero delle acque dato chenella zona le risorse idriche sono scarse ed anche strategiche. Israele deve difatti appoggiarsi sui paesi confinanti per il proprio fabbisogno idrico. Ecco quindi la costruzione di grandi bacini idrici per la raccolta di acqua piovana ed il riciclo di quella usata. Ad esempio ogni 500 metri cubi d’acqua sporca, 400 rientrano in circolo in tempi brevi e molto diffuso è l’uso di desalinizzatori.
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I veti della Russia sulla vicenda della Siria

(fonte: Corriere della Sera), a cura di Roberto Di Ferdinando

Sono molti i motivi per i quali la Russia si sia opposta, nella sede del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, alle sanzioni contro il governo siriano che sta, con la violenza e il sangue, annientando la protesta della popolazione locale.
Difatti, la Russia, appoggiata dalla Cina e dall’India, è contraria ad alcune iniziative degli organismi internazionali, denunciandoli quali interferenze nelle questioni interne dei paesi. La paura di Mosca è che tali interferenze potrebbero essere usate in futuro contro la stessa Russia, se Putin decidesse di contrastare con mano pesante l’opposizione interna.
Inizialmente la Russia si era opposta anche all’operazione ONU-NATO in Libia, per poi chiudere un occhio, convinta che l’azione si sarebbe limitata a separare e pacificare le parti in guerra, invece, alla fine Mosca si è trovata ad un cambio di potere e la perdita di un alleato commerciale importante quale Gheddafi.
E difatti sono gli affari che hanno spinto la Russia a porre il veto sulle sanzioni alla Siria. Da decenni Mosca commercia con Damasco, i russi hanno appena fornito armi (jet e missili avanzati)ad Assad per il valore di 4 miliardi di dollari. Non solo, la Russia ha dato il via libera all’investimento in Siria di 20 miliardi di dollari nel settore delle infrastrutture, dell’energia e del turismo.
Infine un’altra forte motivazione e che Putin ha strappato un accordo con Assad per ottenere l’utilizzo del porto siriano di Tartus, l’ideale sbocco sul Meditarenneo per la nuova visione geopolitica e di difesa (?) della Russia.
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E’ l’ora della guerra?

(fonte: Corriere della Sera), a cura di Roberto Di Ferdinando

Dell’attacco israeliano all’Iran se ne parla dal 2008, ogni volta sembra di essere sul punto che scoppi, poi la diplomazia, il dialogo e le alternative al conflitto, fortunatamente, prevalgono, ma oggi la pace sembra essere più lontana. I piani di attacco di Israele ci sono, sono pronti da anni e continuamente aggiornati. Manca solo il consenso dell’Occidente, ma Israele è pronto all’impiego della forza anche senza l’appoggio e l’”autorizzazione” degli amici europei e degli USA, difatti un Iran con la bomba atomica è un rischio troppo grande per gli israeliani. In questi giorni il generale statunitense, Martin Dempsey, consigliere militare del presidente Obama, sarà a Gerusalemme ed a Tel Aviv, proprio per sondare il campo e vedere i piani di attacco israeliani. Gli Stati Uniti sono rassegnati all’operazione militare israeliana (sono stati allertati i 15.000 militari USA in Iraq), ma sperano che gli iraniani diano seguito alle deboli, ma pur presenti, aperture degli ultimi giorni. Per Gerusalemme si tratterebbe invece solo di decidere il quando, a primavera adesso od a novembre dopo le elezioni presidenziali USA. Già nel 2008, anno di elezioni di Obama, gli israeliani avevano programmato l’attacco, sperando che i repubblicani americani mantenessero la guida del paese e che la dottrina Bush Jr continuasse, invece ci fu la vittoria di Obama, e prevalse la linea del dialogo. Ma adesso, curiosamente, sotto la presidenza democratica di Obama (Obama non ha mai reso visita a Israele, non era mai successo negli ultimi trent’anni per un presidente USA), e con un consenso strappato di malavoglia agli americani, Israele potrebbe attaccare l’Iran, cioè fare ciò che non poté fare sotto la presidenza di guerra di Bush Jr.
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Ancora sulla strage di Bologna

(fonte: Sette-Corriere della Sera), a cura di Roberto Di Ferdinando

Beirut, 2 settembre 1980, Italo Toni, 50 anni, e Graziella De Paolo, 24 anni, giornalisti del Paese Sera, escono dal loro hotel, il Triumph e salgono su una jeep del FPLP (Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina), da quel momento di loro non se ne saprà più nulla.
Toni e De Paolo erano partiti da Roma il 22 agosto, destinazione Damasco, da lì avrebbero raggiunto in auto Beirut. La De Paolo aveva organizzato la missione prendendo contatto con la sede romana dell’OLP, ottenendo la “protezione” di Al Fatah, guidata da Yasser Arafat. I due inviati di Paese Sera giungono a Beirut il 24 agosto e prendono alloggio al Triumph di Beirut, albergo dove l’OLP accoglie i propri ospiti. Ma in questi pochi giorni che ci separano dalla loro scomparsa, Toni e De Paolo sicuramente vengono a conoscenza di qualche notizia clamorosa: di un presunto traffico di armi tra Italia e Libano? Dell’dentità di neofascisti rifugiati a Beirut Est? Oppure di qualcosa di scottante sulla pista palestinese per la strage di Bologna, avvenuta solo un mese prima? Certamente qualcosa di importante era successo in quei giorni, infatti i due giornalisti il 1° settembre si presentarono all’ambasciata italiana in Libano per chiedere protezione. Il giorno dopo i due scomparvero, gli addetti dell’albergo raccontarono agli investigatori che l’ultima volta che li avevano visti era mentre salivano su una jeep guidata da membri del FPLP.
Nel 1984 il governo Craxi (filo palestinese) pone sulla vicenda il segreto di Stato. Nel 1985 il sostituto procuratore, Giancarlo Armati, che seguì le indagini, concluse che il responsabile dell’omicidio fu George Habbash, leader del FPLP, e che a depistare le stesse indagini furono (si legge dall’articolo di Sette) il generale Giuseppe Santovito, direttore del Sismi dal 1978 al 1981 e Stefano Giovannone, capo del centro Sismi di Beirut. I due alti ufficiali dei nostri servizi segreti erano finiti nell’indagini anche per la strage di Bologna. Ancora una volta, servizi segreti, palestinesi e strage di Bologna.
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Servizi segreti militari occidentali già presenti in Siria

(fonte: Corriere della Sera), a cura di Roberto Di Ferdinando

Guido Olimpio, firma autorevole del Corriere della Sera ed esperto di Medio Oriente, ieri ha scritto un articolo, citando fonti arabe, in cui si rivela che in Siria, a fianco degli insorti, nella locale guerra civile che ha provocato già 4.000 morti, vi sarebbero di supporto i consiglieri militari britannici, francesi e turchi e dei reparti speciali di alcuni paesi del Golfo. Tale presenza avrebbe favorito i’introduzione in Siria di armi occidentali da fornire ai ribelli che si stanno scontrando con il governo di Assad. Sarebbero presenti sul territorio siriano, in appoggio agli insorti (notizia da verificare), anche 600 guerriglieri repubblicani libici. Elemento di coordinamento tra libici e insorti siriani, l’ex qaedista Belhadj, oggi componente del governo provvisorio libico. Belhadj avrebbe avuto in questi giorni un incontro con il governo turco per studiare come ampliare la collaborazione e l’appoggio ai ribelli siriani. Occidentali e libici avrebbero come base logistica, Iskenderun, in Turchia, e da qui farebbero quotidiane incursioni in Siria, obiettivo di queste operazioni e presenze è quello di evitare che la rivolta siriana sfugga di mano e che possa aprire la strada al terrorismo internazionale. Durante la crisi libica, agli inizi degli scontri, fu massiccia la presenza di consiglieri militari occidentali in Libia, preparando così la strada alle operazioni NATO. Oggi, invece, la presenza degli 007 occidentali in Siria ha una funzione di supporto e “controllo” degli insorti, difatti è impensabile prevedere qui una partecipazione militare della NATO o dell’Occidente sullo stile di quella attuata in Libia. Ma per fortuna qualcosa si muove.
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Israele continua la sua guerra non dichiarata

(fonte: Corriere della Sera), a cura di Roberto Di Ferdinando

Circa 15 giorni fa nella base militare di Bigdaneh, in Iran, è avvenuto un incidente che ha provocato la morte di 17 persone, tra cui il generale Hassan Moghaddam, il responsabile dei programmi missilistici iraniani. Secondo alcune fonti di intelligence, non si tratterebbe di un incidente, ma di un vero e proprio sabotaggio, messo in atto dai servizi segreti israeliani. E’ noto che se l’Iran dovesse riuscire a dotarsi di un arsenale nucleare il paese più esposto ad un aggressione missilistica iraniana sarebbe Israele, il quale non credendo molto sul fatto che le istituzioni internazionali condannino e sanzionino l’Iran per il suo progetto nucleare non pacifico, ha deciso di continuare nella sua strategia di guerra non dichiarata a Teheran. Infatti non è la prima volta che accadono misteriose esplosioni nelle basi missilistiche iraniane o che militari o tecnici che operano al progetto nucleare degli ayatollah muoiano in circostante ed attentati misteriosi. Non solo, due virus informatici (Stuxnet e Duqu) avrebbero infettato gli impianti nucleari iraniani rallentandone i lavori. Tutti questi attacchi sarebbero opera del Mossad, appoggiato dai servizi segreti Usa e britannici. Nessuna conferma, ma la portata e le modalità operative degli attentati farebbero pensare ad Israele. E questa serie di incidenti sta mettendo in confusione le gerarchie iraniane, mai certe dinanzi ad un incidente se sia un sabotaggio od un fatto casuale. Non a caso le autorità iraniane stanno indagando sulle cause della morte a Dubai di Ahmad Rezai, figlio di Mohsen, ex capo dei Pasdaran. La morte di Ahmad sarebbe avvenuta per motivi naturali, ma essendo Dubai un centro di traffici e di spionaggio non è da escludere un’”eliminazione mirata”.
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Togliete il Nobel all’Aiea

(fonte: Corriere della Sera e Il Giornale)

In settimana l’AIEA (Agenzia internazionale dell’energia atomica), presieduta da Yukiya Amano, ha certificato che l’Iran dal 2003 sta lavorando alla bomba atomica. Ed a confermare, da almeno due anni, questa notizia sono i servizi segreti di almeno 10 paesi. Eppure fino a due anni fa, curiosamente, ma non tanto curiosamente, cioè fino a quando a capo dell’AIEA c’era stato l’egiziano Mohamed El Baradei, i rapporti dell’agenzia indicavano che lo sviluppo nucleare iraniano era solo pacifico. Non solo El Baradei, in quanto presidente AIEA fu insignito con la sua agenzia del premio Nobel del 2005 (una clamorosa topica). Al di là del premio buttato via (dovremmo interrogarci anche sull’effettiva importanza ed autorevolezza di questi premi) la preoccupazione oggi si sposta sull’Egitto. Infatti El Baradei è candidato alla guida del paese, che tra 15 giorni andrà al voto per le presidenziali. El Baradei ha annunciato in campagna elettorale di aprire ai Fratelli Musulmani e di rivedere il rapporto con Israele, forse auspica di tesserlo con i suoi amici iraniani, anche se sciiti? Che gioco faceva all’Aiea e fa oggi El Baradei?
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Tensioni tra Israele e Turchia per colpa del gas

(fonte: Espansione), a cura di Roberto Di Ferdinando

Ormai sono due paesi ex amici ed alleati Israele e Turchia. Recenti vicissitudini hanno portato alla rottura del loro strategico rapporto di “vicinanza”. Quindi nessun scalpore se oggi litigano, con forti tensioni, anche per il gas. Per il gas del Mar Egeo. Infatti a grande profondità marine esistono i più ricchi giacimenti di gas metano scoperti negli ultimi 10 anni. Le trivelle israeliane hanno iniziato a lavorare a circa 130 km dalle coste di Israele e quasi alla stessa distanza dalle coste di Cipro, che ha autorità sui giacimenti. Gerusalemme ha ottenuto il loro sfruttamento grazie ad un accordo stipulato con la repubblica greca-cipriota, storica “avversaria” della Turchia (Erdogan ha chiesto che i proventi siano condivisi anche con la parte turco-cipriota). Lo sfruttamento israeliano sarà completo nei prossimi anni e garantirà a Israele un’autosufficienza energetica (fondamentale visto l’accerchiamento ostile in cui deve vivere), non solo, potrà perfino esportare gas.
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Scenari di guerra in Medio Oriente

(fonte: Il Giornale), a cura di Roberto Di Ferdinando

Non si fa che parlarne, infatti sembra prossimo l’attacco israeliano all’Iran. Motivo del conflitto, tra i tanti secondo Gerusalemme, l’ormai certa disponibilità di Teheran di un armamento nucleare. Secondo gli analisti e gli strateghi militari Israele sarebbe in grado di portare un attacco aereo all’Iran per almeno 24 ore, un attacco che però non impedirebbe una risposta dura dell’Iran. Gli ayatollah potrebbero utilizzare vettori armati con testate convenzionali, chimiche, batteriologiche ed anche nucleari, per colpire Israele e le regioni meridionali dell’Europa (qualora l’attacco israeliano fosse appoggiato da paesi occidentali). Ma dinanzi all’utilizzo di armi di distruzioni di massa, Israele non avrebbe remore ad impiegare i missili balistici Jericho (gittata di 4 mila km) e le testate nucleari miniaturizzate che possono essere lanciate dai sottomarini che sono operativi nel Golfo dell’Oman. A questo punto, se in difficoltà, Teheran a sua volta amplierebbe il suo raggio d’attacco, colpendo obiettivi statunitensi e Nato in Irak ed Afghanistan (primo obiettivo colpire la base aerea Shindad) e qui inoltre verrebbero attivate le cellule dei locali miliziani che da anni sono finanziati ed armati dall’Iran. Un attacco all’Iran inoltre mettere in agitazione le piazze arabe, in particolare in quei paesi dove la “primavera” non ha avuto voce. Minacciata quindi l’apparente stabilità dell’Arabia Saudita e della penisola arabica. Ad aumentare le tensioni i continui proclami iraniani con cui si rivendica lo stato del Bahrain, sede del comando della Quinta flotta Usa, quale provincia iraniana. Non solo, Teheran controlla lo stretto di Hormuz e quindi le vie di trasporto del petrolio. Per ritorsione l’Iran potrebbe chiudere lo stretto e quindi bloccare circa il 50% delle forniture mondiali del greggio. Ed ancora, l’Iran ha una rete di pasdaran presente in vari paesi stranieri pronta ad attivarsi per colpire con attentati ambasciate e centri ebraici. Infine, come anticipato nel precedente post, l’Iran potrebbe colpire Israele attraverso gli Hezbollah in Libano; i missili forniti loro dalla Siria permetterebbero nei primi giorni del conflitto di lanciare almeno 1.000 missili (oltre a quelli forniti ad Hamas a Gaza) sul territorio israeliano. Una Terza Guerra Mondiale?
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