Recinto come barriera fisica, naturale, come le montagne, i fiumi o gli steccati. Ma anche come barriera convenzionale, come una frontiera. Frontiere che sono lentamente sparite, superate dalla politica e dagli scambi economici. Da tante frontiere, ad un'unica frontiera, da tanti recinti ad un unico recinto, internazionale, che avvolge la nostra contemporaneità

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Todos somos americanos

“Todos somos americanos”. Con queste parole, il presidente USA Barack Obama ha chiuso il discorso che ha riaperto le relazioni diplomatiche fra Stati Uniti d’America e Cuba. Dopo oltre cinquant’anni è caduto anche uno degli ultimi baluardi della guerra fredda ovvero l’embargo sancito dall’amministrazione americana nei confronti dell’isola caraibica all’indomani della crisi missilistica su Cuba. Obama ha ricordato di essere nato in quel periodo e che troppo tempo è passato senza che, fra l’altro, il principale strumento utilizzato da Washington producesse reali effetti, ovvero la caduta del regime castrista. L’embargo, ancora Obama, ha invece isolato per lungo tempo gli Stati Uniti dai propri alleati ed ha concesso una ribalta a Castro per perpetuare il suo regime. Non c’è nulla da fare, piaccia o no questo Presidente o questa presidenza è destinata a rimanere nella Storia del nuovo secolo e comunque nella Storia delle relazioni internazionali. E forse, a prescindere da tutto, a relegare questa amministrazione fra le più progressiste della Storia americana, almeno nella politica estera. Forse Obama ha fallito sui diritti inviolabili dei cittadini a giudicare dai ripetuti episodi di violenza a scapito della popolazione di colore americana. A leggere le cronache sembra proprio di essere ricaduti negli anni di Kennedy e di Martin Luther King, e forse non è un caso se è tornato alla ribalta, nell’agenda internazionale, la questione cubana, stavolta per essere risolta definitivamente. Castro ha intitolato una sua celebre biografia “La Storia mi assolverà”. Per Obama, si potrebbe intitolarla “La Storia lo giudicherà”.

Francesco Della Lunga

La politica estera “informale”

(fonte: Corriere della Sera), testo di Roberto Di Ferdinando

1972_desktop63_00bx_zIn questi giorni in Italia è in uscita il libro di memorie di Hillary Clinton, dal titolo “Scelte difficili”. Il Corriere della Sera ha dedicato una pagina intera a questo prodotto editoriale, pubblicando anche alcuni brani del libro. Di seguito riporto alcuni passaggi di uno di questi brani apparsi sul Corsera, a dimostrazione di quanta ipocrisia sul politicamente corretto esista anche nel campo degli esteri. Il brano interessato riguarda la ricostruzione dell’ex Segreterio di Stato USA sull’intervento occidentale in Libia nel 2011. La Clinton dichiara che all’interno dell’amministrazione statunitense erano molte le perplessità sull’intervento militare. Nel marzo del 2011, alla vigilia della riunione ufficiale in cui i leader occidentali avrebbero dovuto decidere la linea politica, ed eventualmente militare, in Libia (appoggiare i ribelli contro Gheddafi?), il presidente francese, Sarkozy confessò alla Clinton ed al premier inglese, Cameron, che gli aerei da guerra francesi erano già in volo verso la Libia: la Francia aveva scelto costringendo gli altri paesi a seguirla. Tale decisione fu criticata dai leader occidentali presenti, in particolare dall’allora presidente del Consiglio italiano, Berlusconi, che Hillary ricorda indignato per l’accaduto. Riporto la memoria della Clinton: “Vige una convinzione informale secondo cui alle vecchie potenze coloniali spetterebbe il diritto di assumere il comando nella risoluzione della crisi nei loro ex possedimenti. Nel caso della Libia, ex colonia italiana, Berlusconi riteneva che la prima linea spettasse all’Italia, non alla Francia.” Da sottolineare due aspetti di questo passaggio. Il primo: esiste una “convinzione informale” in politica estera, una sorta di spartizione di zone di influenza che si rifà al periodo coloniale. Sono passati decenni, secoli, si parla di organizzazioni sovranazionali per dirimere le controversie internazionali, ma poi è un ristretto cerchio di vecchie potenze a condurre le danze diplomatiche e militari. Il secondo aspetto: tale convinzione è meno convinta quando riguarda gli interessi di USA, Gran Bretagna e Francia. Infatti, nella vicenda libica l’Italia, secondo le regole non scritte della “convinzione informale” avrebbe dovuto guidare il comando delle operazioni diplomatiche e strategiche in Libia, ma fu messa da parte dalla Francia, che in nord Africa aveva ingenti interessi da difendere e da stringere.

RDF

Hai il diritto di non rimanere in silenzio…

(fonte: Corriere della Sera), testo di Roberto Di Ferdinando

Immagine tratta da: ilmessaggero.itQuante volte abbiamo ascoltato nei film americani la seguente frase pronunciata da un poliziotto alla persona appena arrestata: “Hai il diritto di rimanere in silenzio. Qualsiasi cosa dirai potrà essere usata contro di te. Hai il diritto di chiamare un avvocato prima dell’interrogatorio”. Tale formula rientra nei diritti dell’arrestato, i Miranda Rights, giudicati inalienabili nel 1966 con sentenza della Suprema Corte. Ma queste parole non sono state pronunciate al sospetto attentatore di Boston, infatti, l’amministrazione americana ha applicato una rara eccezione prevista in alcuni casi di “sicurezza nazionale”. Infatti, il rischio che il presunto attentatore, Dzhokhar Tsarnaev od eventuali suoi complici avessero nascosto ordigni pronti ad esplodere ha spinto gli investigatori ad appellarsi all’eccezione sui diritti dell’arrestato, che è stato interrogato non appena gli è stato possibile rispondere all’interrogatorio. Non sono mancate le polemiche. L’American Civil Liberties Union ha criticato l’eccezione avanzata dall’FBI in quanto non sarebbero esistite le minacce “imminenti”, mentre l’interrogatorio, sempre secondo la ACLU,senza la tutela di un avvocato avrebbe costruito l’accusa contro Tsarnaev. Difatti, il quinto emendamento sancisce la facoltà dell’indagato di rimanere in silenzio per non dire ciò che potrebbe essere usato contro di lui.
Dall’altra parte alcuni deputato conservatori hanno chiesto che tale eccezione venga applicata regolarmente nei confronti dei terroristi, anche se si tratta di cittadini statunitensi, l’idea sarebbe quella di applicare la legge di guerra ad episodi di terrorismo.
RDF

Gli USA si sganciano dal Medio Oriente?

(Fonte: la Stampa), testo di Roberto Di Ferdinando

L’atteggiamento USA nei confronti del Medio Oriente sembra essere cambiato. Nel 2009 Obama esordì in politica estera con il discorso pronunciato in Egitto, dove la “questione” araba e mediorientale erano, allora centrali e molto vive. Da allora sono caduti i tiranni in Africa ed in Asia e la primavera araba ha condotto cambiamenti irreversibili nel cammino democratico di alcuni paesi che si affacciano sul Mediterraneo. Quindi, gli Stati Uniti possono sentirsi sollevati dalla responsabilità di gendarme per questa regione? Forse sì, ma come sempre capita nelle questioni geopolitiche,per propri interessi strategici. Infatti, un minor coinvolgimento stelle e strisce in Medio Oriente nascerebbe dal fatto che Washington a breve potrà contare sullo sfruttamento dello shale gas in Canada, delle estrazioni petroliferi in Texas e Dakota, e del mega oleodotto che unirà l’Alberta al Golfo del Messico. Tutto questo determinerà tra il 2016 ed il 2020, per la prima volta dal 1933 (quando gli USA ottennero le concessioni per l’estrazione del petrolio saudita), l’autonomia degli Stati Uniti dal greggio del Golfo.
Questa indipendenza energetica, permetterà agli USA di far pesare più sui soggetti regionali, Turchia, Arabia Saudita (i ribelli anti-Assad sono “aiutati” dalle forniture d’armi del regno wahabita) e Israele, il peso e la responsabilità della stabilità della regione. Così, Obama ed i suoi successori potranno dedicarsi alle sfide del prossimo futuro: contenimento della Cina, commerci transoceanici e sicurezza nel cyberspazio.
RDF