Recinto come barriera fisica, naturale, come le montagne, i fiumi o gli steccati. Ma anche come barriera convenzionale, come una frontiera. Frontiere che sono lentamente sparite, superate dalla politica e dagli scambi economici. Da tante frontiere, ad un'unica frontiera, da tanti recinti ad un unico recinto, internazionale, che avvolge la nostra contemporaneità

Category: Storia

La guerra sporca

Guerra_Golfo“[…] Che cosa non si doveva vedere nel primo golfo nella cosiddetta guerra asettica e i collateral damages? Corre il 1991. Quando arrivo al Joint Information Bureau di Dhahran, Arabia Saudita orientale, debbo sottoscrivere per le “ground rules”, le “regole di comportamento sul terreno”, per ottenere il badge e l’accredito. Eccole: “Dovrete sempre essere accompagnati da una scorta militare, non sono autorizzate visite alle unità al fronte senza scorta militare, è proibito filmare o fotografare soldati feriti o uccisi, è proibito dare informazioni sul tipo di armi, equipaggiamenti, spostamenti, consistenza numerica delle unità, è proibito identificare le località o basi dalle quali partono specifiche missioni di guerra, è proibito divulgare informazioni sulla consistenza e l’armamento delle forze nemiche, è proibito menzionare in dettaglio le perdite subite dalle forze della coalizione, sono vietate le interviste non concordate”. Uno sparuto gruppetto di giornalisti italiani fugge. Infrangendo le regole, si insedia a Hafr al Batin, sede della guarnigione più vicina alla prima linea. Così poi siamo riusciti ad arrivare a Kuwait City il giorno dopo i marines americani. Il 2 marzo 1991, un sabato pomeriggio, sentiamo l’inviato della Bbc che racconta per radio il massacro avvenuto nella notte tra il 25 e il 26 febbraio sul Mutlaa Ridge, un’altura a nord della capitale del Kuwait. Lì si è addensato un ingorgo colossale di iracheni in fuga dopo l’invito ad andarsene lanciato per radio da Saddam Hussein. Molti hanno rapito cittadini dell’emirato e li hanno costretti a seguirli. Speravano che fossero le loro polizze di assicurazione sulla vita. L’aviazione alleata ha scaricato un inferno di bombe, comprese quelle a grappolo, cassette che si aprono a una altezza predeterminata e seminano piccole mine. […]<<I Desert Rats inglesi stanno seppellendo i corpi in fretta in fosse comuni, come se avessero avuto l’ordine di farli sparire>>. […] vede una corriera rovesciata. Tutt’intorno sulla sabbia sono sparse carogne di pecore intatte. Non sono trapassate da schegge, non sono mutilate. Sembra che siano state inchiodate sul posto da una forza oscura, potente, letale. L’autista è riverso sul volante. Indossa una tunica che è rimasta candida, nessuna macchia di sangue, nessuna bruciatura, nessun strappo. Sono le vittime delle Fuel Auir Explosive, sganciate da elicotteri o da Hercules MC-130. Le F.A.E. liberano nell’aria una miscela di propano e di napalm che viene incendiata da un missile. L’onda d’urto fa esplodere le mine interrate e assorbe ossigeno facendo morire per soffocamento anche chi è protetto dal cemento armato di un bunker […]”.
(Lorenzo Bianchi, inviato del Quotidiano Nazionale, su DESK – 2015)

La maglietta rossa di Panatta per la finale di Coppa Davis 1976

davis-76_001-722x600

Il 17 dicembre 1976 a Santiago del Cile l’Italia del tennis scendeva in campo per disputare la finale di Coppa Davis contro la locale squadra nazionale. L’arrivo a questo appuntamento non fu semplice per i tennisti italiani, infatti nei mesi precedenti e in quegli stessi giorni di dicembre l’Italia era divisa tra chi appoggiava la scelta del governo monocolore democristiano (governo supportato non palesemente dal PCI) di non impedire agli atleti italiani di disputare la finale contro il Cile e in Cile, paese dove si era definitivamente assestata una sanguinosa dittatura militare guidata dal generale Pinochet. Invece, una gran parte degli italiani era contraria alla nostra partecipazione a quella finale perché prendendovi parte avremmo riconosciuto e legittimato quella dittatura. Non solo, la finale si svolgeva nel complesso tennistico adiacente allo stadio nazionale di Santiago, dove i militari al potere avevano rinchiuso, torturato e ucciso migliaia di oppositori. Su questa posizione critica c’era il Partito Socialista Italiano guidato da Craxi e dai nuovi giovani socialisti che così poteva attaccare da sinistra il PCI che stava prendendo, non solo sulla questione della finale di Davis, posizioni percepite come ‘moderate’. La nazionale italiana aveva meritato la finale e i giocatori, nonostante la situazione delicata e polemica, sapevano di avere l’occasione di battere il Cile (in semifinale l’Urss si era rifiutata di giocare con il Cile permettendo a quest’ultimo di giungere alla finale) e conquistare la prima coppa Davis della nostra storia. I tennisti italiani, con l’appoggio del governo, partirono per il Cile. Di quello storico evento non esistono immagini italiane. Infatti Rai 2, che avrebbe dovuto trasmettere la finale, in quanto a ‘guida’ socialista non concesse ai suoi inviati di andare in Cile. Rai 1, storicamente di area democristiana, aveva già trasmesso la semifinale e non poteva trasmettere altre partite o prevaricare Rai 2. Invece, Radio Rai 2, “vicina” alla DC trasmise in radiocronaca le partite con la voce dell’inviato Mario Giobbe. Il secondo giorno di incontri era dedicato al doppio. Per l’Italia scesero in campo Panatta e Bertolucci. E la loro discesa in campo si fece notare anche per la novità della maglia rossa che indossavano e che sostituiva la tradizionale maglia azzurra. Fu un’idea di Panatta che convinse il più scettico e preoccupato, per paura di non provocare troppo la giunta militare cilena, Bertolucci. Al cambio del 4 set i due nostri italiani tornarono a indossare le maglie azzurre. Da lì a pochi scambi l’Italtennis avrebbe vinto la sua prima, ed ad oggi unica coppa Davis. Esistono solo degli spezzoni di video di quegli incontri (https://www.youtube.com/watch?v=3hecKVv31SM). Infatti, le riprese televisive cilene andarono distrutte alcuni anni dopo in seguito al rogo dell’archivio della TV di Stato del Cile.

Roberto Di Ferdinando

 

La distruzione del Perù

tumblr_static_3txpjrlqzeask84s4kwk0ccwc_640_v2“[…] Le distruzioni fatte dai primi spagnoli, arrivati nel 1528, furono così grandi che persino qualcuno di  loro ne provò rimorso: Pedro Cieza de Léon, un cronista del periodo della conquista, scrisse più tardi:<<Di sicuro non è un piccolo dolore constatare che quegli Incas, gentili e adoratori di dèi, abbiano mantenuto un buon ordine nel governare e conservare terre così ampie, mentre noi, che siamo cristiani, abbiamo distrutto tanti regni. Ovunque ci siano conquistatori ed esploratori cristiani non sembra esserci altro che fuoco e distruzione, e tutto va in rovina>>.
I colonizzatori spagnoli distrussero una grande civiltà, disarticolarono l’agricoltura razionale e la conservazione della natura, provocando la grande desertificazione delle Ande. Per l’invasore, era più importante estrarre e appropriarsi dell’oro e dell’argento che prendersi cura delle piante e degli animali.
Per puntellare le gallerie delle miniere e per fondere i metalli, tagliarono boschi immensi, schiavizzarono interi popoli, che in precedenza si dedicavano alla cura del terreno, e li obbligarono a introdursi in profonde gallerie per estrarne i metalli preziosi.
Così scomparve il 95% della popolazione, il 75% delle terre coltivate e la quasi totalità dei boschi esistenti dalla costa alla sierra. Con questo ebbe inizio il degrado ecologico del Perù. […]”
(H. Mamani, Negli occhi dello Sciamano)

10 Dicembre Dipartimento di Storia Archeologia Geografia Arte e Spettacolo (SAGAS), Aula Magna – Firenze — Convegno internazionale: “La pirateria fra storia e diritto: percorsi di ricerca interdisciplinare”

Convegno internazionale: “La pirateria fra storia e diritto: percorsi di ricerca interdisciplinare”
Coordina Ida Gilda Mastrorosa.  Intervengono: Roberto Bartoli (Università di Firenze), Philip de Souza (University College, Dublin), Immacolata Eramo (Università di Bari), Marco Gemignani (Università di Pisa), Mario Lentano (Università di Siena), Ida Gilda Mastrorosa (Università di Firenze), Marco Pellegrini (Università di Bergamo), Stefano Pietropaoli (Università di Salerno), Filippo Ruschi (Università di Firenze), Anna Tarwacka (Uniwersytet Kardynala Stefana Wyszynskiego Warszawa).
Programma: http://www.sagas.unifi.it/upload/sub/documentazione/dic-mastrorosabrochure-workshop-pirateria.pdf
10 Dicembre 2015  -  ore 9,15
Sede:

Dipartimento di Storia Archeologia Geografia Arte e Spettacolo (SAGAS), Aula Magna, Via San Gallo, 10 Firenze
Organizzazione:

Dipartimento di Storia Archeologia Geografia Arte e Spettacolo (SAGAS) dell’Università di Firenze, Laboratorio di Storia Moderna

Il vocabolario medico…nazista

1938-04-26_ba_zg_s283-36_antrittsvorlesung_pernkopf_als_med_dekan_und_semestereroeffnung_nach_anschluss-kyNI-U43090432758273vJH-1224x916@Corriere-Web-Roma-593x443Testo di Roberto Di Ferdinando

(fonte: Corriere della Sera)

Nel giugno scorso, a La Sapienza di Roma, si è svolto un convegno promosso dalla Comunità Ebraica di Roma e dall’Ospedale Israelitico di Roma. Durante i lavori è stato ricordato come l’attuale vocabolario medico internazionale, riporti in alcuni casi malattie intitolate agli autori della loro scoperta (malattie eponimiche), autori che ebbero un legame stretto con il regime nazista e responsabilità nell’Olocausto. Alcuni esempi: l’Atlante di anatomia umana Pernkopf, diffusissimo anche in Rete ed in Italia, prende il nome da Eduard Pernkopf (nella foto), rettore dell’Università di Vienna dopo l’annessione alla Germania, avrebbe compilato il suo atlante studiando i cadaveri delle vittime ebree dei campi di concentramento. La granulomatosi di Wegener; Friedric Wegener sarebbe accusato di aver selezionato alcuni ebrei da deportare. L’artrite di Reiter, Hans Conrad Reiter, fedelissimo di Hitler, è accusato di aver effettuato esperimenti medici utilizzando come cavie umane i reclusi dei campi di concentramento. E così via per altri nomi di malattie.

Dal Convegno è partita l’iniziativa di stilare una richiesta ufficiale, sostenuta dalla stessa Università La Sapienza, a tutte le società scientifiche internazionali, perché siano rimossi tali nomi, per poi approdare alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo.

RDF

II Guerra Mondiale: madre e figlia si abbracciano dopo settant’anni.

Ogni anno in questo periodo si ricordano gli orrori della Seconda Guerra Mondiale con il racconto delle bombe nucleari sganciate su Hiroshima e Nagasaki. Roberto ha postato alcuni articoli in cui si ricordano quelle lontane vicende, seppure sempre attuali. Sempre in tema di seconda guerra mondiale, è di oggi la notizia, pubblicata su Repubblica, del ricongiungimento fra una madre italiana e la figlia, di padre tedesco, a settant’anni dalla fine della guerra. La vicenda è triste, ed al tempo stesso commovente a dimostrazione ulteriore dei destini che mutano radicalmente in ogni conflitto armato. La madre italiana, che vive nei dintorni di Reggio Emilia, ha oggi 92 anni, la figlia,  cittadina tedesca, ne ha 71. La vicenda nasce verso la fine della guerra, nel 1944 quando la madre, che lavorava in Germania, rimane incinta di un soldato tedesco. La bimba viene subito tolta dal padre dalla madre naturale e vive e cresce nella famiglia di lui. La donna italiana nel frattempo, riesce a rientrare in Italia nel 1945. La madre ha sempre ritenuto che la figlia fosse morta di li a poco anche se non aveva perso del tutto le speranze di ritrovarla. Stessa cosa per la figlia che conosceva la sua vera origine ma alla quale il padre aveva rifiutato ogni genere di informazioni. Alla morte del padre la figlia, la signora Margot Bachman si è rivolta all’ITS (International Tracking Service) in Germania e, grazie anche all’aiuto della Croce Rossa (attraverso l’ufficio Restoring Family Link), è riuscita a trovare tracce della madre. Infine, notizia di oggi, pochi giorni fa è avvenuto l’incontro vicino a Reggio Emilia.

Francesco Della Lunga

Alcuni siti di interesse: https://www.its-arolsen.org/en/homepage/index.html;

http://www.cri.it/restoringfamilylinks

Letture di interesse: segnaliamo un bel romanzo di Ken Follett sulla seconda guerra mondiale, secondo volume della trilogia “The Century Trilogy”: “L’inverno del Mondo”, Mondadori, 2012.

9 agosto 1945 – La bomba atomica su Nagasaki

200708150001La temperatura nel punto di esplosione raggiunse i sessanta milioni di gradi centigradi, dieci volte più calda della superficie del sole. [...] .

La prima bomba atomica, chiamata Little Boy, ragazzino, a base di uranio, era piccola “appena” 16 chilotoni di potenza, l’equivalente di 16 mila tonnellate di tritolo. Già l’ordigno che distrusse Nagasaki, al plutonio sprigionava l’energia di 25 chilotoni” (Fonte: Corriere della Sera)

Il 9 agosto 1945, alle 11.02, sulla città portuale di Nagasaki viene sganciata la seconda bomba atomica, nome in codice Fat Man per la sua forma ovoidale. [...] L’ordigno esplose a 500 metri dal suolo nella zona industriale Urakami, sede di fabbriche di munizioni, scuole, edifici pubblici e abitazioni civili. Polverizzò tutto ciò che esisteva nel raggio di 1 km, ma l’onda d’urto produsse crolli e incendi fino a 15 km dall’epicentro. Morirono all’istante 40 mila persone su 240 mila abitanti, ma il numero totale delle vittime viene comunque stimato intorno alle 80 mila persone, incluse quelle esposte alle radiazioni nei mesi seguenti. [...]” (Fonte: Rainews)

6 agosto 1945, la bomba su Hiroshima

ansa86511720608131216_bigAlle ore 1,45 del 6 agosto 1945, il Boeing B-29 (Enola Gay), con a bordo l’ordigno atomico (Little Boy) decolla da Tinian (Isole Marianne).
Ore 8,15 su ordine del comandante Tibbets, il bombardiere Thomas Ferebee sgancia la bomba atomica su Hiroshima. Alle ore 8,16 la bomba esplode a un’altezza di 576 metri dall’obiettivo. Si alzerà un fungo atomico alto 18 chilometri, raffiche di vento a 1600 chilometri orari. La bomba (con 63 chili di Uranio 263) inghiottì ogni cosa entro il primo chilometro di diametro e provocò gravi distruzioni per altri 1,4 chilometri. La temperatura al suolo fuse ogni cosa con i suoi 3870 gradi.
Si calcolano 150.000 mila vittime tra il 6 agosto e dicembre 1945. Quasi la metà delle vittime morì immediatamente.
Francesco Merlo è andato a visitare la Città della Pace alla vigilia della commemorazione dei 70 anni dallo scoppio su Hiroshima della prima bomba atomica. Riporto di seguito alcuni passaggi dell’articolo apparso su La Repubblica del 26 luglio 2015.

RDF
Nell’ospedale dei sopravvissuti alla bomba, nel ricovero degli hibakusha, ne vedo trecento in una volta: la più vecchia ha 103 anni, il più giovane 79. Sono quasi tutte donne, con le facce bellissime e i corpi segnati. Mai tra loro parlano della bomba che li unisce. […] E però proprio qui, in questa bella Hiroshima che non somiglia a Hiroshima, il 6 agosto prossimo il Giappone tornerà a somigliare al Giappone. Dopo settant’anni, infatti, il primo ministro Shinzo Abe verrà a celebrare la pace preparando la guerra. Verrà a dire, nella Città della Pace, che il Giappone non né più “pacifista passivo”, ma è “pacifista attivo”. Che l’esercito non sarà più offensivo e guai a chi ci prova, a partire dalla Cina e dalla Corea del Nord. Abe verrà a commemorare le vittime della bomba e per la settantesima volta chiederà scusa al mondo per i crimini di guerra, ma per la prima volta avrà accanto i generali di un esercito con il diritto di combattere, se ce ne fosse bisogno, anche fuori dai confini nazionali. […].
Akiko, un altro sopravvissuto, che ha visto <<centinaia di uomini gettarsi nel fiume e morire bruciati perché l’acqua li accendeva invece di spegnerli>> un giorno si è seduto a prendere il caffè in un angolo del Boulevard della Pace:<<Questa è la strada dove siamo scappati, lì sono inciampato in un cadavere. E ora guardo la gente camminare contenta, i giovani chiaccherano e i vecchi avanzano sicuri, i bambini scappano dalle mani dei genitori, e poi le vetrine, i grattacieli che sembrano le nuove divnità dell’aria: dove sono finito? Davvero è successo qui? O sono diventato un ombra anch’io, l’ombra di me stesso che la bomba ha distrutto?>>.
Le ombre-ombre vere – sono esposte al Museo della Pace. <<Il calore fu tale che sparirono i corpi e rimasero le ombre: questa è l’ombra di una mano su un vetro, questi sono il bacino e le gambe di un uomo che stava seduto>>. Me le mostra Mari Shimura, la bella signora giovane ed esperta che da più di venti anni raccoglie gli oggetti delle vittime, scrive la loro storia e li espone: uno zaino bianco macchiato dalla pioggia nera, unghie che ancora trattengono la terra alla quale si aggrappano, una camicetta sbrindellata, i ciuffi di capelli che “il mostro” staccava dalle teste, i famosi origami della piccola Sadako, un thermos, il triciclo di un bimbo di tre anni che il padre aveva sepolto insieme al corpicino, un cancello divelto, l’infradito di Miako e l’orologio di Kengo fermo alle 8,35. […]
E cos’è quel bottone esposto come una reliquia? Leggo la storia di Kotaro che d’istinto si gettò tra le braccia del braccia del padre che bruciava. Un attimo prima di bruciare con lui, Kotaro perse un bottone che molti mesi dopo la madre riconobbe. […]
Ci sono tutte le sapienze del nonsense in quel migliaio di aghi di cucito fusi in un solo indecifrabile ammasso e in quella bottiglia di vetro deformata e annodata dal calore. […] Forse, per capire Hiroshima, non c’è nulla di meglio del cestino per il pranzo del piccolo Toshio con dentro il riso carbonato. […]
Hibakusha è una delle tante parole che nacquero qui a Hiroshima, una parola per non dire “superstiti”, “sopravvissuti”, “scampati”. Hibakusha sono coloro – è il significato letterale – “che non morirono, ma furono esposti alle conseguenze della bomba, non necessariamente fisiche”. Sono <<coloro che non si suicidarono nonostante avessero tutte le ragioni per farlo>>. […] Shozo che spesso è immobilizzato a letto e aveva tredici anni quando perse tutta la famiglia. Della madre che non fu mai trovata, non ha mai detto <<è morta>> ma sempre <<si è perduta>>. Vide invece il padre ritornare a casa con la pelle che gli cadeva a pezzi anche dal viso: si gettò a terra dicendo che aveva freddo e sete e morì sei ore dopo. Shozo, singhiozzando, gli strofinava cetrioli sulla testa infuocata. […] << Con il cetriolo i medici “curarono” le prime vittime>> mi spiega il famoso professore Kamada, lo scienziato che dirige gli ospedali degli hibakusha: << Usarono anche un’erbetta che somiglia al tè. Non capivano le ferite, non sapevano dell’atomo. Prima della bomba c’erano 292 dottori su 350 mila abitanti. Ma il 90% dei medici morì. Gli altri fecero quello che potevano, cioè niente. Con i corpi dolenti loro malati si sdraiavano per terra mormorando “sto male, ma l’ho scampata bella”. E tutti si congratulavano con loro perché erano sopravvissuti. Poi il corpo si riempiva di macchie e di pustole, i capelli cadevano…E morivano>>.
[…] Il professore racconta di aver capito che l’atomo modificava i cromosomi già nel 1960 <<ma non potevo dirlo, e non solo perché allora la censura americana controllava tutto, ma perché non volevo terrorizzare nessuno>>. La leucemia, i rischi per la seconda generazione? <<All’inizio aumentò la natalità perché, nelle catastrofi, riprodursi è un “bene rifugio”, ma poi guardi il diagramma, la natalità diminuì sempre di più>>. Perché? <<Perché la gente aveva capito quel che i medici non capivano e cioè che le conseguenze della bomba arrivavano ai figli>>. Come l’avevano capito? <<Alcuni bambini nacquero malato o deformi, con i cheloidi sulla pelle, privi di arti…>>. […].
Nessuno è sopravvissuto a un raggio di un chilometro dall’esplosione. […]
La ricostruzione cominciò nel 1949: […] gli ospedali modello, l’aeroporto internazionale e la stazione tutta bianca, l’università, le industrie, i bouvelard ordinatissimi, i parchi, i negozi, un incredibile numero di bar, le vie calde di saké, di shochu e di vizio, le periferie dure della mafia, e la famosa squadra di baseball dei Red Carp (le carpe rosse)…. […] << Si cominciò con il portare la terra dalla montagna. Invece di scavare ed eliminare detriti, rovine e cadaveri si alzò il livello della terra di un metro. Per questo i cittadini di Hiroshima passando da qui rivolgono un pensiero d’amore o una preghiera al cimitero che calpestano>>. E dove vivevano i senza casa? <<Costruivano baracche dappertutto e spesso la polizia era costretta a farli sgomberare. […] le case popolari solo negli anni’70 rimpiazzarono tutti gli altri slums […] . Furono ridisegnati i boulevard e portati a 30 metri di larghezza con l’eccezione del Boulevard della Pace che è stato fatto di ben cento metri>>. […] Solo la Cupola resistette? <<Parzialmente i palazzi di ferro e cemento che il Giappone aveva cominciato a costruire dopo il terremoto di Tokyo del 1922>>. […] .

Todos somos americanos

“Todos somos americanos”. Con queste parole, il presidente USA Barack Obama ha chiuso il discorso che ha riaperto le relazioni diplomatiche fra Stati Uniti d’America e Cuba. Dopo oltre cinquant’anni è caduto anche uno degli ultimi baluardi della guerra fredda ovvero l’embargo sancito dall’amministrazione americana nei confronti dell’isola caraibica all’indomani della crisi missilistica su Cuba. Obama ha ricordato di essere nato in quel periodo e che troppo tempo è passato senza che, fra l’altro, il principale strumento utilizzato da Washington producesse reali effetti, ovvero la caduta del regime castrista. L’embargo, ancora Obama, ha invece isolato per lungo tempo gli Stati Uniti dai propri alleati ed ha concesso una ribalta a Castro per perpetuare il suo regime. Non c’è nulla da fare, piaccia o no questo Presidente o questa presidenza è destinata a rimanere nella Storia del nuovo secolo e comunque nella Storia delle relazioni internazionali. E forse, a prescindere da tutto, a relegare questa amministrazione fra le più progressiste della Storia americana, almeno nella politica estera. Forse Obama ha fallito sui diritti inviolabili dei cittadini a giudicare dai ripetuti episodi di violenza a scapito della popolazione di colore americana. A leggere le cronache sembra proprio di essere ricaduti negli anni di Kennedy e di Martin Luther King, e forse non è un caso se è tornato alla ribalta, nell’agenda internazionale, la questione cubana, stavolta per essere risolta definitivamente. Castro ha intitolato una sua celebre biografia “La Storia mi assolverà”. Per Obama, si potrebbe intitolarla “La Storia lo giudicherà”.

Francesco Della Lunga

“Leonardi, il capo scorta di Moro, ci invidiava le auto blindate, che al presidente della Dc erano state negate”

9788898689965Augusto Menichelli, oggi 85enne, per 15 anni è stato l’autista personale di Enrico Berlinguer. Lunedì prossimo uscirà nelle librerie, edito da Wingsbert, il libro scritto da Menichelli, dal titolo “In auto con Berlinguer”. Aldo Cazzullo lo ha intervistato per conto de Il Corriere della Sera, (http://www.corriere.it/politica/14_dicembre_11/quando-br-pedinavano-berlinguer-8d938f20-80ff-11e4-98b8-fc3cd6b38980.shtml) e riporto qui alcuni passaggi interessanti e curiosi di quest’intervista
In riferimento al rapimento di Moro, Menichelli racconta: “Con il maresciallo Leonardi, il capo scorta di Moro, eravamo amici. Ci invidiava le auto blindate, che al presidente della Dc erano state negate. Berlinguer aveva avuto la prima macchina blindata d’Italia: gli operai di Pisa ci avevano dato il vetro, i compagni di Roma avevano messo le lastre d’acciaio alle portiere. A lui non poteva accadere quel che accadde a Moro: oltre alla blindata e all’auto della polizia, c’era sempre un’altra macchina del partito, ogni volta diversa per confondere le Br, che ci precedeva o ci affiancava. E se fossero riusciti a rapirlo, i compagni l’avrebbero trovato, avessero dovuto setacciare tutta Roma. I poliziotti di scorta erano iscritti al partito: uno di nascosto, l’altro apertamente. Lo trasferirono a Udine per punizione. Allora intervenne Pecchioli: “Almeno mandatelo a casa sua”. Così fu trasferito a Lecce. Comunque le Br ci pedinavano. […] “. E segnalo anche un altro passaggio dell’intervista: “[…] Tra i giovani, i prediletti erano Bassolino e Angius. D’Alema era segretario della Fgci, ma non gli piaceva così tanto: troppo presuntuoso […]”
Roberto Di Ferdinando