Recinto come barriera fisica, naturale, come le montagne, i fiumi o gli steccati. Ma anche come barriera convenzionale, come una frontiera. Frontiere che sono lentamente sparite, superate dalla politica e dagli scambi economici. Da tante frontiere, ad un'unica frontiera, da tanti recinti ad un unico recinto, internazionale, che avvolge la nostra contemporaneità

Category: Storia

“Un preside scrive…”

shoahAnniek Cojean dice che un preside di liceo americano aveva l’abitudine di scrivere, ad ogni inizio di anno scolastico, una lettera ai suoi insegnanti:

Caro professore,
sono un sopravvissuto di un campo di concentramento. I miei occhi hanno visto ciò che nessun essere umano dovrebbe mai vedere:
camere a gas costruite da ingegneri istruiti;
bambini uccisi con veleno da medici ben formati;
lattanti uccisi da infermiere provette;
donne e bambini uccisi e bruciati da diplomati di scuole superiore e università.
Diffido –quindi – dall’educazione.
La mia richiesta è: aiutate i vostri allievi a diventare esseri umani. I vostri sforzi non devono mai produrre dei mostri educati, degli psicopatici qualificati, degli Eichmann istruiti.
La lettura, la scrittura, l’aritmetica non sono importanti se non servono a rendere i nostri figli più umani.

(Una lezione di Andrea Carnevaro e Clotilde Pontecorvo - PREMESSA)

PRIMA GUERRA MONDIALE: GUERRA INEVITABILE?

di Roberto Di Ferdinando

vita-in-trincea-prima-guerra-mondialeNel Trattato di pace di Versailles del 1919 le potenze vincitrici inserirono l’articolo 231, nel quale si stabiliva che la Germania ed i suoi alleati erano i responsabili dello scoppio della Prima Guerra Mondiale. La Germania sconfitta fu così costretta a riconoscere e ad accettare tale verdetto, oltre che un duro trattato di pace. Eppure nel luglio del 1914 fu l’Austria-Ungheria ad aggredire la Serbia, in seguito all’uccisione a Sarajevo dell’Arciduca, ed a dare il via al conflitto, anche se Berlino da subito appoggiò militarmente Vienna, in base all’automatismo d’intervento previsto dalla loro alleanza siglata nel 1879 e ribadita nel 1882. Ma i fatti di Sarajevo, l’attacco alla Serbia e quindi la questione dei Balcani, com’è comunemente accertato dagli storici, non furono le cause scatenanti la guerra, ma i pretesti per risolvere con la forza le tensioni accumulate da tempo tra le nazioni europee.
Se è facile individuare il 1914 come l’anno d’inizio del conflitto mondiale, più difficile è collocare storicamente il sorgere dei contrasti internazionali tra gli schieramenti opposti o all’interno degli stessi, e quindi la vera origine della guerra. Nel 1870 con la sconfitta a Sedan della Francia imperiale e la nascita del Reich a Berlino? Nel 1890 con la fine nel vecchio continente del sistema d’equilibrio voluto dal Cancelliere tedesco Otto Von Bismarck? Alla fine del secolo con il diffondersi delle politiche imperialiste? Nel 1907 con la nascita dell’Intesa (l’alleanza tra Gran Bretagna, Francia e Russia) e il convincimento dei tedeschi di essere isolati? Oppure ancor più recentemente?
Inoltre la Germania e l’Austria-Ungheria furono le vere ed uniche responsabili del conflitto oppure le potenze, risultate poi vincitrici, ebbero anch’esse la loro quota di responsabilità? Ed infine la guerra poteva essere evitata o fu l’unica soluzione alle tensioni internazionali presenti?
Queste molte domande indicano quanto sia complesso ed ampio il tema delle cause della Prima Guerra Mondiale.
La Triplice Alleanza
Nel 1914, alla vigilia dello scontro bellico, due erano i blocchi contrapposti. Nella Triplice Alleanza (formatasi nel 1882 e comprendente Germania, Austria-Ungheria ed Italia) il centro decisionale si trovava storicamente spostato verso la Germania e l’Austria, mentre l’Italia, se si esclude il periodo iniziale dell’alleanza, ricopriva una posizione subalterna alle sue alleate. Berlino si considerò, almeno fino ai primi del secolo, la sede in cui venivano prese le decisioni riguardanti le relazioni e gli equilibri europei. Se questa convinzione poteva essere vera fin quando il paese e la politica estera tedesca furono guidati da Bismarck, più difficile sarebbe stata sostenerla con i suoi successori, meno abili a prevenire l’isolamento diplomatico della Germania.
La sconfitta diplomatica della Germania nel 1906 alla Conferenza Internazionale di Algeciras e nel 1911 alla Conferenza di Agadir, nel tentativo di far riconoscere da Francia e Gran Bretagna propri interessi economici e territoriali in Marocco (paese strategico geograficamente e ricco di fosfati, importante risorsa naturale del periodo), e la nascita dell’Intesa, spinsero Berlino, che adesso si sentiva minacciata, a legarsi in maniera più stretta all’Austria, nel momento in cui a Vienna diveniva capo della diplomazia austriaca, e futuro Cancelliere, Ludving Von Aehrental.
Il programma del Ministro degli Esteri di Vienna era quello di riportare l’Austria ad un ruolo internazionale più attivo e prestigioso, ed il naturale obiettivo di questa politica erano i Balcani. Aehrental e, dal 1913 il suo successore, Leopold Von Berchtold, intravidero nel controllo dei Balcani la possibilità di limitare, se non spegnere, le spinte indipendentiste delle popolazioni slave, in particolare distruggere il nazionalismo serbo che faceva da polo attrattivo per la causa separatista delle varie nazionalità componenti l’Impero austro-ungarico.
I Balcani per circa un decennio, fino al 1908, erano stati relativamente calmi. L’Austria aveva adottato un atteggiamento di basso profilo, mentre la Russia, l’altra potenza da sempre interessata a questa zona per ottenere uno sbocco al mare caldo, era impegnata in Estremo Oriente contro l’espansione del Giappone. Poi la lunga crisi dell’Impero Ottomano, che seppur debolmente e con estreme difficoltà, controllava ancora una gran parte della regione, l’annessione della Bosnia da parte dell’Austria nel 1908 e le influenze russe in Serbia riportarono la questione dei Balcani al centro delle preoccupazioni europee. Le tre guerre balcaniche, che tra il 1912 ed 1913 portarono al definitivo ritiro dell’Impero Ottomano dalla regione ed alla nascita di nuovi stati, le continue tensioni tra Vienna, rimasta delusa dalla nuova sistemazione dell’area, e la Serbia, quest’ultima appoggiata da Pietroburgo, facevano intravedere scenari instabili e tesi. Non a caso il conflitto mondiale ebbe come molla scatenante i fatti si sangue di Sarajevo. Per l’Austria il problema serbo era risolvibile solo attraverso un conflitto.
Per quanto riguarda la Germania, la sua entrata in guerra a fianco dell’Austria, al di là dell’automatismo dell’accordo militare, (formula che raramente sarà riproposta ed adottata nei testi delle alleanze militari successive) e del convincimento tedesco della propria superiorità bellica, fu suggerita dalla preoccupazione degli ambienti militari e politici di Berlino per l’eventuale sconfitta austriaca, evento che avrebbe fatto cadere la Triplice e lasciato sola la Germania. Una Triplice che però era già stata indebolita dallo storico e difficile rapporto tra Austria e Italia riguardo le questioni delle terre irredente, dei Balcani, dove l’Italia voleva maggiori soddisfazioni, e dall’atteggiamento italiano assunto negli ultimi quindici anni. Roma infatti, ripagando la scarsa attenzione nei suoi confronti da parte delle potenze centrali, si era rivolta al di fuori dell’Alleanza, agendo in maniera quasi indipendente, instaurando buoni rapporti diplomatici e raggiungendo accordi in campo coloniale con la Francia (dal 1896 al 1905 una serie d’intese tra i due paesi disciplinò la futura presenza italiana nel Nord Africa) e la Gran Bretagna (durante le due conferenze sul Marocco, l’Italia sostenne la politica di Londra di tenere fuori dall’Africa la Germania) cioè con i naturali avversari della Triplice.
L’Intesa
Dall’altra parte c’era l’Intesa. Nel 1907 Gran Bretagna, Francia e Russia stringendo accordi erano riuscite a superare completamente o in parte i contrasti che fino allora avevano condizionato le loro relazioni diplomatiche e ostacolato i tentativi di più ampie intese.
Gli anni precedenti erano stati caratterizzati dallo scontro-incontro tra questi tre protagonisti. Dal 1894 Francia e Russia erano legate da una convenzione militare, anche se per lungo tempo le dirigenze politiche dei due paesi mantennero una reciproca diffidenza, dovuta al fatto che non tutti erano disposti ad accettare un’alleanza tra due sistemi politici così diversi, una Repubblica e un Impero. Per la Francia tale accordo fu l’uscita dall’isolamento impostole dalla Germania di Bismarck, mentre per la Russia una tale apertura ai francesi fu lo strumento diplomatico da usare come pressione su Berlino e quindi su Vienna riguardo i Balcani.
La Gran Bretagna aveva visto negativamente l’accordo militare franco-russo attribuendogli un carattere antibritannico, veniva infatti interpretato come l’intento della Francia e della Russia di rivolgere la loro attenzione verso il Mediterraneo. Sembrò allora possibile un’apertura del governo britannico alla Germania, scelta sostenuta dall’aspirazione di Londra di ridurre la potenza e l’influenza francese nel continente. Questa strategia dovette però scontrarsi con una Germania sempre più aggressiva. Berlino infatti continuò nei suoi piani per la creazione di una potente flotta (si voleva sfidare la Gran Bretagna sui mari?), non solo, l’Imperatore tedesco, Guglielmo II, interferì nella questione del Transvaal. Londra da tempo infatti contrastava il desiderio dei coloni di questa ricca regione del Sud Africa di mantenere l’indipendenza dalla Gran Bretagna, questione che darà spunto alla guerra dei boeri (1899-1902). Il Kaiser, che controllava la vicina Namibia, chiese invano che il problema fosse risolto da una conferenza internazionale; un’altra volta la Germania sfidava Londra. Quest’ultima quindi di fronte all’atteggiamento tedesco ed ottenuto il chiarimento sull’accordo franco-russo, che non aveva funzione antibritannica, ridimensionò la propria preoccupazione e l’apertura a Berlino.
I rapporti pessimi tra Londra e Parigi invece in campo coloniale (l’incidente di Fashoda del 1898) erano stati risolti con le intese del 1899 e del 1904, nelle quali si stabilivano le spartizioni territoriali in Africa, a danno del moribondo Impero Ottomano, ed in Asia.
Difficili erano anche le relazioni tra la Gran Bretagna e la Russia. Pietroburgo dal 1850 aspirava ad un progetto ambizioso, dare una nuova continuità territoriale all’Impero, dal Tibet alla Persia, andando a toccare gli interessi inglesi. Sebbene nel 1907 i due paesi riuscissero a raggiungere un accordo sul reciproco riconoscimento dei propri possedimenti in Asia, le tensioni e le reciproche diffidenze continuarono. Infine non bisogna dimenticare i conflitti in Cina settentrionale tra la Russia e una futura aderente all’Intesa, il Giappone, dal 1902 alleato agli inglesi proprio per contenere i russi.
Riassumendo quindi vediamo che le potenze non aderenti alla Triplice avevano più punti di contrasto che di contatto; non solo, ma se si esclude la Francia (per la questione dell’Alsazia e della Lorena e per il sentimento di rivincita che alimentava dal 1870), le altre potenze europee non avevano alla fine dell’800 elementi sui quali essere in aperto conflitto con la Germania.
La nuova strategia della Germania
Come nasce allora il desiderio di dare vita all’Intesa? Responsabile fu certamente l’atteggiamento sostenuto dalla diplomazia tedesca dopo l’uscita di scena di Bismarck. Bismarck fu infatti consapevole del fatto che la posizione di prestigio che Berlino era riuscita a conquistarsi in campo militare e politico internazionale poteva essere garantita solo con il mantenimento di quell’equilibrio di forze che si era venuto a creare nel 1870 con la vittoria della Germania sulla Francia. Questa cristallizzazione della situazione europea fu possibile solo attraverso la realizzazione di un sistema di alleanze dirette o indirette che coinvolse tutti paesi, esclusa la Francia, al fine di allontanare e superare tutte quelle condizioni conflittuali che potevano essere delle premesse di guerra.
Se il sistema bismarckiano (seppure con i suoi limiti: l’innaturale alleanza tra Russia e Austria del 1881e durata dieci anni, l’eccessivo accentramento tedesco del sistema e l’inestinguibile risentimento antitedesco della Francia) fu una garanzia per il mantenimento della pace in Europa, il tentativo dell’Imperatore Guglielmo II e dei vari Cancellieri o Ministri degli Esteri (Caprivi, Bülow, Besthmann e Kinderlen) di allontanarsene significava che la Germania si preparava per una nuova strategia: lo scontro diplomatico e la guerra.
Dal punto di vista interno la Germania durante il governo di Bismarck, approfittando del periodo di pace che conobbe dal 1870, ebbe un notevole sviluppo economico e demografico. Questo significò porsi in Europa, dal punto di vista della produzione, alla pari della Gran Bretagna; la Francia invece aveva subito una crisi economica, mentre la Russia soffriva di una certa arretratezza industriale. Inoltre l’aumento della popolazione aveva un significato importante se legato alla forza militare; Berlino poteva disporre di militari in numero inferiore solo alla Russia, ma rispetto a questa molto più organizzati, mentre la Francia doveva registrare un calo della propria popolazione e la Gran Bretagna era riconosciuta più come potenza navale che terreste, non avendo infatti la ferma obbligatoria.
Lo sviluppo dell’economia tedesca contribuì alla formazione di una classe capitalista che operò a stretto contatto con la dirigenza politica, spesso influenzandone le scelte in campo interno ed internazionale, e alla creazione di un esercito efficiente. Questi erano i presupposti per la nascita di un imperialismo germanico. La consapevolezza che si respirava a Berlino di essere diventati una potenza a tutti gli effetti spinse la dirigenza politica e militare a chiedere maggiori soddisfazioni nel quadro delle relazioni internazionali, facendo cioè pesare nei rapporti con le altre potenze il maggior potere economico e militare. Gli ambienti economici e finanziari fecero pressioni presso i politici per la ricerca di nuovi mercati e di colonie. Un’economia sempre più in espansione aveva bisogno di sempre più materie prime.
Sul finire del secolo il riarmo terrestre e, in particolare quello navale fu usato dalla Germania per premere su Londra affinché accettasse, di fronte ad una rivale sui mari, di dar vita ad una Lega continentale, un sistema di alleanze europee con Berlino a ricoprire un ruolo preminente. Nonostante a Londra un’apertura alla Germania non fosse vista negativamente da alcuni membri del governo e l’esperienza difficile della guerra dei boeri avesse reso meno splendido l’isolamento inglese, non ci fu l’avvicinamento a Berlino. La Gran Bretagna, di fronte alle continue richieste tedesche di accordarsi, accompagnate però dalle notizie di ulteriori potenziamenti della flotta germanica, iniziò a preoccuparsi, consapevole del fatto che perdere la supremazia navale significava perdere quella coloniale.
Si creano gli opposti schieramenti
L’imperialismo tedesco puntava così a minacciare quelle posizioni che la Francia e la Gran Bretagna avevano conquistato da tempo o che stavano consolidando, in Africa ed in Asia. Le crisi marocchine dimostrarono che Parigi doveva preoccuparsi non solo di avere un potente avversario confinante, ma anche di dover contrastarlo in Africa settentrionale. Dall’altra parte Londra dovette assistere alla penetrazione economica dei tedeschi nell’Impero Ottomano. L’affidamento alla Germania della costruzione della linea ferroviaria Berlino-Bagdad, portava i tedeschi fino al Golfo Persico e quindi apriva la porta all’India inglese. Proprio in quegli anni (1904) si diffondeva la tesi geopolitica del fulcro di Mackinder, il quale sosteneva che chi avesse controllato la regione euroasiatica avrebbe controllato il mondo. La Gran Bretagna sapeva che nelle colonie la costruzione di ferrovie, collegata alla diplomazia ed alla strategia, era strumento di conquista Inevitabilmente francesi e inglesi si trovarono più vicini.
I tedeschi e gli austriaci non erano però più imperialisti e militaristi delle grandi potenze occidentali, ma la Germania e l’Austria, così come la Russia ed il Giappone, erano Stati burocratico-militari, mentre in Francia e in Gran Bretagna il militarismo si trovava inserito in un contesto democratico e liberale. Questo non vuole condannare la politica imperialista di uno e giustificare quella di altri, ma nei primi, certamente più influenza ebbero le caste militari sulla diplomazia, per una politica estera più aggressiva.
Gli inglesi e i francesi che possedevano i due più grandi imperi coloniali del mondo erano relativamente più soddisfatti e avevano perciò un atteggiamento più conservatore, pacifista ed ostile alle potenze centrali, viste come forze disgreganti. Inoltre il militarismo imperialista tedesco trovava radici nelle mire espansionistiche del capitalismo finanziario che comunque, va ricordato, aveva un ruolo predominante in tutti i grandi Stati economicamente sviluppati.
L’insuccesso diplomatico tedesco ad Algeciras ed Agadir e la nascita dell’Entente Cordiale (l’intesa tra Francia e Gran Bretagna del 1904), portò la Germania a sentirsi isolata e, come potenza imperialista, completamente frustrata nelle sue pretese di migliorare le proprie posizioni. La Germania pensava che la guerra fosse inevitabile.
Del 1905 è la rivisitazione del piano militare tedesco Schlieffen, che individuava già i nemici da abbattere, la Francia e la Russia, e prevedeva, come in parte avvenne nelle prime fasi del conflitto mondiale, di annientare i francesi, violando la neutralità del Belgio, e per poi attaccare la Russia, meno industrializzata e meno efficiente a mobilitarsi. Tale piano non prevedeva il coinvolgimento nella guerra, prevalentemente terrestre, dei britannici, e si sottovalutò che l’invasione del Belgio avrebbe fatto scattare, come poi avvenne, il sistema difensivo di Londra e la sua entrata in guerra. Le diplomazie europee in questo periodo si attennero troppo ai consigli dei militari, non sempre lungimiranti.
Verso la guerra
I piani di riarmo di entrambi gli schieramenti continuarono. La Germania era desiderosa di mettere in opera la propria macchina da guerra, convinta della superiorità militare nei confronti dell’Intesa. Nel 1911 i militari tedeschi vedevano un conflitto come l’occasione per costruire un Impero a misura della potenza tedesca. L’Alto Stato Maggiore tedesco aspirava ad ampi domini coloniali in Africa ed in Asia, da conquistare ai danni dei francesi; ancora una volta per la Germania l’avversario principale era la Francia.
Tedeschi e austriaci sapevano che con il tempo che passava la superiorità militare di cui godevano poteva essere messa in crisi dalla ricchezza dell’impero britannico e francese. Gran Bretagna e Francia ritenevano più favorevole il rinvio di alcuni anni della guerra per dare tempo alla Russia di riprendersi dalla sconfitta con il Giappone del 1904 e per risolvere le tensioni politico-sociali interne.
La Germania era propensa a scatenare invece una guerra prima che l’Intesa portasse a termine il riarmo, tanto da assumersi la responsabilità del conflitto, perché Berlino non riusciva, a differenza della Gran Bretagna e della Francia, ad avere soddisfazione nell’ambito delle crisi locali, e negli accordi diplomatici che ne seguivano.
La Germania e l’Austria, fiduciose della propria forza militare, furono le responsabili dello scoppio del conflitto, prendendo a pretesto la crisi balcanica, ma il modo e il tempo dell’operazione fu una scelta strategica: colpire prima che l’avversario si rafforzasse e colpisse per primo. L’obiettivo comune dei due blocchi contrapposti era l’indebolimento dei nemici e la conquista del dominio mondiale; l’imperialismo costituiva la base di entrambi gli schieramenti. Dopo il 1907, con il definirsi dei due schieramenti, la guerra sembrò molto vicina sebbene nessuno l’auspicasse. Berlino puntava ad un posto al sole in Africa ed in Asia, ma Francia e Gran Bretagna non vollero cedere, Vienna puntava ai Balcani, ma il nuovo assetto che era stato dato alla regione non aveva favorito l’Austria, anzi si era rafforzata la posizione e l’influenza russa nella zona ed aggravata la questione del nazionalismo. Le potenze centrali si resero conto che l’unica possibilità per vedere i propri obiettivi realizzati era sconvolgere l’attuale situazione politica e di forze e dare vita ad un nuovo ordine più a loro favorevole. La guerra fu l’unico strumento a loro disposizione.

Bibliografia orientativa
R. Albrecht-Carriè, Storia Diplomatica d’Europa (1815-1968), Laterza, Roma-Milano, 1978, Vol. I.
M.L. Salvadori, Storia dell’età contemporanea, Loescher Editore, Torino,1977, Vol. I.

26 febbraio – IBS Libreria – Franco Cardini presenta: “La scintilla. Da Tripoli a Sarajevo: come l’Italia provocò la prima guerra mondiale”

Mercoledì 26 febbraio 2014 ore 18.00
100 anni dalla Grande Guerra
Franco Cardini presenta
La scintilla. Da Tripoli a Sarajevo: come l’Italia provocò la prima guerra mondiale
Mondadori
Saranno presenti Laerte Failli e Domenico del Nero

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La scintilla. Da Tripoli a Sarajevo: come l’Italia provocò la prima guerra mondiale

All’inizio di agosto del 1914 scoppia la prima guerra mondiale. L’Italia rimane estranea alle ostilità fino al 24 maggio 1915, ma le sue responsabilità in relazione al conflitto sono molto gravi e risalgono a qualche tempo prima. Nel 1911 l’Europa è infatti in un sostanziale equilibrio, lo sviluppo economico è tumultuoso e le grandi potenze hanno risolto quasi tutti i loro contrasti coloniali: l’unico elemento di instabilità viene dall’impero ottomano, il cui collasso porterebbe a conseguenze imprevedibili. In particolare è preoccupante la situazione nei Balcani, dove i nazionalismi serbo, bulgaro, greco e rumeno aspirano a un riassetto generale della regione a spese dei territori appartenenti a Costantinopoli. Dopo oltre un quarantennio di pace fra le potenze del continente, è l’Italia che riapre la stagione dei conflitti, invadendo le province ottomane di Tripolitania e Cirenaica. Giolitti, indifferente ai problemi continentali, è alla ricerca di una vittoria militare di prestigio che taciti le opposizioni di destra e rifiuta ogni offerta di cessione di fatto dei territori avanzata da Costantinopoli, conservandone la sovranità nominale, sull’esempio dell’Egitto e dell’Algeria, da anni protettorati inglese e francese. Nasce così l’impresa di Libia, inutile e proditorio attacco all’impero ottomano.

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Il giudizio di Togliatti sugli esuli della Dalmazia

(Fonte: Corriere Fiorentino) – Testo di Roberto Di Ferdinando

Palmiro_TogliattiNei giorni scorsi il Governatore della Toscana, Enrico Rossi, in una sua lettera inviata al Corriere Fiorentino, l’inserto di Firenze del Corriere della Sera, per spiegare la sua assenza alle celebrazioni del giorno del Ricordo (ricordo delle vittime delle foibe e del dramma degli esuli dalmati, istriani e fiumani) sottolinea come la Toscana si distinse nell’accogliere gli italiani in fuga dalle terre della Dalmazia, nonostante, riporta sempre Rossi, i due grandi partiti popolari di allora, DC e PCI ebbero grandi responsabilità riguardo quel dramma di italiani contro trattati come non italiani. Ed in riferimento all’atteggiamento, in quegli anni, del Partito Comunista Italiano nei confronti degli esuli, nella sua lettera Rossi richiama un passaggio di un’intervista a Togliatti apparsa su L’Unità nel 1946: “Non riusciremo mai a considerare aventi diritto ad asilo coloro che si sono riversati nelle nostre grandi città impauriti dall’alito di libertà degli eserciti liberatori. I gerarchi, i briganti neri, i profittatori che hanno trovato rifugio nelle città e vi sperperano le ricchezze rapinate e forniscono reclute alla delinquenza comune, non meritano davvero la nostra solidarietà né hanno diritto a rubarci pane e spazio che sono già scarsi”. Per la cronaca la maggior parte degli esuli era composta da semplici cittadini e non da fascisti od ex fascisti, inoltre, abbandonando le loro terre d’origine (fino allora quelle terre erano state territorio italiano) queste persone persero tutte le loro proprietà e risparmi.

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Il “Mein Kampf” best-seller on line

(fonte: La Stampa), testo di Roberto Di Ferdinando

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Immagine tratta da: www.trend-online.com

Sfogliando le classifiche internazionali delle vendite dei libri in edizione digitale, sorprende la presenza di un testo: il “Mein Kampf” (la mia battaglia) che Adolf Hitler scrisse tra il 1924 ed il 1925 e che contiene le basi dell’ideologia e del programma del partito nazista. Il giornalista e blogger statunitense, Chris Faraone, ha effettuato una ricerca in Rete ed ha scoperto che il libro di Hitler è attualmente al terzo posto della classifica “Referenze”, all’undicesimo in quella generale di “Storia” di Amazon in Gran Bretagna, 18° posto in quella di “Storia dell’Olocausto” sempre di Amazon Gran Bretagna, invece, in Amazon USA il “Mein Kampf” è al primo posto della classifica “Propaganda e psicologia politica”, mentre su iTunes due edizioni del testo sono al 12° e 15° posto nella sezione “Politica e eventi contemporanei”. Questo successo editoriale-digitale dipende, sempre secondo Faraone, proprio dal fatto che il testo esista nella versione e-book. Infatti, negli anni passati molte persone avrebbero avuto delle resistenze a recarsi in libreria od ordinare tale testo, così come leggerlo pubblicamente, invece, oggi, la versione on line, garantisce una lettura più riservata.
Da anni in Rete esistono decine di edizioni, anche gratuite, del “Mein Kampf”, ma in formato e-book appare per la prima volta nel 2008 come versione Kindle (1,60 dollari), mentre l’ultima è del 2013 edita da Montecristo Editora al costo di 1 euro.
Ma esistono ancora i diritti su tale testo? L’articolo de La Stampa di ieri, chiarisce questo aspetto. In seguito alla morte di Hitler, lo stato della Baviera ha ereditato i lasciti del Fuhrer e per 70 anni anche quelli legati al “Mein Kampf” (parte dei diritti sono riconosciuti anche agli USA e alla Gran Bretagna, vincitori nei confronti della Germania nazista). In questi decenni il governo della Baviera ha autorizzato la pubblicazione di pochissime edizioni del “Mein Kampf” (la prossima sarà del 2015 in prossimità della scadenza dei diritti), principalmente per evitarne un’eccessiva propaganda (come sempre ciò che è proibito attrae, forse anche per questo motivo oggi il libro ha tale successo) e tutte con commenti di autorevoli storici e per fini esclusivamente scientifici .
RDF

Leggi anche:

http://www.recintointernazionale.it/2010/10/il-successo-forzato-editoriale-e-di-ricavi-del-mein-kampf/

http://www.recintointernazionale.it/2008/09/notizie-dal-mondo-la-pubblicazione-del-mein-kampf/

Estate 1943, l’Italia è allo sbando: aneddoti dal libro “Una Repubblica senza patria”

Testo di Roberto Di Ferdinando (fonte Corriere della Sera)

Armistizio-1943-Castellano-Eisenhower-CassibileNei giorni scorsi è stato presentato alla stampa ed al pubblico il libro “Una Repubblica senza patria” scritto da Vittorio Feltri e Gennaro Sangiuliano, edito da Mondadori.
Gli autori, partendo dal secondo conflitto mondiale, raccontano e commentano i momenti salienti della nostra Italia repubblicana. Sangiuliano, che cura la prima parte del libro, cioè dalla guerra agli anni ’60, riporta alcuni aneddoti del periodo bellico che, seppur semplici, possono rendere ben chiara l’idea di come l’Italia si sia ritrovata ad essere governata da una classe dirigente non sempre all’altezza. Di seguito, virgolettati, alcuni passaggi del libro pubblicati dal Corriere della Sera di ieri, che ha dedicato un articolo alla presentazione del libro.
LIBRO-FELTRI-SANGIULIANO-400x613Estate 1943, da alcune settimane il Gran Consiglio aveva costretto alle dimissioni Mussolini, gli Alleati erano sul territorio italico, i Savoia erano prossimi ad abbandonare Roma e la guerra per l’Italia continuava, sebbene il paese non sapesse più chi fossero i veri nemici. In questo clima di grande incertezza e di approssimazione, i servizi segreti militari statunitensi iniziano a muoversi a Roma per prendere contatto con i militari e i governanti italiani per sondare il terreno per una resa o una non belligeranza e per concordare con le autorità italiane fedeli al re un aviosbarco e la difesa della capitale. Al momento di giungere a Roma i due agenti si trovano dinanzi a questa scena: “il comandante della difesa di Roma, il generale Carboni, è a una festa; Badoglio dorme e ha dato l’ordine di non essere svegliato; il generale Ambrosio è a Torino per un trasloco; Roatta e a cena. I due ufficiali alleati vengono intrattenuti da un colonnello che non conosce l’inglese e li tratta da turisti. Il meglio che gli riesce di fare è condurli in un lussuoso ristorante”.
Ancora dall’articolo del Corsera: “il racconto del generale Giuseppe Castellano che firma (3 settembre firma dell’armistizio di Cassibile) la resa italiana agli americani con il futuro direttore della CIA, Walter Bedell Smith: (dal libro)<<La sequenza fotografica che ritrae quella firma suscita ancora oggi imbarazzo e vergogna – scrive Sangiuliano -; Castellano si presenta in abiti borghesi, indossa un elegante blazer, con il fazzoletto nel taschino, come si va al circolo per l’aperitivo, l’aria è di chi sta vendendo un pezzo di terra dal notaio. Il suo abbigliamento suscita ilarità e una certa pena negli angloamericani.>>”
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L’assaggiatrice di Hitler

(fonte: Sette-Corriere della Sera), testo di Roberto Di Ferdinando

L’edizione on line del quotidiano tedesco Spiegel ha intervistato Margot Wolk, oggi 95enne, che per due anni è stata una delle 15 ragazze che assaggiava i cibi prima che questi fossero mangiati da Hitler. Due anni, trascorsi in alcune baracche, sul fronte orientale, nella Tana del Lupo, così era chiamato il quartier generale del Fuher sul confine con la Polonia. Ogni mattina alle 8 Margot era scortata dalle SS in una stanza, apparecchiata per le assaggiatrici, dove erano condotte le pietanze, preparate in un altro edificio, e qui le testava assaggiandole. I pasti erano rigorosamente vegetariani come prevedeva la dieta voluta da Hitler. Prima dell’arrivo dei russi la Wolk riuscì a scappare ed a rifugiarsi a Berlino, dove poi ha sempre vissuto, senza però più a provare il piacere nell’assaporare una pietanza.

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