Recinto come barriera fisica, naturale, come le montagne, i fiumi o gli steccati. Ma anche come barriera convenzionale, come una frontiera. Frontiere che sono lentamente sparite, superate dalla politica e dagli scambi economici. Da tante frontiere, ad un'unica frontiera, da tanti recinti ad un unico recinto, internazionale, che avvolge la nostra contemporaneità

10 Dicembre Dipartimento di Storia Archeologia Geografia Arte e Spettacolo (SAGAS), Aula Magna – Firenze — Convegno internazionale: “La pirateria fra storia e diritto: percorsi di ricerca interdisciplinare”

Convegno internazionale: “La pirateria fra storia e diritto: percorsi di ricerca interdisciplinare”
Coordina Ida Gilda Mastrorosa.  Intervengono: Roberto Bartoli (Università di Firenze), Philip de Souza (University College, Dublin), Immacolata Eramo (Università di Bari), Marco Gemignani (Università di Pisa), Mario Lentano (Università di Siena), Ida Gilda Mastrorosa (Università di Firenze), Marco Pellegrini (Università di Bergamo), Stefano Pietropaoli (Università di Salerno), Filippo Ruschi (Università di Firenze), Anna Tarwacka (Uniwersytet Kardynala Stefana Wyszynskiego Warszawa).
Programma: http://www.sagas.unifi.it/upload/sub/documentazione/dic-mastrorosabrochure-workshop-pirateria.pdf
10 Dicembre 2015  -  ore 9,15
Sede:

Dipartimento di Storia Archeologia Geografia Arte e Spettacolo (SAGAS), Aula Magna, Via San Gallo, 10 Firenze
Organizzazione:

Dipartimento di Storia Archeologia Geografia Arte e Spettacolo (SAGAS) dell’Università di Firenze, Laboratorio di Storia Moderna

Gli attentati di Parigi ed il passo che avremmo già dovuto fare…

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a cura di Massimiliano Ferrara

Alle 4,20 del 18 novembre scorso a Parigi le teste di cuoio hanno dato l’assalto, con una sparatoria, ad un covo di terroristi dove si pensava fosse asserragliato anche Abdelhamid Abaaoud, considerato la mente delle recenti stragi. Si registrano due morti: uno jihadista e una donna kamikaze che si è fatta saltare in aria all’interno dell’appartamento per non essere catturata. Altre tre persone all’interno del covo sono state prese vive ed arrestate. A questi si aggiungono quattro arrestati, di cui una donna, nelle vicinanze dell’appartamento. Se non ce ne fossimo già accorti siamo in guerra. Partiamo da una certezza: la guerra esiste anche se è un conflitto interno al mondo islamico che, sin dagli anni ’80, rivaleggia tra concezioni radicalmente diverse dell’islam. Un conflitto legato indissolubilmente ad interessi egemonici/geopolitici incarnati da varie potenze musulmane come l’Arabia Saudita, Turchia, Egitto, Iran, paesi del Golfo ecc… In realtà la guerra è all’interno dell’islam e si svolge su terreni diversi in cui sorgono ogni giorno nuovi e sempre più terribili mostri: dalla Jihad islamica egiziana, fino ad al-Qaida e Daesh[1] (Stato Islamico, Is, Isis, Daesh). In questa guerra noi occidentali non siamo i protagonisti anche se lo stiamo malauguratamente diventando. Il fine degli attentati parigini del 13 novembre è di terrorizzarci per spingerci fuori dal Medio Oriente, che rappresenta la vera posta in gioco. E’ un conflitto in cui siamo coinvolti a causa della nostra antica presenza in quelle aree e dei nostri stessi interessi. La teoria di Daesh è sempre stata palese: fondare uno Stato laddove gli Stati precedenti sono stati creati dagli stranieri per cui sono “impuri”. Daesh guerreggia per il potere riconoscendosi con l’arma dell’unica e vera religione concorrendo ad affermarsi presso la comunità dei musulmani (che include le comunità musulmane all’estero) quale unico effettivo e “costituzionale” rappresentante dell’Islam contemporaneo. E’ come una guerra politica nella religione, che manipola i segni della religione mescolando sacro e profano. Infatti Daesh, come al-Qaida, uccide soprattutto musulmani e attacca chiunque si intromette in tale conflitto. Mentre al-Qaida chiedeva la cacciata delle basi Usa dall’Arabia Saudita e puntava a prendersi quello Stato (o alternativamente il Sudan e poi l’Afghanistan in combutta coi talebani) Daesh pretende di più: conquistare il cuore della comunità dei fedeli musulmani ed esigere la fine di ogni coinvolgimento occidentale e russo in Siria e Iraq. Non ultimo, creare un nuovo Stato laddove esisteva l’antico califfato: la Mesopotamia. E’ possibile, però, notare una peculiarità spesso passata inosservata: al-Qaida si muoveva in una situazione in cui gli Stati erano ancora relativamente forti; Daesh approfitta della loro fragilità nel mondo in cui saltano le frontiere. Non esiste lo scontro tra civiltà ma c’è uno scontro dentro una civiltà, in corso da molto tempo. Inoltre ci sono due questioni rilevanti: la prima riguarda la presenza politica, economica e militare in Medio Oriente; la seconda concerne come difendere le nostre democrazie, basate sulla convivenza tra diversi, allorquando i musulmani qui residenti sono coinvolti in tale animalesca contesa? Come tutelare la nostra civiltà dai turbamenti violenti della civiltà vicina? Occorre innanzitutto proteggere la nostra convivenza interna e la qualità della nostra democrazia. Di sicuro un’Europa unita soltanto da un punto di vista monetario non aiuta a risolvere il problema. Servirebbe un serio coordinamento tra tutte le forze dell’ordine per contrastare il fenomeno dell’estremismo, soprattutto nell’ambito delle collettività immigrate di origine arabo-islamiche, che rappresentano un’importante posta in gioco del terrorismo islamico. Da constatare anche che tali attentati si ripetono proprio mentre lo Stato Islamico perde terreno in Siria. Parallelamente occorre conservare il nostro clima sociale il più sereno possibile perché mantenere la calma significa non cedere ai richiami dell’odio che desidererebbero vendetta, che per rancore trasformerebbero le nostre città in ghetti contrapposti, seminando cultura del disprezzo e inimicizia. Non bisogna cadere nel tranello (purchè molto allettante) della reazione feroce e aggressiva perché sarebbe controproducente rendere infiammato il nostro clima sociale. Così regaliamo il controllo delle comunità islamiche occidentali ai terroristi, cedendo alla loro logica dell’odio proprio in casa nostra. E’ questa la vera sfida poiché una risposta violenta farebbe il gioco dello Stato Islamico. In secondo luogo, occorre necessariamente trovare una politica univoca sulla guerra di Siria, vero crogiuolo dove si formano i terroristi. Imporre la tregua e il negoziato è una priorità strategica. Solo la fine di quel conflitto potrà aiutarci mentre aggiungere guerra a guerra produce solo effetti devastanti. Finora abbiamo commesso molti errori: l’Occidente si è diviso, alcuni governi si sono schierati, altri hanno silenziosamente fornito armi, altri ancora hanno avuto atteggiamenti ambigui, non si è parlato con una sola voce agli Stati vicini a Siria e Iraq eccetera. La fine della guerra in Siria (e nell’immediato il suo contenimento) è il vero modo per togliere linfa vitale al terrorismo mettendo in seria difficoltà lo jihadismo.

In terzo luogo, sarebbe opportuno affrontare in modo più chiaro ciò che accade in Libia, nello Yemen, in Iraq, Libano, Egitto e Tunisia… Nonostante tali crisi siano in parte collegate, vanno necessariamente tenute distinte tra loro altrimenti si cadrebbe nell’errore (auspicato dal Daesh) di considerarle tutte crisi riconducibili ad un unico conflitto. In tale impegno occorrono alleanze forti con gli Stati islamici cosiddetti moderati: un modo per trattenere anche loro dal cadere (o essere trascinati) nella trappola del jihadismo che li vuole portare sul proprio terreno. Ogni conflitto mediorientale e mediterraneo ha una storia a sé. In altre parole: restare in Medio Oriente comporta un impegno politico a vasto raggio e continuo per cui è assolutamente fondamentale conoscere, pedinare e scovare i foreign fighters. Esistono, purtroppo, cellule dormienti mai del tutto distrutte che si riattivano con estrema velocità ed in perenne collegamento con il Medioriente. Malauguratamente, attentati di questo tipo possono essere compiuti da chiunque poiché non occorre particolare addestramento ed una conoscenza approfondita di tecniche militari. Combattere il fenomeno foreign fighters corrisponde a coinvolgere le comunità islamiche che potrebbero risultare strategicamente utili per scovare gli estremisti pronti ad intervenire. Più che una guerra di religione occorrerebbe una collaborazione tra religioni.

Inoltre è basilare capire che tipo di guerra stiamo combattendo senza cadere nell’errore di combattere una guerra contro l’Islam, ciò significherebbe rendere estremista anche l’attuale ala moderata con la quale, invece, necessita cooperare. La propaganda Daesh (come quella di al-Qaeda prima) tira continuamente in ballo l’Occidente: in realtà sta parlando alla comunità musulmana per farla insorgere. Fermare e sospendere la guerra di Siria è il solo modo per combattere il proliferarsi del terrorismo. Di certo sarà un’operazione lunga e complessa, ci saranno altri attentati, ma è una soluzione lungimirante anche se si tratta di far dialogare irriducibili nemici.  Continuare il conflitto in Siria vuol dire compiacere Daesh ed i suoi strateghi che avranno sempre un alibi; un Occidente ed una Russia divisi su tutto favoriscono chi sta creando uno “Stato” alternativo. Occorrerebbe che ribelli siriani e milizie di Assad (assieme ai rispettivi alleati) capiscano che esiste il nemico comune per cui vale la pena confrontarsi. Lo Stato Islamico furbescamente si presenta alla propria comunità come “diverso”, senza alleati, patriottico, anti-neocolonialista, no-global, incontaminato da interessi stranieri ed islamico al 100%. Un eventuale, ed auspicabile,  negoziato dovrebbe portare ad una tregua immediata aprendo un dibattito realistico sul futuro della Siria. Solo in tal modo si potrà mettere in piedi un’operazione internazionale di terra, che miri a stabilizzare il paese ed a mettere Daesh in seria difficoltà, perché quest’ultimo è stato estremamente abile ad approfittare delle nostre divisioni. I recenti attentati di Parigi hanno sconvolto la nostra opinione pubblica, ci hanno trascinato nell’incubo del terrore ma, al tempo stesso, stanno ricompattando strategicamente le forze Occidentali, e ciò è un passo che avremmo già dovuto fare da diverso tempo…



[1] DAESH  o ISIS?

Daesh è un acronimo: significa “Stato Islamico dell’Iraq e del Levante”, o “della Grande Siria”. Apparentemente il significato è lo stesso di Isis ma l’accezione attribuita a Daesh è spesso dispregiativa, perché somiglia a un altro termine arabo che significa «portatore di discordia». Secondo il The Guardian , addirittura, la Francia avrebbe preferito il termine Daesh perché simile al francese dèche, cioè «rompere». Che il termine sia disprezzato dai seguaci di Abu Bakr al-Baghdadi è confermato anche dalle testimonianze di chi racconta di punizioni corporali per chi utilizza pubblicamente il nome Daesh. Di conseguenza decidere tra Stato Islamico e Daesh significa dare forma a quella realtà. Praticamente tutte le testate giornalistiche optano per Isis, per una questione di semplicità e di uniformità.

 

L’assalto di Daesh alla Francia e la risposta dell’Unione Europea

A cura di Francesco Della Lunga

Al di là di quelli che saranno poi gli sviluppi delle indagini francesi e dall’azione delle intelligence di Francia e Belgio rileviamo con interesse l’opinione espressa lo scorso 14 novembre alla trasmissione della 7, Otto e Mezzo, condotta dalla Gruber dagli ospiti intervenuti, l’ex Presidente del Consiglio italiano Enrico Letta, oggi professore alla PSIA (Paris School of International Affairs), Massimo Cacciari, filosofo ed ex politico ed il Generale Vincenzo Camporini (Istituto Affari Internazionali).

L’analisi condotta in questo breve spazio televisivo ha messo in evidenza alcuni punti:

-        Necessità di dare una risposta ai cittadini europei (perché è pacifico che sia la comunità occidentale in generale e quella europea esposta all’attacco di Daesh) in termini di sicurezza e che questo debba e possa essere fatto con una risposta specifica o non ordinaria, introducendo misure che potrebbero anche limitare la certezza dei diritti individuali;

-        Necessità di dare una risposta di “sistema”, come detto da Cacciari e Letta e condiviso anche dal Generale, nel senso che la risposta può essere vincente solo se ci sarà “più Europa” e meno “stati nazione”;

-        Necessità di valutare al meglio tutti gli scenari presenti e futuri per evitare che l’Occidente debba rimanere sotto lo scacco di gruppi di terroristi sanguinari ed in un vortice continuo di terrore;

-        Necessità di valutare e decidere le risposte in un ambito strategico e geopolitico ben determinato, con un obiettivo fortemente condiviso.

Proviamo a riassumere un po’ questi quattro punti riportando le posizioni espresse.

La risposta ai cittadini europei deve avvenire in termini di sicurezza, senza che il venir meno della stessa possa mettere in crisi il normale svolgimento della vita quotidiana. Per far questo viene auspicato il massimo coinvolgimento, a livello centrale europeo e con un forte coordinamento, di tutte le intelligence. Veniva fatto notare come un fenomeno come quello parigino sia probabilmente la sconfitta dell’intelligence giacché le azioni condotte dai terroristi ieri a Parigi lasciano pensare ad una attenta pianificazione e preparazione che è totalmente sfuggita alle forze di polizia. Mentre, in casi di terrorismo, quando nulla succede, è certamente da ascrivere anche a merito dell’intelligence che, come noto, quando agisce, lo fa senza che si abbiano notizie. Il coordinamento delle forze di polizia e dei servizi dei paesi europei pare dunque la prima risposta che tutti gli analisti e soprattutto i cittadini dovrebbero auspicarsi.

La risposta di “sistema” è forse quella più complessa da attuare perché ad oggi appare totalmente da costruire ma è anche quella che può dare il migliore risultato possibile, ovvero la scomparsa di questo fenomeno. Sia Cacciari che Letta hanno in qualche modo condannato le parole del leader della Lega Nord Salvini secondo il quale ci sarebbe da dichiarare guerra all’IS. La guerra sul terreno è il maggiore spauracchio di tutti i leader europei e di tutte le loro opinioni pubbliche. Interessante, da questo punto di vista, l’osservazione di Letta, secondo la quale le opinioni pubbliche europee non sono da tempo più abituate a condividere e sopportare una guerra sul campo con tutto quello che ne consegue. D’altra parte, la guerra fatta soltanto con i droni è una guerra che non si può vincere. La risposta di “sistema”, come dice Cacciari, riguarda tutti gli aspetti, da quelli politici a quelli militari. Ma la risposta militare non può rimanere avulsa da una strategia politica di lungo periodo che cerchi di individuare gli scenari futuri perché altrimenti le conseguenze sarebbero ancora peggiori. Negli ultimi anni abbiamo assistito al fallimento di interventi militari, peraltro senza l’intervento sul terreno di truppe europee o Nato o Statunitensi in alcuni teatri quali la Siria, la Libia ed in generale tutta l’area mediorientale attraversata prima dalle primavere e poi dall’affermazione dell’IS o Daesh. La risposta di “sistema” dovrebbe dunque essere attuata dispiegando tutte le risorse possibili sotto un unico coordinamento, quello europeo. Ad oggi abbiamo ancora la presenza della Nato, due ex grandi potenze come la Gran Bretagna e la Francia con dispositivi militari certamente integrati in quello Nato ma comunque ancora con forti velleità di dimostrare la propria forza anche senza questo ombrello, istituzioni europee deboli che non sono in grado di organizzare una risposta militare senza il sostegno Nato e, in ultima analisi, statunitense. Il lavoro da fare quindi appare enorme, ma di fronte agli eventi di Parigi si dovrà necessariamente rispondere riorganizzando i dispositivi di sicurezza e quelli militari portandoli sotto il controllo politico europeo. Questo significherà certamente abbandonare l’idea che ci ha cullati fino ad oggi e durante gli ultimi settant’anni con la consolazione dell’intervento americano e riappropriandoci del nostro comune destino. Una scelta che inevitabilmente potrà avvenire solo se a livello politico l’Europa sarà in grado di fare ora il salto di qualità.

Il terzo punto si lega invece alla risposta che occorre dare al fenomeno migratorio. Molti leader politici nazionali hanno legato le minacce alla sicurezza sul territorio interno alla presenza di terroristi fuggiti dalle aree di crisi. Mentre gli analisti argomentano dicendo che occorre fare attenzione a fare di tutta l’erba un fascio. In Europa la presenza islamica ormai è forte ed è radicata in quasi tutte le nazioni. I fenomeni degli ultimi due anni stanno però rischiando di mettere a rischio la coesione sociale. Anche in questo caso si è notato una risposta individuale al fenomeno con qualche caso di clamoroso ripensamento (ad esempio in Germania questa estate, di fronte alla massiccia invasione di profughi dalla Grecia e dalla Turchia si è prima aperto le porte a tutti, per poi richiudere le frontiere) e senza la mancanza assoluta di condivisione e coordinamento. L’Italia è stata lasciata sola di fronte agli sbarchi, la Francia a chiuso le frontiere a Ventimiglia scordandosi di Shenghen, gli inglesi hanno cercato di bloccare gli sbarchi e lasciare gli immigrati in terra francese. Per non parlare del governo ungherese che ha issato l’ennesimo muro di filo spinato in Europa, ai propri confini con la Serbia. Ma una soluzione deve essere trovata perché il cittadino normale si sente solo ed abbandonato e soprattutto sente di perdere la propria sicurezza di fronte alla presenza di persone di origini diverse che non capisce e che recepisce come una minaccia anche al proprio futuro. La coesione sociale rischia di essere minata da questi fenomeni e se l’Europa non trova una risposta efficace il futuro della costruzione comunitaria appare ad altissimo rischio.

Sull’ultima questione trattata, ci sembra rilevante il pensiero di Letta che si lega, ancora una volta, al tema dell’impreparazione europea ad una guerra sul terreno. In questo senso rilevante diventa il ruolo russo che, negli ultimi giorni ha preso vigore grazie ad alcune dichiarazioni del Presidente Putin che si sarebbe detto disposto a dislocare truppe in Siria. Per Letta potrebbe essere un passo obbligato valutare la posizione russa in termini di “realpolitik”. Se gli europei non sono ancora in grado di affrontare una guerra sul terreno, potrebbero accettare di buon grado la presenza russa su un territorio irto di insidie come quello siriano, senza peraltro esporsi direttamente. Nonostante il peso che un’alleanza esplicita con un interlocutore ritenuto fino ad oggi inaffidabile e contrario alla maggioranza dei valori europei potrebbe comportare, sembra quasi inevitabile rivolgersi anche ad attori “scomodi” almeno fino a che l’Europa non sarà in grado di rispondere con una sola voce al pericolo sempre più vicino di Daesh.

I nativi americani proprietari dell’Hard Rock Café

(Testo di Roberto Di Ferdinando) – Fonte: La Repubblica
pr04870Seminole è il nome dell’unica tribù di nativi americani mai arresasi agli “yankee”. Ridotta nell’Ottocento a poche centinaia, dopo essere stata sterminata, ma mai conquistata, questa tribù riuscì comunque a strappare a Washington il controllo sovrano di ampi territori della Florida. Oggi conta circa 4.000 membri, e grazie allo spirito imprenditoriale del suo presidente (capo), il settantunenne, James Edward Billie, è diventata una nazione ricca e prospera, con interessi in ampi settori: 200 tra ristoranti, café, hotel e casinò (il primo fu aperto nel 1979), sparsi in 64 paesi del mondo. Inoltre, hanno partecipazioni in attività nell’allevamento di bestiame, aziende agricole, raccolta degli agrumi (proprietari di una società di trasformazione e commercializzazione di succo), supermercati, stazioni di benzina ed altro, impiegando oltre 20.000 persone, di cui 10.000 nel settore del gioco d’azzardo ed un indotto di miliardi di dollari. Inoltre i Seminole dal 2007 hanno aggiunto al loro patrimonio finanziario anche un altro gioiello, la proprietà del Hard Rock Café International con 7.000 impiegati.
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Il vocabolario medico…nazista

1938-04-26_ba_zg_s283-36_antrittsvorlesung_pernkopf_als_med_dekan_und_semestereroeffnung_nach_anschluss-kyNI-U43090432758273vJH-1224x916@Corriere-Web-Roma-593x443Testo di Roberto Di Ferdinando

(fonte: Corriere della Sera)

Nel giugno scorso, a La Sapienza di Roma, si è svolto un convegno promosso dalla Comunità Ebraica di Roma e dall’Ospedale Israelitico di Roma. Durante i lavori è stato ricordato come l’attuale vocabolario medico internazionale, riporti in alcuni casi malattie intitolate agli autori della loro scoperta (malattie eponimiche), autori che ebbero un legame stretto con il regime nazista e responsabilità nell’Olocausto. Alcuni esempi: l’Atlante di anatomia umana Pernkopf, diffusissimo anche in Rete ed in Italia, prende il nome da Eduard Pernkopf (nella foto), rettore dell’Università di Vienna dopo l’annessione alla Germania, avrebbe compilato il suo atlante studiando i cadaveri delle vittime ebree dei campi di concentramento. La granulomatosi di Wegener; Friedric Wegener sarebbe accusato di aver selezionato alcuni ebrei da deportare. L’artrite di Reiter, Hans Conrad Reiter, fedelissimo di Hitler, è accusato di aver effettuato esperimenti medici utilizzando come cavie umane i reclusi dei campi di concentramento. E così via per altri nomi di malattie.

Dal Convegno è partita l’iniziativa di stilare una richiesta ufficiale, sostenuta dalla stessa Università La Sapienza, a tutte le società scientifiche internazionali, perché siano rimossi tali nomi, per poi approdare alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo.

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Curiosità e ritratti dei protagonisti del vertice Nato del 1991 descritti nel diario privato di Giovanni Spadolini

Il presidente degli Stati Uniti George Bush senior partecipa al vertice NATOIl 7 novembre 1991, a margine del vertice NATO che si svolge a Roma, l’allora Presidente delle Repubblica, Francesco Cossiga, ospita al Quirinale, per la tradizionale cena, i capi di Stato e di governo dei paesi membri. Giovanni Spadolini, presidente del Senato, vi partecipa e descrive, nel suo diario privato, alcuni momenti della cena oltre che alcuni suoi protagonisti. Il testo è in parte ripreso da un articolo a firma del prof. Cosimo Ceccuti, pubblicato recentemente sul Quotidiano Nazionale.

Il vertice vede il rilancio della Germania, guidata dal cancelliere Kohl, grazie anche alla sua riunificazione tra est ed ovest. La Francia, invece, è preoccupata per la ripresa tedesca e della Nato, e non a caso Spadolini osserva e descrive così il presidente francese Mitterand :<<spettrale, molto invecchiato ed estremamente bianco e diverso da come l’avevo lasciato a Parigi. Si vede che ha avuto il colpo dell’unificazione tedesca e di questo rilancio della Nato che va tutto contro il prestigio della Francia>>. Spadolini e Mitterand converseranno in quell’occasione revocando i loro incontri di studio del 1958 presso la biblioteca Marucelliana, quando Mitterand si recava a Firenze per studiare i Medici e Lorenzo il Magnifico, il suo personaggio storico preferito.
Spadolini poi descrive <<un altro vecchio amico, sempre festoso quando mi incontra>>: il premier spagnolo, il socialista Felipe Gonzalez, che il presidente del Senato aveva incontrato per la prima volta nella sede del partito repubblicano, subito dopo la fine del regime franchista. Nella cena di Roma, Spadolini e Gonzalez parlano di storia <<gli ricordo l’antisemitismo, l’antiebraismo del regime di Franco. Egli mi chiarisce che Franco non fu antisemita personalmente; anzi la famiglia di Franco (dato che io ignoravo) era di origine parzialmente semita. Durante la guerra nazista assicurò una certa protezione agli ebrei e si sforzò sempre di non partecipare alle battaglie del nazismo. Gli domando: ma la divisione Azul, così si chiamava, mandata in Russia da Franco per combattere i comunisti, non si macchiò di nefandezze nella lotta agli ebrei russi e comunque alle popolazioni sovietiche? Altra risposta patriottica di questo esponente socialista antifranchista: “No: la divisione Azul non si macchiò di nessun delitto” Ho molti dubbi che questo sia vero. Ma è molto importante che il capo del governo spagnolo, erede di una tradizione che vede quarant’anni di oscurantismo reazionario e fascista in Spagna parli con tale rispetto del passato del suo Paese>>.
A tavola Spadolini siede alla destra dell’allora presidente USA, George Bush ed alla sinistra del presidente Cossiga. Bush chiede a Spadolini notizie storiche su Mussolini, dimostrando una scarsa conoscenza del periodo storico tra i più importanti per gli stessi Stati Uniti. Bush chiede: <<”Mussolini quando è morto?” “E’ morto nel 1945, il 28 aprile”. “Ha fatto in tempo Hitler ad essere informato della sua morte nel bunker, perché Hitler morì giorni dopo”. “Si ritiene, anche se non abbiamo le prove, che l’uccisione di Mussolini sia stata portata a conoscenza del Fuhrer” “Senta mi dica una cosa – mi chiede il presidente degli Stati Uniti – ma è morto a Roma?” “No, Roma era stata liberata dagli alleati. E’ morto a Milano alla fine di aprile, nel momento culminante della lotta di liberazione”. Altra domanda di Bush: “Ma lo sbarco di Anzio era già avvenuto e le forze americane dove erano?” “Le forze americane erano insieme alle forze volontarie italiane nell’alta Italia, stavano liberando la valle padana, erano giunte a Milano, da dove Mussolini scappò proprio perché era il capo di quella che allora si chiamava ‘repubblica sociale italiana’, ormai ridotta soltanto alle province padane” “Ah – commenta Bush – Mussolini scappò, e come fu ucciso?” “Fu ucciso dai partigiani italiani che erano le forze della liberazione. E’ vero che gli inglesi e gli americani volevano entrambi catturare e processare Mussolini come un criminale di guerra. E proprio per evitare questo obiettivo fu ucciso in territorio italiano sul lago di Garda”>>.
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II Guerra Mondiale: madre e figlia si abbracciano dopo settant’anni.

Ogni anno in questo periodo si ricordano gli orrori della Seconda Guerra Mondiale con il racconto delle bombe nucleari sganciate su Hiroshima e Nagasaki. Roberto ha postato alcuni articoli in cui si ricordano quelle lontane vicende, seppure sempre attuali. Sempre in tema di seconda guerra mondiale, è di oggi la notizia, pubblicata su Repubblica, del ricongiungimento fra una madre italiana e la figlia, di padre tedesco, a settant’anni dalla fine della guerra. La vicenda è triste, ed al tempo stesso commovente a dimostrazione ulteriore dei destini che mutano radicalmente in ogni conflitto armato. La madre italiana, che vive nei dintorni di Reggio Emilia, ha oggi 92 anni, la figlia,  cittadina tedesca, ne ha 71. La vicenda nasce verso la fine della guerra, nel 1944 quando la madre, che lavorava in Germania, rimane incinta di un soldato tedesco. La bimba viene subito tolta dal padre dalla madre naturale e vive e cresce nella famiglia di lui. La donna italiana nel frattempo, riesce a rientrare in Italia nel 1945. La madre ha sempre ritenuto che la figlia fosse morta di li a poco anche se non aveva perso del tutto le speranze di ritrovarla. Stessa cosa per la figlia che conosceva la sua vera origine ma alla quale il padre aveva rifiutato ogni genere di informazioni. Alla morte del padre la figlia, la signora Margot Bachman si è rivolta all’ITS (International Tracking Service) in Germania e, grazie anche all’aiuto della Croce Rossa (attraverso l’ufficio Restoring Family Link), è riuscita a trovare tracce della madre. Infine, notizia di oggi, pochi giorni fa è avvenuto l’incontro vicino a Reggio Emilia.

Francesco Della Lunga

Alcuni siti di interesse: https://www.its-arolsen.org/en/homepage/index.html;

http://www.cri.it/restoringfamilylinks

Letture di interesse: segnaliamo un bel romanzo di Ken Follett sulla seconda guerra mondiale, secondo volume della trilogia “The Century Trilogy”: “L’inverno del Mondo”, Mondadori, 2012.

Jing-Jin-Ji, la futura capitale della Cina di 110 milioni di abitanti

Beijing's Daily Life(Testo di Roberto Di Ferdinando, fonte: la Repubblica)

E’ il prossimo progetto ambizioso della Cina: costruire entro il 2025 una nuova città, “JJJ” ( Jing-Jin-Ji) la nuova capitale, di 110 milioni di abitanti ed estesa 100 mila chilometri quadrati. Il cuore del progetto prevede la fusione ed il collegamento di alcune città e villaggi già esistenti: Pechino, il porto di Tianjin, le pianure dello Yangtze, le montagne che confinano con la Mongolia e la regione dell’Hebei. La super megalopoli sarà dotata di decine di linee ferroviarie ad alta velocità, di autostrade, canali fluviali, ponti, metropolitane, aeroporti, tunnel che garantiranno spostamenti rapidi tra i vari quartieri-città della nuova capitale. Una rete di collegamenti veloce inevitabile, basti pensare che oggi per un pendolare (il 60% degli abitanti di Pechino – 8,1 milioni di persone, abita oltre il quinti anello delle circonvallazioni, quindi in piena periferia) raggiungo il luogo di lavoro dopo tre o cinque ore di viaggio (gli anziani si alzano molto prima dell’alba per fare la fila alle fermate dei bus per i loro figli e nipoti che lavorano in città garantendo loro qualche ora di sonno in più) percorrendo 50 chilometri in metropolitana. Stesse ore si impiegano per il viaggio di ritorno.
Secondo le stime dei progettisti di JJJ, la nuova rete di trasporti (treni e metro capaci di raggiungere la velocità di 300 chilometri orari) e vie di comunicazione garantirà ai pendolari un viaggio per recarsi a lavoro di non più di 50 minuti, percorrendo al massimo 100 chilometri. Infatti, la città sarà pianificata per distretti lavorativi: Pechino sarà il centro culturale e del terziario hi-tech, Tianjin della ricerca, distribuzione ed energia, Hebei della manifattura delle piccole e medie imprese, Tongzhou centro del potere politico, amministrativo e militare.
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9 agosto 1945 – La bomba atomica su Nagasaki

200708150001La temperatura nel punto di esplosione raggiunse i sessanta milioni di gradi centigradi, dieci volte più calda della superficie del sole. [...] .

La prima bomba atomica, chiamata Little Boy, ragazzino, a base di uranio, era piccola “appena” 16 chilotoni di potenza, l’equivalente di 16 mila tonnellate di tritolo. Già l’ordigno che distrusse Nagasaki, al plutonio sprigionava l’energia di 25 chilotoni” (Fonte: Corriere della Sera)

Il 9 agosto 1945, alle 11.02, sulla città portuale di Nagasaki viene sganciata la seconda bomba atomica, nome in codice Fat Man per la sua forma ovoidale. [...] L’ordigno esplose a 500 metri dal suolo nella zona industriale Urakami, sede di fabbriche di munizioni, scuole, edifici pubblici e abitazioni civili. Polverizzò tutto ciò che esisteva nel raggio di 1 km, ma l’onda d’urto produsse crolli e incendi fino a 15 km dall’epicentro. Morirono all’istante 40 mila persone su 240 mila abitanti, ma il numero totale delle vittime viene comunque stimato intorno alle 80 mila persone, incluse quelle esposte alle radiazioni nei mesi seguenti. [...]” (Fonte: Rainews)

Palestinesi proteggono agente israeliana

palestinesi_difendono_agente_israelianaNella foto di Shaul Golan, fotografo del giornale israeliano Yedioth Ahronoth, sono immortalati due uomini, palestinesi, che con i propri corpi, ed a mani alzate, fanno da scudo ad una poliziotta israeliana presa di mira con lancio di sassi da parte di coloni israeliani. I due palestinesi hanno poi scortato l’agente lontano dalla zona. L’agente era intervenuta insieme ai suoi colleghi per sedare gli scontri tra coloni israeliani e contadini palestinese nell’insediamento di Esh Kodesh, occupata illegalmente dai coloni.

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(Fonte: Corriere della Sera)